, ,

Accordo con il M5s significa estinzione del Pd

Intervista di Carlo Bertini, La Stampa, 26 marzo 2018

Dopo esser restato fuori dalle trattative sulle Presidenze, il Pd si renderà indisponibile pure per la formazione del governo, presidente Orfini?
«Dopo una sconfitta come quella subita, il posto del Pd è all’opposizione. Tanto più che i vincitori sono due poli oggi fusi tra loro programmaticamente e culturalmente. Quanto avvenuto sulle Presidenze è un fatto politico, che prefigura la nascita di un nuovo Pentapartito con le quattro sigle di centrodestra e i 5stelle».

Tranne lei e Renzi, mezzo partito vorrebbe scongiurare un governo Lega-5Stelle, considerandolo una china pericolosa?
«C’è un atteggiamento paternalista nei confronti degli elettori, che è una delle ragioni della sconfitta. Se così grande parte del Paese ha scelto loro o noi diciamo, come il brano degli Zen Circus, che “la democrazia semplicemente non funziona”, o ne prendiamo atto. Chi ha vinto ha diritto e dovere di governare».

Porta sbarrata al dialogo con i 5Stelle?
«Questa idea che il M5S sia una costola della sinistra è sbagliata. È evidente che i loro argomenti non avrebbero potuto che sfociare a destra e così è accaduto. Quando usi la delegittimazione delle istituzioni, o separi il tema del lavoro dalla dignità e lo riduci solo al salario sostituendolo col reddito di cittadinanza, o quando sull’immigrazione dici cose speculari a Salvini, lo sbocco non può che essere quello di un’alleanza con la destra, che si sta cementando in queste ore. Il tema è capire che posizionamento dobbiamo avere noi per tornare a vincere. Ma portare il Pd con M5S significa liquidare il Pd. E chi viene dalla mia esperienza, non accetterà mai di estinguere la storia della sinistra italiana portandola ad essere l’ancella della Casaleggio e associati».

È pensabile una vostra astensione per far partire un governo di centrodestra?
«Quando dico opposizione intendo anche alla destra».

Far parlare i vostri ¡scritti, come l’Spd, o il popolo delle primarie, sarebbe una bestemmia?
«Il referendum è uno strumento previsto dallo statuto, finora mai usato. Ma credo che in questo caso non serva, poiché c’è stata una decisione unanime in Direzione».

Anche il Colle non gradisce questa chiusura a riccio, giusto?
«Ascolteremo con la consueta attenzione quando andremo alle consultazioni. Abbiamo la massima fiducia e rispetto per il lavoro difficile che dovrà fare Mattarella, ma il compito di dirigere il Pd non può essere scaricato sul capo dello Stato. Un errore che facemmo in passato, quando al momento di varare le larghe intese con Berlusconi non ci prendemmo le nostre responsabilità, votando un documento ridicolo che delegava la scelta al Colle».

Ma di fronte a queste due linee divaricanti sarebbe il caso di fare chiarezza con un voto? C’è la prima occasione domani per la scelta dei capigruppo.
«Certo, o si trova un accordo sulla linea politica, o è inevitabile che ci sia una discussione e una decisione anche sugli interpreti che andranno a riportarla al Colle. Io sono tra quelli che lavorano per un’elezione con il consenso più largo possibile dei capigruppo e degli uffici di presidenza di Camera e Senato. Naturalmente l’unità è figlia della condivisione di una linea politica. E confesso di esser rimasto sconcertato che dopo aver votato la scelta di stare all’opposizione, larga parte dei gruppi dirigenti Pd, dal giorno dopo, abbiano messo in campo una linea opposta».

Qualche nome?
«È tutto esplicito. E anche la richiesta di partecipare alla discussione sulle presidenze delle Camere era considerata da qualcuno come primo passo per un accordo di governo».

Opposizione o dialogo sono due linee che svelano opposte visioni strategiche. Il Pd rischia un’altra scissione?
«Gli ultimi che se ne sono andati sono la dimostrazione che non c’è spazio politico a sinistra del Pd. Credo che dobbiamo capire come riconquistare il centro della scena correggendo alcuni errori. Abbiamo pagato un alto prezzo e abbiamo il dovere di fare un’analisi seria di cosa è accaduto. Se insegui i 5stelle sull’antipolitica, favorisci il voto a loro, se invece sostieni che l’immigrazione possa mettere a rischio la democrazia, legittimi il voto a Salvini».

Si riferisce a Renzi e Minniti?
«Sono il presidente del partito e le responsabilità sono prima di tutto mie».

Che possibilità ha Martina di essere confermato segretario tra un mese?
«A metà di aprile svolgeremo la nostra assemblea. Maurizio si è caricato il ruolo più delicato e lo sta svolgendo con sapienza. E se vorrà continuare questo lavoro, l’assemblea farà le sue valutazioni, ma ovviamente partirà da lui».

Cambierete lo statuto, per separare i ruoli di segretario e candidato premier?
«Io sono contrario, abbiamo bisogno di modificarlo con una riforma organizzativa, cui peraltro ho già lavorato in questi anni, ma senza toccare le primarie: la forte legittimazione della leadership è garanzia della sua autonomia dalle pressioni esterne».