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“Il Pd che serve al Paese”

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Intervista di Vladimiro Frulletti, 10 Marzo 2017, l’Unità.

L’altro giorno coi volontari della Festa de l’Unità di Modena, mercoledì sera alla nuova sezione di Primavalle a Roma, visto che sta incontrando parecchi militanti del suo partito ci può dire che cosa le chiedono, come stanno vivendo questo momento che, oggettivamente, per il Pd non appare per niente tranquillo.

«C’è forte preoccupazione per la fase che stiamo vivendo. L’uscita dal partito di alcuni nostri storici dirigenti e le divisioni che abbiamo alle spalle ovviamente hanno lasciato delle ferite aperte. Ma c’è anche la convinzione che il nostro congresso può essere la cura adatta. A un patto però: che nei candidati prevalga la cura per la nostra comunità. Si può e si deve discutere, anche duramente. Ma senza mai passare il segno. Il giorno dopo le primarie dovremo avere un partito forte e unito intorno a chi ha vinto, e non il congresso permanente di questi anni, che tanto male ci ha fatto. E chiunque vincerà dovrà fare con umiltà quello che nel mio piccolo sto provando a fare. Se a Modena i volontari della Festa de l’Unità esprimono una sofferenza, chi dirige il partito non deve fare una dichiarazione rassicurante, ma alzare il telefono, prendere la macchina e andare a parlarci. Perché prima di tutti vengono quelli che a questo partito dedicano tempo e passione».

Il Pd conta circa 400mila iscritti (parecchi in un contesto di grande distanza fra cittadini e politica), eppure ogni volta alla vigilia del congresso (mi ricordo titoli simili sui giornali anche nel 2009 e nel 2013) scoppiano gli scandali sulle tessere che magari quantitativamente non saranno tanti, ma qualitativamente (per l’opinione pubblica) pesano parecchio perché fanno apparire il Pd come un tesserificio. Come potete rimediare?

«Intanto in questo caso almeno i problemi sono emersi grazie al meccanismo interno di controllo: significa che le contromisure hanno funzionato. Ma c’è un problema più profondo: che in un partito come il nostro ci sia – seppur in pochi casi per fortuna – chi organizza il consenso con quelle modalità è una patologia che va curata. Basta volerlo fare. Io sono commissario di Roma da due anni: in quel partito c’erano i pacchetti di tessere false e i circoli finti. Oggi quei circoli li abbiamo chiusi per aprirne di nuovi con persone in carne ed ossa. E quelli che compravano tessere e voti li abbiamo emarginati e messi alla porta. È la dimostrazione che si può fare».

L’ inchiesta Consip peserà sulla vostra discussione congressuale? E quanto? Un sondaggio dice che i votanti alle primarie del 30 aprile potrebbero calare.

«Ogni volta che ci sono le primarie fino alla settimana prima i giornali iniziano a profetizzare il flop della partecipazione. Fino ad oggi ha sempre portato bene, e sono sicuro che così sarà anche questa volta. Sento il clima crescere e manca ancora tanto tempo. Le vicende giudiziarie non c’entrano col nostro congresso e devono rimanerne fuori. I magistrati hanno il diritto e il dovere di lavorare senza condizionamenti e strumentalizzazioni».

Le opposizioni chiedono le dimissioni di Lotti, Mdp vuole che Gentiloni lo rimuova, ma anche nel Pd c’è chi auspica un passo indietro. Lei che ne pensa?

«Mi sembrano strumentalizzazioni improprie. Noi siamo garantisti sempre a differenza di altri. Il Pd ha piena fiducia in Lotti».

Mi ha molto colpito la frase che uscire dal Pd è stato come togliersi un cerotto. Perché di solito il cerotto si usa per coprire una ferita e toglierselo non provoca mai un grande dolore. È la prova che il Pd è stato vissuto da alcuni come scelta tattica, quindi facilmente abbandonabile, piuttosto che come scelta strategica di un nuovo riformismo italiano?

«Quella frase l’ha detta D’Alema. Io penso che senza il suo impegno e la sua intelligenza il Pd non sarebbe mai nato e non ci sto alla rappresentazione della sua storia – che fino a un certo momento coincide anche con la mia – come quella di uno che il Pd non lo ha mai voluto. Proprio per questo ritengo incomprensibile la sua scelta. Nel nostro Paese la storia della sinistra italiana – a partire dal Pci – è una storia di riformismo. Siamo sempre stati quelli che hanno contrastato una deriva massimalista e minoritaria della sinistra. Anche per questo, come amava ripetermi D’Alema, “extra ecclesiam nulla salus”».

Anche in Europa, nel Pse la scelta di dividere il Pd non è piaciuta.

«Il Pse ha tantissimi problemi. Una dei nostri obiettivi è proprio quella di trasformarlo in un soggetto politico vero, in grado di cambiare le sorti dell’ Europa. Oggi così non è. Anzi penso che noi dovremmo rilanciare il tema dell’unità delle forze che in Italia guardano al Pse».

Renzi ritiene che dietro la scissione ci sia risentimento personale nei suoi confronti. Probabilmente è un pezzo di verità. L’altra è che il sistema politico italiano sta scivolando verso un proporzionale che spinge più alla frammentazione che all’unità? Tutti o quasi infatti hanno la fondata speranza di entrare in Parlamento e lì giocarsi la proprio forza di interdizione per future alleanze di governo.

«Non dobbiamo vivere come una tragedia il ritorno al proporzionale. Semmai lo dobbiamo interpretare e attrezzarci di conseguenza, perché non è mai semplicemente una legge elettorale a ridefinire il sistema politico. Il proporzionale paradossalmente consente al Pd di esprimere al meglio la sua vocazione maggioritaria, noi abbiamo ottenuto il massimo storico alle elezioni europee dove si vota con un proporzionale purissimo. Per questo semmai dobbiamo indicare una direzione opposta alla frammentazione: apriamo il Pd alle tante forze civiche che nella società agiscono e che oggi sono fuori dal nostro partito? Come lo apriamo a quelli che hanno il nostro stesso ancoraggio europeo?».

Insomma ci dobbiamo rassegnare al ritorno alla prima Repubblica senza avere neppure i grandi partiti di massa della prima Repubblica?

«Nella prima Repubblica grazie ai partiti di massa abbiamo trasformato un Paese di derelitti in una delle principali potenze mondiali. Poi nella fase finale il mutare delle condizioni internazionali, l’apertura dei mercati, la globalizzazione hanno messo in crisi quel modello e l’incapacità della politica di reagire e ripensare il sistema Paese ne ha prodotto la degenerazione. Oggi il tema è come ricostruire un partito che in forme nuove e moderne sappia svolgere una funzione analoga a quella che quei soggetti politici svolsero nel dopoguerra. In una modernità la cui cifra -per dirla con il Papa- è la solitudine, che genera paure e rabbia, i partiti possono e devono ancora essere prima di tutto strumenti di inclusione e costruzione delle democrazia».

Il governo Gentiloni oramai viaggia verso il 2018. Lei riteneva che fosse più giusto andare al voto per prendere atto che questa legislatura era esaurita dopo la vittoria del No al referendum. Per non sprecare questi mesi lei che provvedimenti farebbe?

«Alcuni sono dettati dall’agenda del Paese: dobbiamo preparare il Def e questo obbliga a fare una discussione seria su alcuni nodi strategici. Ha senso ancora immaginare le privatizzazioni come strumento per fare cassa? Io credo di no. Se vogliamo accelerare la crescita servono politiche industriali e investimenti e uno degli strumenti per farle sono le grandi società pubbliche. Semmai il tema è come dare un ruolo nuovo a Cdp come motore di politica industriale e non solo come strumento finanziario. Insomma dobbiamo discutere delle politiche economiche. Ci sono poi temi che riguardano i diritti a cui come noto tengo molto, che devono trovare assolutamente risposta. Primo tra tutti lo Ius soli».

Coi 5Stelle si possono cercare intese come suggerisce Emiliano?

«Sono anni che in Parlamento proponiamo leggi che fanno bene al Paese e sistematicamente il M5s dice aprioristicamente no. Direi che continuare a considerarli interlocutori è un errore oggettivo. Pensiamo semmai a riconquistare i loro elettori»

A Torino prende avvio il Lingotto che dovrà scrivere il programma di Renzi e Martina. Un titolo che scriverebbe.

«Questo è un Paese bloccato da mille piccole e grandi rendite di posizione che producono ingiustizie e diseguaglianze. La sinistra ha senso se le combatte: redistribuire potere e ricchezza a chi ne ha di meno. Che è anche il modo più serio per sconfiggere i populismi e rafforzare la democrazia».

Lei ha scelto di sostenere il segretario uscente e non il suo amico Orlando perché?

«Perché in questi anni -pur tra tanti limiti- Renzi ha dimostrato coraggio nel tentare di sciogliere questi nodi. Non è un caso che oggi si ritrovi buona parte dell’establishment contro e che sia sottoposto a una campagna violentissima che non mira a colpire solo lui, ma che ha l’obiettivo di destrutturare il Pd. Perché un partito autonomo da quei poteri fa paura. Ma di un partito così il Paese ha un gran bisogno».

Come legge la scelta di Renzi di avere al proprio fianco Martina. La necessità di “coprirsi” a sinistra? La voglia di ridisegnare anche l’organizzazione interna de Pd seguendo il modello ambrosiano?

È un’ottima scelta, Maurizio è protagonista dell’azione di governo e viene come molti di noi dalla gavetta di partito. Penso che la scelta sia stata motivata dalla comprensione che nella nuova fase che si aprirà dopo il congresso avremo un gran bisogno di un gruppo dirigente, di una squadra coesa e autorevole. Per fortuna in questo partito c’è tanta qualità e sta emergendo nel congresso anche in modo trasversale alle mozioni».