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Su ius soli il governo deve porre la fiducia

Intervista di Tommaso Ciriaco, la Repubblica, 27 settembre

«La fiducia è l’unico modo per approvare lo ius soli. Confidiamo nel lavoro di Gentiloni, perché il Pd vuole portare a casa questa legge». Parola del Presidente dem Matteo Orfini, dopo lo stop di Alfano.

Dice Ap: non se ne parla, il governo non è un monocolore del Pd.
«Veramente è arrivato un messaggio ancora peggiore. Si oppongono alla legge non perché sbagliata, ma perché non conviene. Dicono che non è opportuna perché gli italiani non la comprenderebbero. La politica ha il dovere di guidare l’opinione pubblica, non di farsi guidare inseguendo i sondaggi, soprattutto se sono in ballo i diritti delle persone. Altrimenti hanno un’ idea piccola della politica».

Il Pd si arrende o farà l’impossibile per portare a casa il risultato?
«La partita finisce quando l’arbitro fischia. Non rinunciamo all’obiettivo. La posizione di Ap è sbagliata, quella di Alfano contraddittoria: due anni fa votarono alla Camera lo stesso, identico testo. E poi le loro motivazioni sono sbagliate e gravi».

Con Ap, tra l’altro, governate da quattro anni. Ora vanno a destra?
«Senta, di fronte a diritti negati a quei bambini non voglio sovrapporre altri ragionamenti, interessi o strategie. Con Ap su molto abbiamo trovato una sintesi, su altro meno: ma questo per il Pd è un punto determinate».

Ci sono ancora margini per convincere Alfano?
«Si deve andare avanti nel confronto per convincere Ap ad approvare lo ius soli. Contestualmente, dobbiamo lavorare per trovare comunque al Senato i numeri necessari per la legge».

A chi pensa?
«Passi positivi sono stati fatti. Sinistra Italiana si è impegnata ad approvare la fiducia tecnica, spero che altre forze offrano spiragli e non si rassegnino a un’ inerzia spaventata».

Pensa ai Cinque Stelle?
«Anche, ma non solo. Credo che dobbiamo fare appello a tutti i parlamentari. Riflettano: negare un diritto a bambini che sono in tutto e per tutto italiani, salvo che per un assurdo vuoto normativo, non fa onore a nessuno».

Orfini, dopo il rinvio di luglio Gentiloni si muove in modo un po’ troppo timido?
«Ma no, Gentiloni ha tutti gli strumenti per lavorare e costruire questa maggioranza, sono certo che lo farà con la consueta sapienza. Il rinvio era per salvare lo ius soli. Fossimo andati in Aula a luglio, saremmo andati sotto al primo emendamento, affossando definitivamente la legge in questa legislatura. Noi, comunque, non rinunciamo a fare tutto quello che serve per approvare il testo».

L’unica strada a questo punto è la fiducia, non le pare?
«Lo dissi mesi fa, quando ero reggente del Pd, perché di fronte all’ostruzionismo minacciato dalla destra la fiducia è l’unico modo per approvare la legge. È naturale che prima di mettere la fiducia il premier debba verificare che questa fiducia ci sia, anche perché nel frattempo dobbiamo garantire la legge di stabilità».

Quindi il nodo va affrontato solo dopo la stabilità? Non è tardi?
«Gentiloni ha detto che approveremo lo ius soli in autunno, stagione che è iniziata cinque giorni fa: abbiamo ancora tempo per lavorarci. È ovvio che essendo a fine legislatura abbiamo poco tempo per fare cose importanti».

Eppure la propaganda è opposta. Dicono non sia il momento adatto a causa dell’immigrazione e del terrorismo. E la Merkel ha sofferto la vicenda dei rifugiati.
«Ma proprio per questo è il momento adatto: aumentando l’integrazione ed evitando la marginalizzazione, aumenta la sicurezza. La destra racconta, in modo indecente, che la legge serve a dare la cittadinanza agli immigrati che arrivano con i barconi: è un falso. Vogliamo riconoscere la cittadinanza a chi è nato in Italia e ha completato un ciclo scolastico. Non si governa con la paura, la sinistra è un’altra cosa».

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La battaglia contro il razzismo sia la missione del Pd

Intervista di Mauro Favale, la Repubblica, lunedì 4 settembre

 

Le Regionali in Sicilia sono una cosa, le Politiche un’altra. E dunque, secondo Matteo Orfini, 43 anni, presidente del Partito democratico, la «coalizione più larga possibile che stiamo provando a costruire nell’isola attorno alla figura di Fabrizio Micari», quella che va da Angelino Alfano a Giuliano Pisapia, «non potrà essere riproposta a livello nazionale».

Perché?
«Perché la legge elettorale per le Politiche non prevede le coalizioni».

Potreste sempre provare a cambiarla.
«Ci proveremo, certo, ma le possibilità di riuscirci mi sembrano quasi nulle. Non vedo nelle altre forze la volontà di cercare un accordo.

D’altra parte, come si fa, a pochi mesi dal voto, a fare una riforma contro qualcuno?
Per cambiare la legge elettorale dovremmo avere un accordo che tenga insieme noi, Forza Italia, la Lega e i 5 Stelle. Mi sembra molto complicato. E finora le nostre proposte hanno ricevuto sempre dei no».

Quindi alle Politiche ognuno per sé?
«Ciascuno si misurerà con le proprie forze e poi le alleanze si costruiranno il giorno dopo, in base ai risultati. E se un elettore di centrosinistra vuole avere garanzie che non ci sia il rischio di larghe intese o di maggioranze spurie ha un solo modo: votare il Pd e aiutarlo a raggiungere il premio di maggioranza».

Puntate da soli al 40%?
«Quello è il bacino potenziale che il Pd ha dimostrato di poter raccogliere quando sa essere aperto e inclusivo. In questi mesi dobbiamo costruire le condizioni per avvicinarci a quel risultato».

Altrimenti?
«Altrimenti proveremo a costruire una maggioranza con forze omogenee».

Non è detto che basti: sicuro che poi non si arrivi a un governissimo?
«Trovo assurdo parlarne ora. Questo è un pezzo del nostro dibattito interno ma adesso dobbiamo provare a vincere le elezioni da soli. Se non ci riusciremo affronteremo insieme questa discussione. Ma io non rinuncio all’obiettivo».

E in Sicilia, invece?
«Anche in Sicilia vogliamo vincere. Per questo stiamo cercando di costruire la coalizione più larga possibile».

Attorno a Fabrizio Micari? Il rettore si aspetta un esplicito appoggio di Matteo Renzi.
«Siamo tutti impegnati a sostenerlo. Attorno a Micari abbiamo il dovere di presentare una coalizione larga, su uno schema che le forze di sinistra ci avevano chiesto dopo la vittoria di Leoluca Orlando a Palermo».

Ma Mdp non vuole Alfano e con Sinistra italiana andrà su Claudio Fava.
«Segnalo che nella coalizione a sostegno di Orlando, Mdp stava con Alfano. Questa vicenda mi sembra surreale. Mi pare che l’unico obiettivo di Mdp e delle forze di sinistra sia fare di tutto per far perdere il Pd».

Le primarie in Sicilia possono essere uno strumento per arrivare all’ unità del centrosinistra? Le chiede anche il governatore uscente Crocetta.
«È importante che Crocetta faccia parte di questa coalizione: il suo profilo è indispensabile per poter competere adeguatamente. Le primarie, invece, non mi sembrano all’ordine del giorno. Le elezioni sono vicine, è ora di partire con la campagna elettorale».

I sondaggi, però, vi vedono molto indietro rispetto a centrodestra e M5S.
«I sondaggi dicono che se c’è la coalizione siamo in partita».

Una sconfitta in Sicilia può mettere in discussione la linea di Renzi?
«Renzi ha vinto le primarie. Si va avanti con questo assetto».

Passando al governo, dopo l’approvazione della manovra la legislatura si considererà conclusa o c’è spazio per fare anche altro? Lo ius soli?
«Lo ius soli va fatto. Ci siamo assunti un impegno, dovevamo farlo prima dell’estate. Gentiloni ha chiesto di aspettare l’autunno. Ora l’autunno è quasi arrivato e dobbiamo trovare il modo per approvarlo. Poi, dopo la manovra bisognerà provare con la legge elettorale. Ma se non ci fossero le condizioni per modificarla non so quanto senso avrebbe andare avanti».

Il ministro Minniti ha temuto per la tenuta democratica del Paese sulla questione migranti. È d’accordo?
«Minniti voleva dire una cosa ovvia, e cioè che il governo dei flussi migratori fa parte del futuro dell’Occidente, produce tensioni e difficoltà di gestione. Non vedo, però, un rischio per il Paese. Il governo su questo fronte sta agendo bene ma dobbiamo aggiungere due elementi alla nostra azione: è bene gioire perché gli arrivi si sono ridotti. Ma se i migranti non arrivano perché muoiono nel deserto anziché in mare o vengono rinchiusi nei campi di concentramento in Libia c’è davvero poco da esser contenti. Se investiamo nel rapporto con la Libia dobbiamo esigere il rispetto dei diritti umani. E poi c’è una battaglia culturale da fare contro il razzismo montante. È il dovere di una grande forza di centrosinistra».

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Scappare dalla guerra non è una colpa. Il Pd contrasti la deriva razzista

Intervista di Carlo Bertini, La Stampa, martedì 29 agosto

«Io condivido tutte le scelte del governo, ma ci sono alcune cose da registrare: va messo al centro il tema delle garanzie per chi non arriva più in Libia e dalla Libia. E per chi sente l’obbligo di salvare vite umane è normale considerare le Ong alleati e non nemici».

Matteo Orfini, presidente del Pd, è convinto che si debba «combattere una battaglia culturale contro il clima razzista che cresce nel paese. Una persona che fugge dalla fame e dalla guerra non è un colpevole», quindi «anche i fatti come quelli di Roma non si devono ripetere». Orfini trova «inquietanti le frasi di chi definisce quelle agghiaccianti scene operazioni di cleaning». Per questo lancia uno strale contro «la doppia insufficienza dell’amministrazione capitolina e della prefettura».

Ma la soddisfa l’ azione del governo sul tema più spinoso su cui si giocheranno le prossime elezioni?
«Quanto fatto dal Viminale per ridurre i flussi è positivo, ma bisogna avere delle garanzie, come chiesto dal nostro governo: evitare che i campi di accoglienza in Libia siano campi di concentramento e rafforzare una seria funzione di verifica e di controllo internazionale, affinché chi oggi scappa possa vivere una vita dignitosa. Insomma, bene che arrivino meno migranti, ma non perché muoiano prima di salire sui barconi. Garantiamo standard di rispetto dei diritti umani. E va fatta una battaglia per non cedere al razzismo: spaventa che anche sindaci del Pd usino parole inaccettabili. I problemi vanno gestiti, ma dobbiamo ricordarci che si tratta di persone senza colpa, se non quella di cercare di scappare dalla morte certa».
L’ Europa ci darà una mano?
«Cercare di coinvolgere l’ Europa nella gestione dei flussi è stato difficilissimo, ma qualche risultato lo stiamo cominciando a ottenere, come dimostra l’esito del vertice di Parigi. Fin qui l’ Italia è stata lasciata sola. Il tentativo di coinvolgere la Libia e gli altri paesi africani è importante se si ricorda che chi ha diritto ad essere accolto, deve essere accolto con decoro e dignità. Se a Roma quei rifugiati occupavano un palazzo abusivo era colpa di un sistema di accoglienza che non aveva funzionato al meglio».

Il Pd è bersaglio di strali da sinistra sul tema dei diritti. Rischiate di pagare uno scotto col vostro mondo di riferimento?
«C’è una sinistra salottiera che trova ragione di esistere solo nell’attaccare noi. Siamo l’unica forza politica in Europa che si sta facendo carico di gestire una questione così complessa. Anche noi avremmo commesso errori o possiamo aver trasmesso un atteggiamento sbagliato, ma i fatti parlano a dispetto delle accusa di chi vuole lucrare lo zero virgola in termini elettorali, in modo del tutto speculare a Salvini».

A proposito di elezioni, sul voto per la Sicilia si consuma un altro strappo a sinistra. Un regalo agli avversari?
«Ecco, questo è un atteggiamento esplicito di tafazzismo; è stata proprio la sinistra a chiedere la costruzione di un fronte largo a Palermo, del quale facevano parte anche i moderati. Abbiamo vinto il Comune e siamo andati avanti con la stessa coalizione che volevamo riproporre sul fronte regionale. Ma ciò che andava bene ieri, non va bene oggi. Un altro prodotto del campionario di coerenza di certi compagni…».

Una scelta strategica per distanziarsi da chi occhieggia a Berlusconi?
«No, Mdp è un soggetto politico nato con la sola ragione di tentare di far perdere il Pd. Non di far vincere la sinistra. Volevano fare il nuovo Ulivo e invece rifanno Rifondazione comunista».

Sta dicendo che vogliono far perdere Renzi per indebolirlo alle politiche?
«Mi pare che la strategia sia quella di favorire le nuove destre, 5Stelle compresi. Di fronte a queste scelte del resto festeggiano Grillo e Salvini, non il proletariato».

La legislatura andrebbe chiusa dopo il voto sulla manovra?
«Mi pare un dato oggettivo: dobbiamo chiudere le leggi urgenti e approvare quella di bilancio. Visto che poi nutro poca speranza che si riesca ad omogeneizzare le due leggi elettorali, bisogna valutare se dopo il varo della manovra questo Parlamento sia in grado di fare altre cose buone per il paese».

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Un grande Pd per l’Italia

Intervista di Carlo Bertini, la Stampa, venerdì 21 luglio

«Certo che, per tutti i nostalgici delle coalizioni, si misura molto bene in questa fase quanto sia faticoso procedere così, tra un veto e l’altro, con il rischio di uno stallo».
Matteo Orfini, presidente del Pd, ha gioco facile a bocciare la primazia delle coalizioni, in una fase in cui il governo è paralizzato dai veti di piccoli partiti.

Come farete ad andare avanti fino a Natale così?
«Abbiamo grande fiducia in Gentiloni e questo ci conforta anche se siamo sconcertati del comportamento dei nostri alleati. C’è chi ha fatto addirittura una scissione dal Pd con il solo argomento di rafforzare il governo, salvo iniziare il giorno dopo a votargli contro. Ora vedo che si tenta di far prevalere gli egoismi di partiti anche sul fronte moderato. Noi sosteniamo il nostro governo e ci aspettiamo altrettanto senso di responsabilità».

Bisognerebbe siglare un patto di fine legislatura con Mdp e Ap?
«È chiaro che ci sono alcune urgenze e passaggi obbligati, come la legge di stabilità e ce sono anche altri, ma l’agenda spetta al premier fissarla. È giusto che ci diamo obiettivi ragionevoli e li perseguiamo senza una tensione perenne».

Gentiloni doveva sfidare i veti di Ap sullo ius soli?
«Per me, che tenevo molto a quella legge, non sono state belle giornate vedere Salvini e Casapound festeggiare. Gentiloni ha più elementi per valutare, se ha deciso così lo ha fatto perchè la legge non sarebbe passata. E non ha rinunciato, ha rinviato a settembre, quando si dovrà approvare senza modifiche. Perché non regge la presa in giro di modificarla: significa affossarla».

Chiederete a Mattarella di esercitare moral suasion per far votare la legge di stabilità?
«Non penso vada tirato in ballo il presidente della Repubblica, ma dobbiamo cominciare a discutere della manovra: e tutti si devono far carico di approvarne una con le caratteristiche necessarie per la ripresa del paese. Niente aumenti di tasse, misure per l’occupazione e stabilizzare un pezzo del mondo del lavoro, riducendo il precariato. Queste alcune ricette giuste».

Con che strategia potete puntare a vincere le elezioni?
«La legge proporzionale obbliga a presentare il proprio progetto al paese. Dobbiamo costruire un grande Pd più largo e inclusivo: non ceto politico, ma relazioni con pezzi di società. Abbiamo due avversari, Grillo e la destra, sempre più sovrapponibili. E spero che dopo il voto si possa costruire un governo guidato dal Pd con altre forze di sinistra arrivate in Parlamento».

Un governo guidato da Renzi?
«Noi abbiamo stabilito che il nostro candidato premier lo facciamo scegliere agli elettori con le primarie. So che altri vorrebbero tornare ai tavoli della prima Repubblica. Io preferisco un modello europeo, dove fa il premier chi prende più voti e non chi raccoglie meno veti».

Cosa pensa dell’analisi di Parisi secondo cui Renzi è prigioniero del suo Io e votato a perdere?
«Mi pare sbagliata. Il Pd non è Renzi, ma una grande comunità: meglio perdere che perdersi lo diceva Parisi. Credo che in una fase come questa abbiamo bisogno di credere al progetto del Pd e capire come innovarlo. E la conferenza programmatica di ottobre è proprio questo. Se tutti smontano le tende e vengono a discutere fanno il bene del Pd. Ma una discussione si fa guardandosi negli occhi, non uno a casa, uno in tenda. Se si discute insieme del Pd lo rafforziamo».

Pensa sia possibile un esodo dal Pd, al momento di fare le liste elettorali, di tutte le correnti che verranno marginalizzate?
«La trovo una rappresentazione caricaturale, spero non ci sia nessuno che sta nel Pd in base ai posti che prende».

Ora che si è chiusa la vicenda di mafia­ capitale, ritiene di aver fatto pulizia a sufficienza nel Pd romano?
«Il partito è rigenerato e bonificato. La vicenda giudiziaria si è chiusa con la condanna di tutti gli esponenti Pd che erano indagati, ma anche con il riconoscimento che il Pd di Roma in quanto parte civile è leso dal comportamento dei condannati. Quello che mi pare importante è un riconoscimento del lavoro della procura di Roma che ha inferto un duro colpo alla criminalità».

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Un pezzo di paese si sente escluso. A questo lavori il Pd

Intervista di David Allegranti, Il Foglio, 4 luglio 2017
 

Si è appena concluso un fine settimana di duelli incrociati fra sinistra e centrosinistra (a quando un “nuovo” alterco sul trattino fra centro e sinistra?), su alleanze e dintorni. Matteo Orfini, presidente del Pd, dice al Foglio che la discussione è “surreale, non esiste e non è un tema per gli italiani, perché abbiamo una legge elettorale proporzionale che non prevede le coalizioni. Su questo ha ragione D’Alema a dire che le alleanze si fanno dopo le elezioni. Ecco, tutti noi vorremmo fare un governo di centrosinistra, ma dipende da quanto saremo forti. Logica vorrebbe che ci occupassimo, ognuno per la sua parte, del rapporto con il paese invece di chiuderci in una estenuante, divisiva e oltretutto sbagliata discussione sulla coalizione che non esiste. Tra l’altro, sta per cominciare la settima stagione del Trono di Spade, dibattiamo più seriamente su chi si allea per sconfiggere gli Estranei…”.

Ci si chiede come possano Pisapia, Bersani e Pd stare insieme, ma questo, osserva Orfini, “è un problema più loro che nostro. Noi siamo il più grande partito della sinistra d’Europa, abbiamo un’identità chiara, siamo il riformismo italiano di sinistra e abbiamo fatto il Pd per condurre una battaglia che cambi l’Europa. A sinistra del Pd possono nascere altre forze politiche, come nel resto del continente. Ma nessuno in Europa chiederebbe mai al principale soggetto del centrosinistra di occuparsi di soggetti più o meno alternativi. Programmaticamente, siamo orgogliosi del lavoro fatto, anche se restano errori da correggere”.

Per esempio?
“La gestione di alcune riforme non sono state all’altezza, penso a quella della scuola. Dopodiché, in un paese che si è rimesso in moto, in cui l’occupazione è stata creata e la ripresa è stata consolidata, anche se deve accelerare, ci viene chiesta discontinuità. Ma se a chiedercela è chi sosteneva acriticamente il governo Letta, io faccio fatica a partecipare a una discussione di questo tipo”.

Secondo lei quindi il governo Letta non funzionava?
“Lo dicono i dati, non lo dico io. E’ un governo che non ha fatto granché. Ora noi abbiamo il dovere di costruire attorno a un progetto riformista per l’Italia un partito più forte, largo inclusivo. Facciamo il ‘grande Pd’: ricominciamo a parlare con pezzi di società, di mondo della cultura, con gli intellettuali, con il mondo del lavoro. In alcuni casi abbiamo praticato un riformismo introverso, adesso dobbiamo allargarci. E’ quello che abbiamo fatto nel fine settimana a Milano. In due giorni abbiamo rinunciato a parlare noi e abbiamo fatto salire sul palco un po’ di italiani che fanno cose importanti”.

Insomma, il ritorno della società civile.
“La retorica della società civile che andava negli anni Novanta è finita e per fortuna superata. Serve piuttosto un soggetto politico che parli con il paese. Le riforme si fanno con gli italiani, non per conto degli italiani, che vanno coinvolti. Quando noi diciamo che dobbiamo recuperare il voto dei ceti popolari o delle periferie più deboli, la risposta non può essere quella di Franceschini, che pensa di recuperarli facendo un’alleanza di ceto politico da Alfano a Pisapia. A Tor Bella Monaca non mi chiedono con chi mi alleo. Quel distacco dalla politica e dalla sinistra, peraltro, non lo recuperi semplicemente con le politiche, perché non bastano investimenti come il reddito inclusivo o l’intervento sulle periferie. C’è un pezzo di paese che si sente escluso. E a questo serve un partito, non a discutere di Pisapia e Bersani”.

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando, suo ex amico, propone un referendum nel Pd sull’alleanza con Berlusconi.
“Sì, il referendum lo possiamo anche fare sull’esistenza di Babbo Natale o sull’Isola che non c’è… E’ un tema che non esiste, poi possiamo sottoporre a referendum anche un gioco di società, ma è una perdita di tempo”.

Esclude quindi qualsiasi alleanza con Berlusconi in futuro?
“Noi siamo alternativi a Berlusconi, ma per evitare le larghe intese bisogna che il Pd prenda tanti voti. Larghe intese che peraltro abbiamo già fatto, perché il Pd era andato male alle elezioni, con Orlando ministro, Speranza capogruppo e Letta presidente del Consiglio. Se continuiamo con questa discussione surreale che appassiona quattro persone in Italia a occhio e croce vince la destra, se è unita, o Grillo”.

Anche perché, come risulta evidente dalle amministrative, “ci sono pezzi di società che comunque non ci votano, come i ceti popolari o i giovani. Serve dunque una risposta non politicista, come quella sulle coalizioni, ma sul ruolo e la funzione di un partito. Se hai un partito che ti obbliga a sviluppare tutta l’attività politica attorcigliata al suo interno, è chiaro che fai fatica a conquistare pezzi di società. Un ragazzo di 20 anni, che ha passione politica, non vuole fare peacekeeping mettendo ordine, in una sezione, fra turchi, franceschiniani e renziani. Quando abbiamo organizzato l’iniziativa delle magliette gialle invece i giovani hanno partecipato”.

Poi, dice Orfini, ci sono “temi politici di cui occuparci, come il lavoro autonomo, le partite iva e gli incentivi per prendere casa in affitto – su questi temi non abbiamo fatto abbastanza – e temi simbolici. Per esempio, stiamo per approvare una legge sulla tortura che per come è scritta è inutile. Ce l’ha detto anche l’Europa, è fatta di compromessi al ribasso. In un paese che ha avuto i casi Cucchi, Aldrovandi, Genova, ci vorrebbe maggior coraggio”.

Insomma, “dobbiamo riconnetterci con questi mondi. Abbiamo fatto un lavoro mostruoso al governo, ma ci siamo dimenticati del partito e della sua funzione”.

Secondo lei ci saranno altre uscite?
“Credo che ci saranno più ingressi che uscite. Associazioni, personalità che arriveranno. Ci stiamo lavorando. Lo abbiamo già visto alle amministrative: c’è un mondo civico di varia natura che deve trovare nel Pd la sua casa. Ci sono tante realtà moderate e di sinistra che potrebbero venire a darci una mano per farci prendere tanti voti ed evitare accrocchi e larghe intese”.

E a Prodi che dice?
“Che è faticoso discutere con uno che sta in una tenda. Prodi la smonti e venga a discutere a casa, per fare una discussione seria nel partito che ha fondato. Anche perché oggi si ricordano con nostalgia epoche rimuovendone però gli elementi negativi. Eppure quelle non furono stagioni straordinarie. Ci ricordiamo il tavolo dell’Unione sovraffollato, i continui ricatti a Prodi su qualunque questione, i trotzkisti che condizionavano la maggioranza di governo. Quindi quando oggi, rifacendosi a quelle stagioni, si parla di coalizioni e maggioritario, io mi preoccupo. Noi siamo orgogliosi di quella storia – è grazie all’Ulivo che c’è il Pd – ma a distanza di decenni possiamo riconoscerne oltre ai meriti anche i limiti. La precarizzazione della vita di tanti giovani iniziò lì, perché creammo flessibilità, ed era giusto farlo, ma non adeguammo il welfare. Un pezzo dei problemi e delle fatiche di oggi nascono dalla precarizzazione di quegli anni. Attenzione a evocare il passato, pensiamo al futuro. Senza mitizzare nulla. Prodi torni a casa. Abbiamo bisogno di lui, per noi è come un padre. E con i padri spesso si discute, a volte si litiga, ma non si smette mai di volersi bene”.

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Pd deve essere luogo aperto. Assemblea dei circoli dà avvio ai cantieri

Intervista di Giovanna Casadio, la Repubblica, 29 giugno 2017

Orfini, piovono le critiche di Prodi, di Veltroni, di Franceschini su Renzi e la sua linea politica, forse è il caso di cambiare strada?
«Discutiamo. Per questo è stata convocata la Direzione il 10 luglio. Però a patto di avere rispetto per il Pd, che non è di Renzi, non è di Orfini o di Franceschini ma dei suoi elettori. Al nostro congresso circa due milioni di italiani hanno scelto un leader, Matteo Renzi e una linea politica. Il Pd è di quei due milioni di elettori».

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In Campania, nella valle del Sarno, per rilanciare turismo e cultura

Ieri ho trascorso la giornata in Campania, insieme a tanti amministratori della valle del Sarno. Una zona che conosco bene, e nella quale sono stato spesso, sin quando mi occupavo di informazione e cultura nella segreteria nazionale del Partito Democratico. Una terra bella e ricca di storia, archeologica e industriale, ma anch’essa dinanzi alla sfida della riconversione produttiva, della difesa del patrimonio artistico e ambientale, del rilancio dell’economia e dell’identità del proprio territorio.
Ed infatti ieri, nello splendido cortile del Museo archeologico, nel cuore del centro storico della città di Sarno, abbiamo discusso proprio di valorizzare e rilanciare la vocazione turistica e culturale di quelle comunità. Con tanti comuni piccoli e medi, che hanno bisogno di unirsi per portare avanti progetti importanti di sviluppo comprensoriali e di scala: e che soprattutto hanno la necessità di incontrare politiche nazionali in grado di supportarli. D’altronde è proprio una strategia complessiva quello che è mancato per lungo tempo nel nostro Paese. Penso a come tuttora le politiche culturali siano schiacchiate da una riforma, quella del titolo V, che invece di semplificare i procedimenti ha creato e crea un numero sempre maggiore di contenziosi tra i diversi livelli di competenza. Oppure penso al fatto che è mancato – fino a inizio legislatura quando abbiamo approvato una legge a cui sono molto affezionato-  un riconoscimento professionale ai tantissimi e qualificati addetti al mondo della cultura, a riprova della sottovalutazione dell’importanza professionale, economica e umana di chi invece rappresenta una risorsa essenziale per tante nostre realtà. La bellezza della natura, la forza della storia e le più belle opere artistiche del mondo da sole, infatti, non sono sufficienti per fare di questo immenso patrimonio un volano di crescita e sviluppo del paese. Serve cura, serve una visione, servono politiche locali e nazionali adeguate, ma soprattutto serve la volontà di mettere questo modello di sviluppo al centro del nostro dibattito, la decisione di farne il tratto distintivo della nostra identità nazionale. E con orgoglio possiamo dire di averlo iniziato a fare nel modo più innovativo e coraggioso, con il governo Renzi, scegliendo di rispondere alla paura e al terrorismo, investendo di pari passo in cultura quanto in sicurezza, valorizzando siti come quello di Pompei, scegliendo direttori qualificati e dalla caratura internazionale per i nostri musei.
Non a caso, dal Bataclan al concerto di Ariana Grande, la cultura è il principale bersaglio di chi vuole colpire la nostra democrazia ed il nostro modello di sviluppo e convivenza.
Difenderla e rilanciarla, partendo dal basso e dalle nostre realtà locali, e potenziando risorse e politiche nazionali, è e sarà la nostra risposta.

 

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Col proporzionale le intese si fanno dopo le elezioni

Intervista di Giovanna Casadio, la Repubblica, 10 giugno 2017

«A meno di un miracolo». Matteo Orfini ai miracoli non crede. Quindi non ritiene «realistico» mettersi daccapo a trattare su una nuova legge elettorale.

Per il presidente del Pd il governo deve arrivare a fine legislatura. E a Pisapia suggerisce: «Tessa la sua tela politica», perché tanto con la legge elettorale proporzionale le alleanze si fanno dopo le elezioni, quindi «le primarie non avrebbero senso».

Orfini, sulla legge elettorale, si può ricominciare a trattare?
«Ricominciare si può, ma riuscirci è complicato e irrealistico.
Anche perché Di Maio ha dichiarato l’indisponibilità dei 5 Stelle, a dimostrazione che quanto accaduto in aula non era un incidente ma una linea».

Date la colpa ai 5 Stelle, ma avete avuto sempre il problema dei franchi tiratori?
«Al Pd sono mancati pochi voti, lo ritengo fisiologico. La legge elettorale è saltata perché nei 5 Stelle Fico ha messo in minoranza Di Maio e Di Battista. Forse dovevamo interloquire con Fico e non con Di Maio».

Cosa farete, adesso?
«Ci sono due leggi elettorali, figlie di due sentenze della Consulta quindi perfettamente costituzionali, ambedue di impianto simile, proporzionale, che noi avremmo voluto rendere omogenee, raccogliendo l’appello del presidente della Repubblica. Ci abbiamo provato, pagando un prezzo alto di critiche ingenerose per l’accordo, venute anche da dentro il Pd, da Prodi, da Veltroni, da Bindi. Fallito questo tentativo per responsabilità di altri, si può andare a votare a fine legislatura con le leggi vigenti».

 Servirebbe un decreto?
«Ritengo insidioso e sconsigliabile l’utilizzo di un decreto sulla legge elettorale».

Il Pd sosterrà davvero il governo fino a fine legislatura?
«Noi dem abbiamo assunto l’impegno a completare la legislatura e lo manterremo. Però vorremmo passare i prossimi mesi ad affrontare i problemi degli italiani, non come in un eterno gioco dell’oca, a parlare di legge elettorale».

Però Alfano gongola per il caos sulla legge elettorale; la Svp minaccia di uscire dalla maggioranza: il governo Gentiloni è più vicino all’implosione che a una sicura navigazione?
«Ognuno si assumerà le sue responsabilità. Quelli che ci accusavano di volere produrre la crisi, sistematicamente votano contro il governo come Mdp o alzano i toni come fa Alfano. Io penso invece che dobbiamo capire quali sono le priorità dei prossimi mesi: abbiamo molte riforme da completare».

Renzi farà un patto con Pisapia per il Senato, prevedendo primarie di coalizione come lo stesso Pisapia chiede?
«Con il proporzionale i patti si fanno dopo le elezioni e non prima. Ovviamente ritengo Pisapia più congeniale di Berlusconi, con cui non ho intenzione di immaginare alleanze. Ma con questo sistema elettorale ognuno tessa la sua tela e poi ci ritroveremo in Parlamento in base al consenso che i cittadini ci daranno. C’è una legge proporzionale che non prevede le coalizioni e quindi le primarie non avrebbero senso.
Invito a evitare insopportabili ipocrisie».

Chi è ipocrita?
«Ho letto che Bersani dice “votateci, noi con la destra non andremo mai”. Gli ricordo che lui con Berlusconi ha fatto il governo Letta e ci ha chiesto di votargli la fiducia. E ci ha fatto anche una campagna referendaria insieme».

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Non bisogna privatizzare per tagliare il debito senza un disegno industriale

Intervista di Paolo Pittaluga, Avvenire, 1 giugno 2017

Il presidente del Pd, Matteo Orfini, è a Chia per parlare di privatizzazione delle aziende pubbliche dei trasporti al congresso della Fit-Cisl.

«Abbiamo provato – riassume – a rimettere in moto un settore con una strategia che punta alla trasparenza anche negli appalti. Non è semplice perché dobbiamo recuperare qualche anno di ritardo, ma vogliamo andare avanti e, nonostante restino nodi da scegliere, l’impegno non viene meno». Impegno, appunto, perché sostituire 3.200 bus significherebbe, forse, anche fare ripartire un’industria quasi scomparsa in Italia. Ma le difficoltà sono tante e l’esempio della Toscana degli ultimi giorni è indicativo: dopo vari ricorsi al Tar la gara per il trasporto regionale è finita alla Corte di giustizia europea. «Avevamo l’esigenza di ridefinire la questione degli appalti – puntualizza Orfini –  ma siamo in un Paese dove dopo la gara si va avanti a ricorsi, basti vedere quanto accade per i direttori dei musei. È un fattore di scarsa competitività e si deve agire per non perdere ulteriore tempo e sprecare soldi».

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Si può vincere solo con un Pd davvero riformista

Intervista di Annalisa Cuzzocrea, la Repubblica, 08 maggio 2017.

Matteo Orfini, cosa insegna la vittoria di Macron al centrosinistra italiano?
«Il fatto che si sia affermato un riformista europeista è la dimostrazione che i populisti si possono battere».

A vincere, però, non sono i socialisti. È un partito nuovo come En marche, dal profilo indistinto.
«Macron non nasce dal nulla, era un ministro del governo socialista che ha fatto una scelta legata a vicende specifiche di quel Paese. E dimostra che quando la sinistra evita di chiudersi in una deriva minoritaria e settaria, è ancora in grado di convincere».
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