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“Se sciogliamo i nodi anche il governo sarà più forte. Con il congresso discutiamo con il nostro popolo”

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Intervista a Tommaso Ciriaco, la Repubblica, 15 febbraio

 

La sinistra interna si metta l’anima in pace, il congresso del Pd si terrà «prima delle amministrative». Il presidente del partito Matteo Orfini chiude al rinvio dell’assise. E non cambia idea sulla necessità di tornare al voto: «Io continuo a pensare che si debba arrivare ad elezioni il prima possibile, dopo aver varato una riforma elettorale». Quanto all’ipotesi di una corsa di Andrea Orlando – con lui a capo della corrente dei Giovani Turchi la stroncatura di Orfini è totale: «Sarebbe incomprensibile se diventasse il candidato di Bersani e D’Alema».

Bersani sembra con un piede fuori dalla porta, Orfini. Siamo alla scissione del Pd?

«Penso che la scissione vada bandita dal nostro vocabolario. Non va evocata, né agitata. Tutti amiamo il Pd. Magari non siamo d’accordo sulle ricette, ma senza questo partito il Paese è più debole».

Ma voi siete disposti ad andare incontro alle loro richieste per evitare una frattura? Ad esempio, potreste decelerare sul congresso?

«In questi mesi ho provato a svolgere la funzione di presidente del Pd tenendo conto più delle richieste che venivano dalla minoranza che dalla maggioranza. A dicembre ho lavorato per evitare il congresso, come chiedeva la sinistra. Dopo hanno reclamato un momento di contendibilità, in caso di elezioni anticipate, ed ho proposto la strada delle primarie. Poi non andavano più bene neanche quelle, perché senza il congresso minacciavano la scissione: perfetto. E adesso è il congresso, prima richiesto, che porterebbe alla scissione. Tutto questo dimostra solo che abbiamo un gran bisogno di discutere».

Quindi nessuno slittamento dell’assise in autunno?

«Se non sciogliamo subito alcuni nodi, rischiamo la paralisi nostra e del Paese. Il congresso serve a discutere non solo tra noi dirigenti, ma a farlo insieme al nostro popolo, che non vuole scissioni e che saprà indicarci il modo per continuare a stare insieme. Non saranno certo le regole il problema, dato che abbiamo proposto di utilizzare quelle scritte da Epifani quando era segretario, nel 2013. Così riusciremo anche ad avere una guida già operativa per le amministrative di primavera».

Congresso entro primavera, dunque. Parliamo di Orlando: possiamo definirlo un suo ex compagno di corrente?

«Andrea è prima di tutto un amico. Lo sento continuamente. Abbiamo avuto anche in passato valutazioni differenti, come sta succedendo in questa fase. E comunque la nostra area è fatta da persone autonome che stanno insieme liberamente, non in modo militare. Non a caso siamo gli unici a chiamare la componente senza il nome di un leader. Rivendichiamo questo approccio».

Lui propone una conferenza programmatica prima del congresso. Anche su questo siete distanti?

«Facendo una conferenza per arrivare a una piattaforma omogenea del Pd andremmo incontro proprio al pericolo che Orlando vorrebbe evitare: le primarie, infatti, diventerebbero soltanto una fiera delle vanità. Come lo scegliamo a quel punto il leader, in base a chi viene meglio in tv? A chi è più bello, oppure a chi è più simpatico? Servono invece opzioni programmatiche distinte sulle quali far decidere i nostri elettori».

Ma se alla fine Orlando dovesse candidarsi al congresso, lei lo sosterrebbe?

«Negli ultimi tre anni io e Andrea abbiamo lavorato per unire il Pd, pur non avendo votato Renzi al congresso. Andrea è stato uno dei più importanti ministri del governo Renzi. Per queste scelte siamo stati contestati anche duramente dalla minoranza di Bersani e D’Alema. Siamo sempre stati su fronti interni opposti. Faccio fatica a immaginare che Andrea possa diventare il loro candidato. Sarebbe inconcepibile per la sua storia».

A proposito di congresso: con la sua convocazione, le elezioni a giugno sono definitivamente archiviate? Oppure proprio le tensioni che ne deriveranno metteranno a repentaglio la tenuta del governo Gentiloni?

«Il governo Gentiloni, come quello Renzi, rischia di indebolirsi proprio a causa delle fibrillazioni da “congresso permanente” del Pd. Se sciogliamo i nodi, invece, il governo sarà più forte. E poi non c’è nesso tra il congresso e la durata dell’esecutivo».

Scusi, ma lei non era in prima fila per il voto a giugno? Ha cambiato idea?

«Non ho cambiato opinione, penso che sia meglio farlo nel più breve tempo possibile. Soltanto che per votare dobbiamo dare risposte a quanto chiesto da Mattarella, rendendo omogenee le leggi elettorali. Vediamo quanto tempo ci vorrà. Nel frattempo aiutiamo il governo a fare le cose giuste, a partire dal rapporto con l’Europa. Che può chiederci serietà, non manovre aggiuntive».

Ma scusi, con un congresso in corso immaginare una riforma elettorale non è irrealistico?

«Il Paese non aspetta i nostri tempi, possiamo onorare l’impegno anche durante la celebrazione del congresso».

Sarà lei – assieme ai vicesegretari – a reggere come da statuto il partito? Oppure immagina nomi alternativi?

«Applicheremo quanto è previsto dallo statuto e dalle regole».