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Accordo con il M5s significa estinzione del Pd

Intervista di Carlo Bertini, La Stampa, 26 marzo 2018

Dopo esser restato fuori dalle trattative sulle Presidenze, il Pd si renderà indisponibile pure per la formazione del governo, presidente Orfini?
«Dopo una sconfitta come quella subita, il posto del Pd è all’opposizione. Tanto più che i vincitori sono due poli oggi fusi tra loro programmaticamente e culturalmente. Quanto avvenuto sulle Presidenze è un fatto politico, che prefigura la nascita di un nuovo Pentapartito con le quattro sigle di centrodestra e i 5stelle».

Tranne lei e Renzi, mezzo partito vorrebbe scongiurare un governo Lega-5Stelle, considerandolo una china pericolosa?
«C’è un atteggiamento paternalista nei confronti degli elettori, che è una delle ragioni della sconfitta. Se così grande parte del Paese ha scelto loro o noi diciamo, come il brano degli Zen Circus, che “la democrazia semplicemente non funziona”, o ne prendiamo atto. Chi ha vinto ha diritto e dovere di governare».

Porta sbarrata al dialogo con i 5Stelle?
«Questa idea che il M5S sia una costola della sinistra è sbagliata. È evidente che i loro argomenti non avrebbero potuto che sfociare a destra e così è accaduto. Quando usi la delegittimazione delle istituzioni, o separi il tema del lavoro dalla dignità e lo riduci solo al salario sostituendolo col reddito di cittadinanza, o quando sull’immigrazione dici cose speculari a Salvini, lo sbocco non può che essere quello di un’alleanza con la destra, che si sta cementando in queste ore. Il tema è capire che posizionamento dobbiamo avere noi per tornare a vincere. Ma portare il Pd con M5S significa liquidare il Pd. E chi viene dalla mia esperienza, non accetterà mai di estinguere la storia della sinistra italiana portandola ad essere l’ancella della Casaleggio e associati».

È pensabile una vostra astensione per far partire un governo di centrodestra?
«Quando dico opposizione intendo anche alla destra».

Far parlare i vostri ¡scritti, come l’Spd, o il popolo delle primarie, sarebbe una bestemmia?
«Il referendum è uno strumento previsto dallo statuto, finora mai usato. Ma credo che in questo caso non serva, poiché c’è stata una decisione unanime in Direzione».

Anche il Colle non gradisce questa chiusura a riccio, giusto?
«Ascolteremo con la consueta attenzione quando andremo alle consultazioni. Abbiamo la massima fiducia e rispetto per il lavoro difficile che dovrà fare Mattarella, ma il compito di dirigere il Pd non può essere scaricato sul capo dello Stato. Un errore che facemmo in passato, quando al momento di varare le larghe intese con Berlusconi non ci prendemmo le nostre responsabilità, votando un documento ridicolo che delegava la scelta al Colle».

Ma di fronte a queste due linee divaricanti sarebbe il caso di fare chiarezza con un voto? C’è la prima occasione domani per la scelta dei capigruppo.
«Certo, o si trova un accordo sulla linea politica, o è inevitabile che ci sia una discussione e una decisione anche sugli interpreti che andranno a riportarla al Colle. Io sono tra quelli che lavorano per un’elezione con il consenso più largo possibile dei capigruppo e degli uffici di presidenza di Camera e Senato. Naturalmente l’unità è figlia della condivisione di una linea politica. E confesso di esser rimasto sconcertato che dopo aver votato la scelta di stare all’opposizione, larga parte dei gruppi dirigenti Pd, dal giorno dopo, abbiano messo in campo una linea opposta».

Qualche nome?
«È tutto esplicito. E anche la richiesta di partecipare alla discussione sulle presidenze delle Camere era considerata da qualcuno come primo passo per un accordo di governo».

Opposizione o dialogo sono due linee che svelano opposte visioni strategiche. Il Pd rischia un’altra scissione?
«Gli ultimi che se ne sono andati sono la dimostrazione che non c’è spazio politico a sinistra del Pd. Credo che dobbiamo capire come riconquistare il centro della scena correggendo alcuni errori. Abbiamo pagato un alto prezzo e abbiamo il dovere di fare un’analisi seria di cosa è accaduto. Se insegui i 5stelle sull’antipolitica, favorisci il voto a loro, se invece sostieni che l’immigrazione possa mettere a rischio la democrazia, legittimi il voto a Salvini».

Si riferisce a Renzi e Minniti?
«Sono il presidente del partito e le responsabilità sono prima di tutto mie».

Che possibilità ha Martina di essere confermato segretario tra un mese?
«A metà di aprile svolgeremo la nostra assemblea. Maurizio si è caricato il ruolo più delicato e lo sta svolgendo con sapienza. E se vorrà continuare questo lavoro, l’assemblea farà le sue valutazioni, ma ovviamente partirà da lui».

Cambierete lo statuto, per separare i ruoli di segretario e candidato premier?
«Io sono contrario, abbiamo bisogno di modificarlo con una riforma organizzativa, cui peraltro ho già lavorato in questi anni, ma senza toccare le primarie: la forte legittimazione della leadership è garanzia della sua autonomia dalle pressioni esterne».

Fidati del futuro

fidati del futuro

Sta per iniziare un mese decisivo per il nostro paese, nel quale sceglieremo da che parte andare. Se verso la rassegnazione, o verso la fiducia. Se verso il passato, o verso il futuro. Destre e populisti giocheranno la propria campagna elettorale puntando su due fattori: promesse irrealizzabili e paura. Noi vogliamo invece parlare d’altro, perché siamo altro. C’è chi vorrebbe che la nostra società e i nostri quartieri si chiudessero sempre di più, che città spezzate divenissero focolai di ansie e insicurezze, che il racconto negativo di tutto ciò che è altro o diverso, dalle persone ai luoghi, cancellasse ogni curiosità, ogni speranza, ogni impegno. Noi no: perché ci fidiamo del nostro Paese, del nostro collega di lavoro, del nostro compagno di studi, del nostro vicino di casa, della strada e del quartiere che viviamo o che attraversiamo. È questo, oltre i programmi dei quali discuteremo – così come delle cose buone fatte e delle cose invece da correggere – quello che chiederemo ai nostri militanti, simpatizzanti, elettori, ai cittadini che incontreremo nelle piazze e nei mercati, nei quartieri popolari e nelle strade di periferia: #fidati degli altri, #fidati del futuro. Fidati di ciò che hai realizzato e di ciò che puoi ancora realizzare, fidati del tuo impegno, fidati dei luoghi che vivi: e fidati del futuro, che non è una promessa irrealizzabile, ma l’unica prospettiva concreta, reale, che distingue una politica di cambiamento da una di conservazione. L’unica a cui vale la pena dedicare se stessi.

Per questo ho scelto di candidarmi dove ho trascorso la maggior parte del mio tempo negli ultimi tre anni: nella periferia romana. Sarò in quei luoghi  che spesso vengono associati esclusivamente a questioni di marginalità,  nascondendo, quasi cancellando, quanto invece di buono, e di bello, c’è, resiste, cresce, produce innovazione sociale ed economica, racconta storie meravigliose di impegno, volontariato, impresa. Ecco, sarò proprio e soprattutto qui per raccontare di quanta fiducia esiste nonostante le difficoltà, e di come questa fiducia assieme al futuro che rappresenta merita di essere protetta e coltivata da chi la vorrebbe schiacciata dall’odio e dalla rassegnazione. Nonostante sia una sfida difficile, soprattutto nel mio collegio dove partiamo da quasi venti punti di svantaggio, vi assicuro che sarà davvero una bella campagna elettorale. Anzi, lo sarà soprattutto per questo. Perché come ho provato a spiegare in questi anni, è proprio dove è per noi più difficile che si deve andare. È in quei luoghi dove nascono nuovi conflitti e nuove fratture che la sinistra serve di più. È quella casa nostra. #Fidati

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Ecco a cosa serve commissione di inchiesta e perché i risultati dureranno molti anni

Lettera di Matteo Orfini e Matteo Renzi, La Repubblica, giovedì 21 dicembre

Caro Direttore, più volte in questi giorni Repubblica ha parlato della Commissione di inchiesta sulle banche come di un autogol del Pd. Rispettiamo il giudizio ma vogliamo rivendicare con forza, invece, la nostra scelta. Le perdite lorde cumulate delle banche italiane che hanno registrato criticità nel periodo 2011-2016 ammontano a circa 44 miliardi di euro. A tale cifra vanno aggiunti i miliardi persi da decine di migliaia di piccoli azionisti e detentori di obbligazioni subordinate, in primo luogo delle due popolari venete non quotate, le cui azioni erano state fissate arbitrariamente a prezzi non di mercato, del tutto irrealistici, che poi sono stati brutalmente azzerati. Una immensa platea di piccoli risparmiatori è stata letteralmente massacrata. Davanti a un disastro di queste proporzioni può una politica seria non affrontare la questione?

Il populista dà la colpa al sistema e urla contro le banche. Ma chi crede nella politica che propone? Il riformista che vuole cambiare davvero le cose che fa? Intanto fa chiarezza. Perché chiarire le responsabilità è l’unica soluzione per evitare che migliaia di altri risparmiatori debbano perdere in futuro i propri risparmi. Mettere la polvere sotto il tappeto in questi casi non solo non basta ma è dannoso. Hanno sbagliato i manager che hanno fatto fallire le banche, certo. Hanno sbagliato gli amministratori incapaci o addirittura complici di disegni criminosi. Hanno sbagliato i politici che non hanno avuto il coraggio di fare in Italia ciò che si è fatto in Germania o Spagna, quando ancora le regole permettevano l’ intervento pubblico. Ma è mancato anche – in molte circostanze – un sistema di vigilanza e controllo degno di questo nome.

Da parte delle strutture preposte come onestamente, anche se timidamente, riconosciuto nelle audizioni della Vigilanza istituzionale. Qualcosa non ha funzionato nelle strutture preposte: dirlo non ci serve per una sterile rivendicazione sul passato quanto per costruire un futuro più solido. E anche nella vigilanza della società civile che mai ha messo al centro del dibattito la questione bancaria senza demagogia. A cominciare dalle realtà editoriali che hanno sempre faticato non poco a spezzare il doppio filo di collegamento con il mondo del credito.

Su questi temi il PD non ha paura di niente e di nessuno. Rivendichiamo ciò che abbiamo fatto in questi anni a cominciare dalla riforma delle popolari e delle banche di credito cooperativo. Chissà cosa sarebbe accaduto al sistema italiano se nel gennaio 2015 non avessimo fatto quel decreto legge per le popolari. Rivendichiamo tutti i salvataggi dei correntisti e dei posti di lavoro, quelli riusciti e quelli soltanto tentati: l’ipocrisia di chi finge di considerare improprio un intervento a tutela dell’economia del territorio è pari solo alla miopia di chi non vede che i veri scandali si sono potuti compiere perché non vi era la giusta attenzione da parte dei media e della politica. Rivendichiamo l’operazione Atlante che ha impedito tra gli altri la distruzione di un pezzo fondamentale del sistema bancario, segnatamente Unicredit, come sanno tutti gli addetti ai lavori e non solo loro.

La Commissione parlamentare di inchiesta ha acceso un faro autorevole su tutto ciò e la sua attività è stata utile. Lo vedremo nella relazione finale. Le polemiche dureranno ancora qualche giorno, i risultati di questa commissione saranno utili per qualche anno. Certo, i media hanno spesso dato più spazio alle vicende della Banca Etruria, le cui perdite rappresentano poco più dell’ 1,5% delle perdite cumulate delle banche italiane in crisi degli ultimi anni, che non a ciò che ha determinato il restante 98,5% di perdite! Senza contare l’azzeramento delle azioni delle due popolari venete non quotate. E anche su Etruria l’attenzione morbosa è stata sulle agende, sugli incontri, sul gossip, senza toccare il vero punto: che non c’è stata alcuna pressione ma una doverosa attività di informazione e attenzione.

Quando c’è stato da commissariare, noi abbiamo commissariato senza riguardo ai nomi e ai cognomi. Nessuno ha avuto favoritismi, tutt’altro. Ma proprio per questo siamo seri: davvero può essere credibile l’attenzione spasmodica alle vicende di una piccola banca che comunque il Governo ha trattato esattamente come le altre nelle stesse situazioni? Non suona stupefacente il fatto che si insista in modo ossessivo su una singola vicenda – peraltro del tutto legittima – e si rifiuti di guardare il problema nella sua gravità e complessità? Adesso che i lavori della Commissione volgono al termine vogliamo dire con forza che un partito politico di sinistra ha il dovere di indicare cosa non funziona nel mondo del credito e provare a cambiare lo status quo senza alcun riguardo ai poteri forti e ai pensieri deboli che questo Paese esprime.

Vogliamo dire che la politica ha il diritto e il dovere di fare la propria parte senza delegare interi settori alla tecnocrazia e agli interessi tradizionali. Chi come noi non ha scheletri negli armadi, chi non ha niente da nascondere dice con forza e a viso aperto che mentre la Commissione va verso la chiusura dei lavori si apre la vera questione: riuscire finalmente a togliere l’ argomento banche dalle mani dei populisti e provare a cambiare sul serio. E anche se i media, in queste ore, si sono occupati di altro, noi continueremo con forza a rivendicare il diritto e il dovere della politica riformista di non cedere alla demagogia e al qualunquismo.

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Se Bankitalia avesse agito bene le crisi si sarebbero potute evitare

Intervista di Francesca Schianchi, La Stampa, sabato 2 dicembre

Matteo Orfini, presidente del Pd, lei è partito di nuovo all’assalto di Bankitalia: state usando questa vicenda per fare campagna elettorale?
«E’ un’obiezione curiosa: il fatto è che, per mesi, alcuni pezzi dell’editoria e della politica, inclusa la presunta sinistra esterna al Pd, hanno raccontato una storia. Che oggi si sta sgretolando in Commissione».

Salvini insiste che il «disastro delle banche» è colpa del Pd.
«Salvini chiami Zaia e si faccia raccontare chi sono Consoli e Zonin: scoprirà che col Pd non c’entrano nulla».

Voi cantate vittoria, ma il lavoro non è ancora finito. Non sarebbe consigliabile più cautela?
«Ma noi stiamo lavorando da mesi. E in tutti i casi emergono temi ricorrenti: manager spregiudicati e in alcuni casi pericolosi e un meccanismo di vigilanza che non ha funzionato, con difficoltà di dialogo tra Consob e Bankitalia. E poi una cosa molto inquietante è come Bankitalia abbia potuto considerare una banca in difficoltà come la Popolare di Vicenza un perno intorno a cui aggregare parte del sistema».

Bankitalia nega di aver incentivato l’aggregazione tra Popolare di Vicenza e Banca Etruria.
«Dire le bugie è peccato. Bankitalia conosce le carte che ci ha consegnato e che sono secretate, e noi le abbiamo lette».

Non è un po’ troppo semplicistico scaricare sempre tutte le colpe su Bankitalia?
«Alla base ci sono alcuni comportamenti, a volte addirittura fraudolenti, degli amministratori: ma se il sistema di vigilanza avesse funzionato bene, probabilmente le crisi si sarebbero potute evitare. Consob ci ha detto che, se avesse avuto a disposizione tutti i dati che aveva Bankitalia, in alcuni casi non avrebbe agito come ha fatto».

Pensa che Visco rischi di dover rassegnare le dimissioni?
«Il nostro giudizio su Visco lo abbiamo dato esplicitamente quando abbiamo fatto la mozione in Parlamento. Dal momento in cui il governo ha deciso di riconfermarlo, è il governatore e rispettiamo il suo lavoro».

Ma secondo lei l’attività della Commissione può spingerlo alle dimissioni?
«Visco ha chiesto di venire in Commissione per chiarire: lo ascolteremo attentamente. Il nostro lavoro serve a evitare che queste crisi si ripetano, non a processare questo o quell’ altro».

A sentirvi non si direbbe. Secondo i retroscena anche Palazzo Chigi e il Quirinale sarebbero preoccupati dai vostri toni
«A me non risulta, e comunque sarebbe curioso se nel momento in cui si insedia la Commissione che ha come unico obiettivo la ricerca della verità, qualcuno guardasse la cosa con preoccupazione».

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Su politiche migratorie Pd sia argine a razzismo

Intervista di Giovanna Casadio, la Repubblica, domenica 12 novembre

«Riconosco al governo e al ministro Marco Minniti di avere messo in campo una politica per i migranti, unico paese in Europa, ma è indispensabile rivedere alcuni punti e su questo Emma Bonino ha ragione». Matteo Orfini, il presidente del Pd, condivide la necessità di modifiche e aggiustamenti.

Orfini, cosa risponde alla leader radicale Bonino che chiede al Pd di cambiare linea sui migranti come pre-condizione per un dialogo politico con Renzi?
«Emma Bonino ci ricorda che stiamo parlando di vite umane. Ecco, mi fermerei al confronto di merito. Non voglio usare una vicenda del genere per discutere di alleanze ma le preoccupazioni di Bonino, le cose che io ho detto nei mesi passati e l’impegno del governo mi pare siano basati su obiettivi simili».

Seguite quindi la traccia e l’invito a cambiare politiche sui migranti della leader radicale?
«A me sembra che ci sia da discutere l’efficacia di questa o quella misura, ma se gli obiettivi sono gli stessi e cioè salvare vite, garantire i diritti umani e favorire l’integrazione, non faremo fatica a trovare un percorso comune».

Lei è stato critico in passato sulle politiche migratorie del governo, in questo d’accordo con il ministro Delrio.
«Guardi, il governo ha fatto cose positive, perché è giusto coinvolgere l’altra sponda del Mediterraneo. È giusto immaginare politiche di integrazione nel nostro paese. È giusto combattere in Europa affinchè ci sia una gestione condivisa. Però occorre stare molto attenti su alcuni aspetti, quelli appunto denunciati da Bonino. Il primo punto è che le Ong siano alleate, non nemiche. Invece, non da parte del governo, ma c’è stata una campagna che le ha demonizzate».

Tenere lontane le Ong non crede sia sospetto?
«Tutti devono rispettare le regole. Ma di fronte a scene come quella dell’altro giorno dello scontro tra libici e Ong, in cui i migranti muoiono e nessuno interviene, è opportuno riflettere. E questo è il secondo punto. Va bene rivendicare la diminuzione degli sbarchi, ma se le persone non arrivano più perché muoiono nel deserto o perché rinchiuse in un lager, non abbiamo risolto un bel nulla».

L’accordo con la Libia va rimesso in discussione?
«Non è l’accordo con la Libia ad essere sbagliato, ma quel paese deve garantire dignità, legalità e rispetto dei diritti umani. Mentre ci sono situazioni fuori controllo».

Questa è una richiesta del Pd al governo?
«Minniti ha più volte detto che condivide questa preoccupazione. Il Pd lo va ripetendo. E l’altro punto che intendevo sollevare è che di fronte al clima che c’è nel paese noi dem dobbiamo essere il principale argine culturale e politico al razzismo».

Ma non siete neppure riusciti ad approvare lo ius soli.
«Dobbiamo assolutamente riuscirci. Mesi fa dissi che l’unico strumento era che il governo mettesse la fiducia, resto di questa idea. Capisco le preoccupazioni di chi ha paura che sia una misura impopolare, ma un grande partito di sinistra, quale il Pd è, di fronte a una misura giusta ma impopolare la fa e si impegna a spiegarla all’opinione pubblica».

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Su Ostia ve lo avevamo detto. E avevamo ragione

Intervista di Luca De Carolis, il Fatto Quotidiano, venerdì 10 novembre

Nega un soccorso “rosso”, anche indiretto: “Nel ballottaggio di Ostia si sfideranno due destre, per noi sono la stessa cosa”. E boccia la manifestazione per la legalità indetta nel municipio dalla sindaca di Roma, la 5Stelle Virginia Raggi: “Invece di strumentalizzare aderisca a quella convocata dalla Federazione nazionale per la stampa e da Libera per il 16 novembre. Lì noi ci saremo”. Matteo Orfini, presidente del Pd nazionale ed ex commissario del partito romano, chiude la porta all’iniziativa della sindaca.

Quello di Raggi era un invito rivolto a tutti, “a prescindere dalle appartenenze”. Non era il caso di accettarlo?

La manifestazione unitaria è quella del 16 novembre, indetta dalla Fnsi, che rappresenta i giornalisti aggrediti a Ostia. Credo che la sindaca di Roma avrebbe il dovere di aderire come Comune a quell’evento, rinunciando invece a quella che ha convocato tramite il blog di Beppe Grillo. Se vuoi unire, da sindaca di tutti i romani, non adoperi un portale di propaganda politica.

Il Pd di Roma ha bollato la manifestazione indetta dal Comune come “strumentale”. Condivide?

È quello che ho appena detto. Non si mettono bandierine su cose come queste.

Lo fa per pescare voti a sinistra?

Temo che il M5S non abbia il curriculum per farlo, proprio come la destra. Quando io e il sub-commissario del Pd nel X Municipio Stefano Esposito abbiamo fatto la battaglia contro la mafia locale, ci siamo presi gli insulti di Roberto Spada sui social network. E gli altri partiti ci hanno lasciati soli: compreso il M5S .

Oggi lei ed Esposito su Democratica accusate: “Chiedemmo più volte ai dirigenti del M5S, apertamente sostenuto dalla famiglia Spada nelle elezioni del 2016, di prendere le distanze da loro e dalle finte associazioni antimafia. La risposta? Barillari, consigliere regionale, querela Esposito, Luigi Di Maio querela Orfini. Conferma?

Sì. A Ostia ci sono decine di finte associazioni antimafia, che hanno sempre sostenuto il M5S , e che hanno rapporti in particolare con il consigliere regionale Davide Barillari e con l’attuale capogruppo in Campidoglio, Paolo Ferrara. E sono le stesse associazioni che su Facebook intrattenevano relazioni affettuose con Roberto Spada e sua moglie.

Quindi gli Spada avrebbero sostenuto i 5Stelle? Il sillogismo non è affatto automatico.

Diciamo che Barillari e Ferrara non erano consapevoli delle relazioni tra le associazioni e Spada. Dopodiché noi segnalammo questi rapporti al M5S , anche in via privata. E sono arrivate le querele di Di Maio, archiviata, e di Barillari.

Potrebbero opporle che il X Municipio l’hanno sciolto per mafia quando lo guidava il Pd. E che l’ex presidente dem è stato condannato in primo grado.

Quel presidente l’ho fatto dimettere io, prima che fosse indagato. Abbiamo fatto un lavoro enorme per rigenerare il partito, prendendoci un mare di critiche anche da dentro il Pd. Ma nello stesso tempo scoprimmo la rete di finte associazioni, che ci diffamarono e insultarono.

Come fa a dire che sono finte?

Le segnalammo anche alla commissione Antimafia, che ha confermato la nostra analisi.

Il M5S ha preso le distanze dagli Spada, più volte.

Ne sono felice. E dico: finalmente. Ma c’è qualcuno che questa battaglia l’ha sempre fatta.

Tanti elettori del Pd voteranno comunque i 5Stelle pur di non far vincere la destra.

Io penso che i 5Stelle siano di destra. Hanno votato contro le unioni civili, sono contro lo ius soli e sull’ immigrazione spesso rincorrono Matteo Salvini.

Mdp e Sinistra italiana però annunciano il loro sostegno nel ballottaggio.

Sono compagni confusi, a forza di spostarsi a sinistra sono finiti a destra.

Voi non ci siete neppure arrivati al secondo turno.

Abbiamo fatto delle scelte, recidendo i rapporti con balneari e affini. C’era un prezzo da pagare, ma siamo pur sempre il secondo partito nel Municipio. Con un futuro.

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Il candidato premier del Pd lo ha scelto il popolo non un club di ministri

Intervista di Luca De Carolis, il Fatto Quotidiano, venerdì 10 novembre

Nega un soccorso “rosso”, anche indiretto: “Nel ballottaggio di Ostia si sfideranno due destre, per noi sono la stessa cosa”. E boccia la manifestazione per la legalità indetta nel municipio dalla sindaca di Roma, la 5Stelle Virginia Raggi: “Invece di strumentalizzare aderisca a quella convocata dalla Federazione nazionale per la stampa e da Libera per il 16 novembre. Lì noi ci saremo”. Matteo Orfini, presidente del Pd nazionale ed ex commissario del partito romano, chiude la porta all’iniziativa della sindaca.

Quello di Raggi era un invito rivolto a tutti, “a prescindere dalle appartenenze”. Non era il caso di accettarlo?
La manifestazione unitaria è quella del 16 novembre, indetta dalla Fnsi, che rappresenta i giornalisti aggrediti a Ostia. Credo che la sindaca di Roma avrebbe il dovere di aderire come Comune a quell’evento, rinunciando invece a quella che ha convocato tramite il blog di Beppe Grillo. Se vuoi unire, da sindaca di tutti i romani, non adoperi un portale di propaganda politica.

Il Pd di Roma ha bollato la manifestazione indetta dal Comune come “strumentale”. Condivide?
È quello che ho appena detto. Non si mettono bandierine su cose come queste.

Lo fa per pescare voti a sinistra?
Temo che il M5S non abbia il curriculum per farlo, proprio come la destra. Quando io e il sub-commissario del Pd nel X Municipio Stefano Esposito abbiamo fatto la battaglia contro la mafia locale, ci siamo presi gli insulti di Roberto Spada sui social network. E gli altri partiti ci hanno lasciati soli: compreso il M5S .

Oggi lei ed Esposito su Democratica accusate: “Chiedemmo più volte ai dirigenti del M5S, apertamente sostenuto dalla famiglia Spada nelle elezioni del 2016, di prendere le distanze da loro e dalle finte associazioni antimafia. La risposta? Barillari, consigliere regionale, querela Esposito, Luigi Di Maio querela Orfini. Conferma?
Sì. A Ostia ci sono decine di finte associazioni antimafia, che hanno sempre sostenuto il M5S , e che hanno rapporti in particolare con il consigliere regionale Davide Barillari e con l’attuale capogruppo in Campidoglio, Paolo Ferrara. E sono le stesse associazioni che su Facebook intrattenevano relazioni affettuose con Roberto Spada e sua moglie.

Quindi gli Spada avrebbero sostenuto i 5Stelle? Il sillogismo non è affatto automatico.
Diciamo che Barillari e Ferrara non erano consapevoli delle relazioni tra le associazioni e Spada. Dopodiché noi segnalammo questi rapporti al M5S , anche in via privata. E sono arrivate le querele di Di Maio, archiviata, e di Barillari.

Potrebbero opporle che il X Municipio l’hanno sciolto per mafia quando lo guidava il Pd. E che l’ex presidente dem è stato condannato in primo grado.
Quel presidente l’ho fatto dimettere io, prima che fosse indagato. Abbiamo fatto un lavoro enorme per rigenerare il partito, prendendoci un mare di critiche anche da dentro il Pd. Ma nello stesso tempo scoprimmo la rete di finte associazioni, che ci diffamarono e insultarono.

Come fa a dire che sono finte?
Le segnalammo anche alla commissione Antimafia, che ha confermato la nostra analisi.

Il M5S ha preso le distanze dagli Spada, più volte.
Ne sono felice. E dico: finalmente. Ma c’è qualcuno che questa battaglia l’ha sempre fatta.

Tanti elettori del Pd voteranno comunque i 5Stelle pur di non far vincere la destra.
Io penso che i 5Stelle siano di destra. Hanno votato contro le unioni civili, sono contro lo ius soli e sull’ immigrazione spesso rincorrono Matteo Salvini.

Mdp e Sinistra italiana però annunciano il loro sostegno nel ballottaggio.
Sono compagni confusi, a forza di spostarsi a sinistra sono finiti a destra.

Voi non ci siete neppure arrivati al secondo turno.
Abbiamo fatto delle scelte, recidendo i rapporti con balneari e affini. C’era un prezzo da pagare, ma siamo pur sempre il secondo partito nel Municipio. Con un futuro.

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La sinistra difende il popolo e non le élite

Intervista di Tommaso Ciriaco, la Repubblica, venerdì 20 ottobre.

Presidente Matteo Orfini, il Pd continua a chiedere che Visco non venga riconfermato. Non intendete fermarvi?

«Sono colpito dalle reazioni contro il Pd. E, soprattutto, dagli argomenti usati. Non uno che abbia avuto il coraggio di dire che serve continuità in Bankitalia perché in questi anni ha vigilato bene sulle crisi bancarie. E sa perché? Perché sanno tutti che qualcosa non ha funzionato, quindi ne fanno tutti una questione di metodo… Ma c’è davvero chi pensa che di fronte agli attacchi il Pd non andrà comunque fino in fondo per accertare la verità?».

Può chiederlo al governo, che voleva confermare Visco, fino alla vostra mozione.

«Guardi che la mozione è stata presentata con il parere positivo del governo».

Ottenuto dopo molte pressioni e solo all’ultimo secondo. Così mettete Gentiloni in seria difficoltà, non le pare?

«C’era il parere positivo del governo. In ogni caso abbiamo sempre detto che ci affidiamo alla volontà del presidente del Consiglio, che ha capacità e competenze per risolvere situazioni complicate come queste. Piuttosto, è surreale che in una Repubblica parlamentare si consideri un’inaccettabile ingerenza del Parlamento la volontà di ragionare su quanto accaduto nella vigilanza bancaria. Ma mi arrabbio soprattutto quando vedo le simpatiche alzate di sopracciglio di quella sinistra che dà battaglia nei convegni, ma appena serve è in prima linea per difendere i salotti buoni e l’establishment del Paese».

Non sono toni al limite del grillismo?

«Ma quale grillismo, in questi vent’anni abbiamo pagato un prezzo altissimo a causa di alcune scelte. E tutto perché alcuni leader di sinistra provenienti dalla mia stessa storia e i loro variegati epigoni hanno sofferto un’ansia di legittimazione dell’establishment e difeso l’indifendibile. Hanno fatto scempio con le privatizzazioni, svendendo pezzi di Paese e imposto scelte assurde come il fiscal compact durante il governo Monti. Questo ha provocato una frattura tra sinistra e popolo».

Se la prende con i salotti, ma le critiche sono di Veltroni, Napolitano, Prodi. Come replicate?

«Che sono posizioni assolutamente legittime. E che non le condivido assolutamente».

E Mattarella? Anche lui era orientato alla riconferma di Visco.

«Non ho idea della volontà del presidente su questo punto. Come sempre, ci affidiamo al suo giudizio. D’altra parte, non abbiamo detto “questo governatore sì, questo no”, ma abbiamo espresso un giudizio politico».

Con cui avete sfiduciato Visco. C’è chi dice anche che la commissione d’inchiesta sulle banche sia una ritorsione contro di lui.

«Ma quale ritorsione, cerchiamo la verità. Guardi che nella legge istitutiva della commissione c’è un punto che chiede la verifica dell’adeguatezza della vigilanza».

I risultati possono indebolire un governatore eventualmente riconfermato?

«L’esito dei lavori della commissione arriverà tra diversi mesi, a nomina già fatta. È ovvio che i lavori sono finalizzati a ricercare la verità. E su questo il Pd, nonostante le ingerenze, non si fermerà. Deve avere paura solo chi teme la verità, certo non noi».

Salvini chiede l’audizione immediata di Visco in commissione, cosa farete?

«Salvini stia sereno. Convocheremo Visco, ma dopo aver acquisito e letto i documenti – alcuni dei quali secretati – di Banca d’Italia».

Con Boschi al governo non prestate il fianco alle critiche delle opposizioni, che legano questa vicenda a Banca Etruria?

«Senta, questo modo di affrontare le cose mostra il tentativo di buttare tutto in caciara, come si dice a Roma. Noi non abbiamo nulla da nascondere. E ricordo che i vertici di Banca Etruria, tra cui papà Boschi, sono stati commissariati durante il governo Renzi».

Non è che attaccate Visco per indebolire anche Mario Draghi, carta istituzionale in caso di stallo politico? A pensar male si fa peccato, ma si indovina?

«Non era Draghi a vigilare sulle banche».

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Su ius soli il governo deve porre la fiducia

Intervista di Tommaso Ciriaco, la Repubblica, 27 settembre

«La fiducia è l’unico modo per approvare lo ius soli. Confidiamo nel lavoro di Gentiloni, perché il Pd vuole portare a casa questa legge». Parola del Presidente dem Matteo Orfini, dopo lo stop di Alfano.

Dice Ap: non se ne parla, il governo non è un monocolore del Pd.
«Veramente è arrivato un messaggio ancora peggiore. Si oppongono alla legge non perché sbagliata, ma perché non conviene. Dicono che non è opportuna perché gli italiani non la comprenderebbero. La politica ha il dovere di guidare l’opinione pubblica, non di farsi guidare inseguendo i sondaggi, soprattutto se sono in ballo i diritti delle persone. Altrimenti hanno un’ idea piccola della politica».

Il Pd si arrende o farà l’impossibile per portare a casa il risultato?
«La partita finisce quando l’arbitro fischia. Non rinunciamo all’obiettivo. La posizione di Ap è sbagliata, quella di Alfano contraddittoria: due anni fa votarono alla Camera lo stesso, identico testo. E poi le loro motivazioni sono sbagliate e gravi».

Con Ap, tra l’altro, governate da quattro anni. Ora vanno a destra?
«Senta, di fronte a diritti negati a quei bambini non voglio sovrapporre altri ragionamenti, interessi o strategie. Con Ap su molto abbiamo trovato una sintesi, su altro meno: ma questo per il Pd è un punto determinate».

Ci sono ancora margini per convincere Alfano?
«Si deve andare avanti nel confronto per convincere Ap ad approvare lo ius soli. Contestualmente, dobbiamo lavorare per trovare comunque al Senato i numeri necessari per la legge».

A chi pensa?
«Passi positivi sono stati fatti. Sinistra Italiana si è impegnata ad approvare la fiducia tecnica, spero che altre forze offrano spiragli e non si rassegnino a un’ inerzia spaventata».

Pensa ai Cinque Stelle?
«Anche, ma non solo. Credo che dobbiamo fare appello a tutti i parlamentari. Riflettano: negare un diritto a bambini che sono in tutto e per tutto italiani, salvo che per un assurdo vuoto normativo, non fa onore a nessuno».

Orfini, dopo il rinvio di luglio Gentiloni si muove in modo un po’ troppo timido?
«Ma no, Gentiloni ha tutti gli strumenti per lavorare e costruire questa maggioranza, sono certo che lo farà con la consueta sapienza. Il rinvio era per salvare lo ius soli. Fossimo andati in Aula a luglio, saremmo andati sotto al primo emendamento, affossando definitivamente la legge in questa legislatura. Noi, comunque, non rinunciamo a fare tutto quello che serve per approvare il testo».

L’unica strada a questo punto è la fiducia, non le pare?
«Lo dissi mesi fa, quando ero reggente del Pd, perché di fronte all’ostruzionismo minacciato dalla destra la fiducia è l’unico modo per approvare la legge. È naturale che prima di mettere la fiducia il premier debba verificare che questa fiducia ci sia, anche perché nel frattempo dobbiamo garantire la legge di stabilità».

Quindi il nodo va affrontato solo dopo la stabilità? Non è tardi?
«Gentiloni ha detto che approveremo lo ius soli in autunno, stagione che è iniziata cinque giorni fa: abbiamo ancora tempo per lavorarci. È ovvio che essendo a fine legislatura abbiamo poco tempo per fare cose importanti».

Eppure la propaganda è opposta. Dicono non sia il momento adatto a causa dell’immigrazione e del terrorismo. E la Merkel ha sofferto la vicenda dei rifugiati.
«Ma proprio per questo è il momento adatto: aumentando l’integrazione ed evitando la marginalizzazione, aumenta la sicurezza. La destra racconta, in modo indecente, che la legge serve a dare la cittadinanza agli immigrati che arrivano con i barconi: è un falso. Vogliamo riconoscere la cittadinanza a chi è nato in Italia e ha completato un ciclo scolastico. Non si governa con la paura, la sinistra è un’altra cosa».

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La battaglia contro il razzismo sia la missione del Pd

Intervista di Mauro Favale, la Repubblica, lunedì 4 settembre

 

Le Regionali in Sicilia sono una cosa, le Politiche un’altra. E dunque, secondo Matteo Orfini, 43 anni, presidente del Partito democratico, la «coalizione più larga possibile che stiamo provando a costruire nell’isola attorno alla figura di Fabrizio Micari», quella che va da Angelino Alfano a Giuliano Pisapia, «non potrà essere riproposta a livello nazionale».

Perché?
«Perché la legge elettorale per le Politiche non prevede le coalizioni».

Potreste sempre provare a cambiarla.
«Ci proveremo, certo, ma le possibilità di riuscirci mi sembrano quasi nulle. Non vedo nelle altre forze la volontà di cercare un accordo.

D’altra parte, come si fa, a pochi mesi dal voto, a fare una riforma contro qualcuno?
Per cambiare la legge elettorale dovremmo avere un accordo che tenga insieme noi, Forza Italia, la Lega e i 5 Stelle. Mi sembra molto complicato. E finora le nostre proposte hanno ricevuto sempre dei no».

Quindi alle Politiche ognuno per sé?
«Ciascuno si misurerà con le proprie forze e poi le alleanze si costruiranno il giorno dopo, in base ai risultati. E se un elettore di centrosinistra vuole avere garanzie che non ci sia il rischio di larghe intese o di maggioranze spurie ha un solo modo: votare il Pd e aiutarlo a raggiungere il premio di maggioranza».

Puntate da soli al 40%?
«Quello è il bacino potenziale che il Pd ha dimostrato di poter raccogliere quando sa essere aperto e inclusivo. In questi mesi dobbiamo costruire le condizioni per avvicinarci a quel risultato».

Altrimenti?
«Altrimenti proveremo a costruire una maggioranza con forze omogenee».

Non è detto che basti: sicuro che poi non si arrivi a un governissimo?
«Trovo assurdo parlarne ora. Questo è un pezzo del nostro dibattito interno ma adesso dobbiamo provare a vincere le elezioni da soli. Se non ci riusciremo affronteremo insieme questa discussione. Ma io non rinuncio all’obiettivo».

E in Sicilia, invece?
«Anche in Sicilia vogliamo vincere. Per questo stiamo cercando di costruire la coalizione più larga possibile».

Attorno a Fabrizio Micari? Il rettore si aspetta un esplicito appoggio di Matteo Renzi.
«Siamo tutti impegnati a sostenerlo. Attorno a Micari abbiamo il dovere di presentare una coalizione larga, su uno schema che le forze di sinistra ci avevano chiesto dopo la vittoria di Leoluca Orlando a Palermo».

Ma Mdp non vuole Alfano e con Sinistra italiana andrà su Claudio Fava.
«Segnalo che nella coalizione a sostegno di Orlando, Mdp stava con Alfano. Questa vicenda mi sembra surreale. Mi pare che l’unico obiettivo di Mdp e delle forze di sinistra sia fare di tutto per far perdere il Pd».

Le primarie in Sicilia possono essere uno strumento per arrivare all’ unità del centrosinistra? Le chiede anche il governatore uscente Crocetta.
«È importante che Crocetta faccia parte di questa coalizione: il suo profilo è indispensabile per poter competere adeguatamente. Le primarie, invece, non mi sembrano all’ordine del giorno. Le elezioni sono vicine, è ora di partire con la campagna elettorale».

I sondaggi, però, vi vedono molto indietro rispetto a centrodestra e M5S.
«I sondaggi dicono che se c’è la coalizione siamo in partita».

Una sconfitta in Sicilia può mettere in discussione la linea di Renzi?
«Renzi ha vinto le primarie. Si va avanti con questo assetto».

Passando al governo, dopo l’approvazione della manovra la legislatura si considererà conclusa o c’è spazio per fare anche altro? Lo ius soli?
«Lo ius soli va fatto. Ci siamo assunti un impegno, dovevamo farlo prima dell’estate. Gentiloni ha chiesto di aspettare l’autunno. Ora l’autunno è quasi arrivato e dobbiamo trovare il modo per approvarlo. Poi, dopo la manovra bisognerà provare con la legge elettorale. Ma se non ci fossero le condizioni per modificarla non so quanto senso avrebbe andare avanti».

Il ministro Minniti ha temuto per la tenuta democratica del Paese sulla questione migranti. È d’accordo?
«Minniti voleva dire una cosa ovvia, e cioè che il governo dei flussi migratori fa parte del futuro dell’Occidente, produce tensioni e difficoltà di gestione. Non vedo, però, un rischio per il Paese. Il governo su questo fronte sta agendo bene ma dobbiamo aggiungere due elementi alla nostra azione: è bene gioire perché gli arrivi si sono ridotti. Ma se i migranti non arrivano perché muoiono nel deserto anziché in mare o vengono rinchiusi nei campi di concentramento in Libia c’è davvero poco da esser contenti. Se investiamo nel rapporto con la Libia dobbiamo esigere il rispetto dei diritti umani. E poi c’è una battaglia culturale da fare contro il razzismo montante. È il dovere di una grande forza di centrosinistra».