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“Il confronto col Pd ha reso il governo più forte”

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Colloquio con Francesca Schianchi, La Stampa, 14 aprile 2017.

«Il Def e la manovrina vanno molto bene: Gentiloni e Padoan hanno ascoltato il Pd». Nelle settimane scorse, il presidente dem Matteo Orfini, “reggente” del partito fino alle primarie di fine mese, era intervenuto più volte per fissare paletti e lanciare allarmi al governo, soprattutto ai ministri tecnici invitati a lasciarsi guidare dalla politica. «Sono intervenuto quando mi sono reso conto che scelte enormi per il Paese si stavano prendendo fra tre persone, senza una discussione».

Uscite e dichiarazioni valse anche qualche sospetto di voler minare l’esecutivo, ma che ora Orfini rivendica con soddisfazione.

«C’è stato un confronto vero col governo, ma si è dimostrato che è servito. Sbagliato era l’atteggiamento di chi pensava che il Pd dovesse dire di sì a tutto quello che veniva proposto». E ora, in base allo stesso metodo che «dovremmo usare più spesso», già lancia un nuovo avvertimento al governo: «Ci sono dossier su cui discutiamo da tempo che possono essere riaperti o corretti».

Quali «dossier» abbia in mente il “reggente” del Pd è presto detto, un altro provvedimento economico importante: la legge sulla concorrenza prevista in aula al Senato, con la fiducia, la settimana prossima.
«In quel testo ci sono tante misure utili, ma anche altre che suscitano perplessità, come le liberalizzazioni del settore energia: l’idea di uscire dal regime di maggior tutela, peraltro con un meccanismo farraginoso, quello delle aste per lotti, rischia di produrre l’effetto opposto a quello cercato. Lo si fa per aprire il mercato e favorire i consumatori, e invece si rischia di danneggiarli producendo un aumento delle bollette».

E poco cambia, secondo Orfini, che il passaggio alla libera concorrenza doveva avvenire a partire dal luglio 2018 ed è stato invece posticipato al luglio 2019: «È sbagliato lo stesso. Fatta così, rischia di produrre l’effetto contrario». Il messaggio, forte e chiaro, ha un destinatario preciso: il ministro dello sviluppo, Carlo Calenda. Un tecnico non più in rapporti distesi con Renzi, che lo ha definito «ottimo» come leader per il centrodestra: «Sarebbe sicuramente meglio di Salvini», ride il presidente Pd, che invece col ministro non ha mai avuto relazioni particolarmente strette, e sulla definizione di uomo di centrodestra commenta che «è stato candidato con Monti, ed è nota la mia opinione storica sul governo Monti e quel tratto di cultura politica, che non è certo il socialismo europeo a cui sento di appartenere…».

Ecco, cosa ne pensa il ministro Calenda di questo stop alle misure sull’energia, o come lo definisce con un eufemismo Orfini, questa «richiesta di approfondimento»? «Non lo so, ma sono sicuro che anche lui sostenga le liberalizzazioni per favorire i consumatori e non le imprese e non avrà problemi a fare una riflessione». E poco importa se il provvedimento arriva al Senato blindato dalla fiducia: «Dopo ci sarà un nuovo passaggio alla Camera. E poi, quando dico che dobbiamo confrontarci è il concetto di blindatura che non ha granché senso. Gli unici che dobbiamo blindare sono i consumatori. Io esprimo preoccupazione su una norma, vediamo come correggerla, ma di certo va fatto».
Un «supplemento di riflessione» che, garantisce il reggente, non può che rafforzare il governo: «Quando era al governo il segretario del Pd, era sufficiente parlasse con se stesso per allineare il principale partito di maggioranza al governo. Ora che non è più così, è naturale che si debba discutere: il Pd non può essere considerato solo quello che garantisce i numeri, cosa che continueremo a fare».
Il primato della politica sulla tecnica «Senza metterla su un piano muscolare, sottolineo che sul Def c’è stato un confronto, e Padoan è stato un interlocutore attento». Anche da Calenda il Pd si aspetta la stessa cosa.