Intervista a Il Foglio di David Allegranti, venerdì 19 febbraio

“Il Pd deve uscire dal lockdown politico. Dobbiamo uscire dalla subalternità nei confronti del M5s. Non serve l’intergruppo: serve il gruppo”. Spiega il deputato, già presidente del Pd, “è chiaro che la nascita del governo Draghi e il fallimento del tentativo di fare il Conte Ter sono una cesura nella politica italiana e anche nella vita del Pd. Il governo Draghi non è la sconfitta della politica ma di una linea politica: quella dell’attuale segreteria. L’idea che senza Conte presidente, il M5s non avrebbe retto un altro schema si è rivelata una premessa falsa”.

È stato costruito uno schema politico, dice Orfini, che ha portato alla scomparsa del profilo del Pd, in nome di un’alleanza non vissuta come figlia di una fase emergenziale – governiamo insieme per evitare Salvini con i pieni poteri – ma piegata a una scelta sistemica, strutturale senza alcuna elaborazione politica dietro, senza reale confronto programmatico, senza evoluzione o ambizione culturale e politica. È stato fatto, semplicemente, un patto per il governo e per il potere contro le destre. Opporsi alle destre è un elemento fondamentale ma non sufficiente a costruire un matrimonio. Quantomeno, non un matrimonio per amore. Questo schema ha individuato in Conte come unico possibile punto di riferimento. Conte sol dell’avvenir, insomma. Mi pare uno dei più grossi abbagli della storia della sinistra in questo paese. Anche perché i punti di riferimento per definizioni stanno fermi. Non passano dal fare un governo con Salvini e a firmare i decreti sicurezza a fare un governo con noi. Poi certo, tutto questo è sempre esistito nella storia del nostro paese: si chiama trasformismo, non progressismo”. Ora, spiega Orfini, “non è che io non veda gli elementi di positiva evoluzione del M5s, come dimostra anche tutto il travaglio di questi giorni da parte di una parte di quel movimento. Ma non credo che un gruppo dirigente possa misurare il proprio successo sulla base di quel che succede in un altro partito, che poi è quello che rivendica il Pd nell’ultimo anno e mezzo: l’aver prodotto una svolta europeista e un atteggiamento responsabile nel M5s. Noi però non abbiamo eletto un segretario del M5s ma del Pd. Quindi dobbiamo capire come un cittadino italiano si senta rappresentato dal Pd”.

È un discorso, dice Orfini, di “subalternità”, una parola “alla quale la segreteria reagisce con stizza. Eppure è un fatto oggettivo, dimostrato dai fatti. Ogni volta che qualcuno chiedeva che si rivendicasse con forza l’idea e il progetto del Pd la risposta era: eh ma il M5s non reggerebbe. Segnalo che il M5s vota la fiducia a un governo in cui ci sono Brunetta, Gelmini e Giorgetti e che ha governato con un certo piacere Con Salvini. Il M5s è stato in grado di reggere tutto. Forse insomma non era così strampalata la richiesta di essere più incisivi”. Ma la subalternità è doppia, spiega Orfini. “Da una parte il M5s ci ha portato a rinunciare alle nostre battaglie, dall’altra si è lasciato – per rancore e ossessione – uno spazio politico enorme al leader di un partito del 2 per cento. Se Renzi ha avuto margine di manovra, pur non avendo forza e consenso nel paese e avendo dato vita a un progetto già fallito è perché mancava i Pd. C’è un solo modo per portare Renzi ad avere nella politica italiana lo spazio che ha nel paese reale, cioè poco: svolgere la nostra funzione, dettando l’agenda pubblica, mettendo al centro le nostre idee invece di annullarle”.

Non tutto quindi può essere fatto in nome della stabilità, “anche perché il governo è uno strumento per fare le cose, non un fine. Altrimenti diventi un partito di potere, è non è quello che è il Pd”.
È stato un errore, sottolinea Orfini, lasciare campo libero all’ex presidente del Consiglio. “Renzi nei sondaggi pesa meno di Fratoianni, ma c’è una parte del Pd che non fa che pensare a Renzi. Anche questa è una forma di subalternità. Se noi esercitiamo la forza che abbiamo, tutto il resto ritorna al peso che deve avere, cioè poco. Siamo noi a enfatizzare i nostri concorrenti. È l’assenza del Pd a regalare spazio ad altri. È ora di tornare alla nostra funzione”.

Quindi serve un congresso?
“È da marziani chiederlo con una pandemia in corso, ma è anche da marziani farlo a scadenza naturale. Zingaretti ha vinto il congresso dicendo mai con i Cinque stelle. Adesso sta agendo fuori dal mandato congressuale, ancorché su richiesta di tutti. Se una linea politica messa in campo per l’emergenza diventa un progetto strutturale allora si ha l’obbligo statutario e politico di discuterne. La linea di un partito non la decidono Orlando e Bettini con le loro interviste, ma gli iscritti del Pd votando le primarie. Quindi, come ha detto Zingaretti all’inizio di questa pandemia, appena sarà possibile faremo il congresso. Spero che il segretario non si rimangi questo impegno. Un congresso vero, eh, non a tesi. Che elegga un segretario con i gazebo. Tutto il resto sono arrocchi statutariamente irricevibili”.

Quindi non la convince il Conte versione Romano Prodi, federatore di Pd, M5s e Leu?
“Lo trovo persino offensivo per lo stesso Prodi. Come si fanno a metterli sullo stesso piano? Prodi è una grande personalità di centrosinistra, inventato e costruito il Pd. Quello fu un processo politico vero, con i gruppi dirigenti impegnati giorno e notte. Non fu inventata con un video di Grillo, un’intervista di Zingaretti e un’alchimia parlamentare di Franceschini. Conte farà il leader dei Cinque stelle, se quel partito lo vorrà. Il leader del Pd non è Conte, oggi è Zingaretti e domani sarà il segretario che vincerà il congresso. Peraltro, il gruppo dirigente del Pd sta lavorando per una legge elettorale proporzionale. Il proporzionale non prevede alleanze ma che ogni partito dispieghi al meglio la propria vocazione maggioritaria e che poi si costruisca una maggioranza in Parlamento. L’alleanza strutturale con il M5s non ha alcun senso.