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In Campania, nella valle del Sarno, per rilanciare turismo e cultura

Ieri ho trascorso la giornata in Campania, insieme a tanti amministratori della valle del Sarno. Una zona che conosco bene, e nella quale sono stato spesso, sin quando mi occupavo di informazione e cultura nella segreteria nazionale del Partito Democratico. Una terra bella e ricca di storia, archeologica e industriale, ma anch’essa dinanzi alla sfida della riconversione produttiva, della difesa del patrimonio artistico e ambientale, del rilancio dell’economia e dell’identità del proprio territorio.
Ed infatti ieri, nello splendido cortile del Museo archeologico, nel cuore del centro storico della città di Sarno, abbiamo discusso proprio di valorizzare e rilanciare la vocazione turistica e culturale di quelle comunità. Con tanti comuni piccoli e medi, che hanno bisogno di unirsi per portare avanti progetti importanti di sviluppo comprensoriali e di scala: e che soprattutto hanno la necessità di incontrare politiche nazionali in grado di supportarli. D’altronde è proprio una strategia complessiva quello che è mancato per lungo tempo nel nostro Paese. Penso a come tuttora le politiche culturali siano schiacchiate da una riforma, quella del titolo V, che invece di semplificare i procedimenti ha creato e crea un numero sempre maggiore di contenziosi tra i diversi livelli di competenza. Oppure penso al fatto che è mancato – fino a inizio legislatura quando abbiamo approvato una legge a cui sono molto affezionato-  un riconoscimento professionale ai tantissimi e qualificati addetti al mondo della cultura, a riprova della sottovalutazione dell’importanza professionale, economica e umana di chi invece rappresenta una risorsa essenziale per tante nostre realtà. La bellezza della natura, la forza della storia e le più belle opere artistiche del mondo da sole, infatti, non sono sufficienti per fare di questo immenso patrimonio un volano di crescita e sviluppo del paese. Serve cura, serve una visione, servono politiche locali e nazionali adeguate, ma soprattutto serve la volontà di mettere questo modello di sviluppo al centro del nostro dibattito, la decisione di farne il tratto distintivo della nostra identità nazionale. E con orgoglio possiamo dire di averlo iniziato a fare nel modo più innovativo e coraggioso, con il governo Renzi, scegliendo di rispondere alla paura e al terrorismo, investendo di pari passo in cultura quanto in sicurezza, valorizzando siti come quello di Pompei, scegliendo direttori qualificati e dalla caratura internazionale per i nostri musei.
Non a caso, dal Bataclan al concerto di Ariana Grande, la cultura è il principale bersaglio di chi vuole colpire la nostra democrazia ed il nostro modello di sviluppo e convivenza.
Difenderla e rilanciarla, partendo dal basso e dalle nostre realtà locali, e potenziando risorse e politiche nazionali, è e sarà la nostra risposta.

 

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Col proporzionale le intese si fanno dopo le elezioni

Intervista di Giovanna Casadio, la Repubblica, 10 giugno 2017

«A meno di un miracolo». Matteo Orfini ai miracoli non crede. Quindi non ritiene «realistico» mettersi daccapo a trattare su una nuova legge elettorale.

Per il presidente del Pd il governo deve arrivare a fine legislatura. E a Pisapia suggerisce: «Tessa la sua tela politica», perché tanto con la legge elettorale proporzionale le alleanze si fanno dopo le elezioni, quindi «le primarie non avrebbero senso».

Orfini, sulla legge elettorale, si può ricominciare a trattare?
«Ricominciare si può, ma riuscirci è complicato e irrealistico.
Anche perché Di Maio ha dichiarato l’indisponibilità dei 5 Stelle, a dimostrazione che quanto accaduto in aula non era un incidente ma una linea».

Date la colpa ai 5 Stelle, ma avete avuto sempre il problema dei franchi tiratori?
«Al Pd sono mancati pochi voti, lo ritengo fisiologico. La legge elettorale è saltata perché nei 5 Stelle Fico ha messo in minoranza Di Maio e Di Battista. Forse dovevamo interloquire con Fico e non con Di Maio».

Cosa farete, adesso?
«Ci sono due leggi elettorali, figlie di due sentenze della Consulta quindi perfettamente costituzionali, ambedue di impianto simile, proporzionale, che noi avremmo voluto rendere omogenee, raccogliendo l’appello del presidente della Repubblica. Ci abbiamo provato, pagando un prezzo alto di critiche ingenerose per l’accordo, venute anche da dentro il Pd, da Prodi, da Veltroni, da Bindi. Fallito questo tentativo per responsabilità di altri, si può andare a votare a fine legislatura con le leggi vigenti».

 Servirebbe un decreto?
«Ritengo insidioso e sconsigliabile l’utilizzo di un decreto sulla legge elettorale».

Il Pd sosterrà davvero il governo fino a fine legislatura?
«Noi dem abbiamo assunto l’impegno a completare la legislatura e lo manterremo. Però vorremmo passare i prossimi mesi ad affrontare i problemi degli italiani, non come in un eterno gioco dell’oca, a parlare di legge elettorale».

Però Alfano gongola per il caos sulla legge elettorale; la Svp minaccia di uscire dalla maggioranza: il governo Gentiloni è più vicino all’implosione che a una sicura navigazione?
«Ognuno si assumerà le sue responsabilità. Quelli che ci accusavano di volere produrre la crisi, sistematicamente votano contro il governo come Mdp o alzano i toni come fa Alfano. Io penso invece che dobbiamo capire quali sono le priorità dei prossimi mesi: abbiamo molte riforme da completare».

Renzi farà un patto con Pisapia per il Senato, prevedendo primarie di coalizione come lo stesso Pisapia chiede?
«Con il proporzionale i patti si fanno dopo le elezioni e non prima. Ovviamente ritengo Pisapia più congeniale di Berlusconi, con cui non ho intenzione di immaginare alleanze. Ma con questo sistema elettorale ognuno tessa la sua tela e poi ci ritroveremo in Parlamento in base al consenso che i cittadini ci daranno. C’è una legge proporzionale che non prevede le coalizioni e quindi le primarie non avrebbero senso.
Invito a evitare insopportabili ipocrisie».

Chi è ipocrita?
«Ho letto che Bersani dice “votateci, noi con la destra non andremo mai”. Gli ricordo che lui con Berlusconi ha fatto il governo Letta e ci ha chiesto di votargli la fiducia. E ci ha fatto anche una campagna referendaria insieme».

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Non bisogna privatizzare per tagliare il debito senza un disegno industriale

Intervista di Paolo Pittaluga, Avvenire, 1 giugno 2017

Il presidente del Pd, Matteo Orfini, è a Chia per parlare di privatizzazione delle aziende pubbliche dei trasporti al congresso della Fit-Cisl.

«Abbiamo provato – riassume – a rimettere in moto un settore con una strategia che punta alla trasparenza anche negli appalti. Non è semplice perché dobbiamo recuperare qualche anno di ritardo, ma vogliamo andare avanti e, nonostante restino nodi da scegliere, l’impegno non viene meno». Impegno, appunto, perché sostituire 3.200 bus significherebbe, forse, anche fare ripartire un’industria quasi scomparsa in Italia. Ma le difficoltà sono tante e l’esempio della Toscana degli ultimi giorni è indicativo: dopo vari ricorsi al Tar la gara per il trasporto regionale è finita alla Corte di giustizia europea. «Avevamo l’esigenza di ridefinire la questione degli appalti – puntualizza Orfini –  ma siamo in un Paese dove dopo la gara si va avanti a ricorsi, basti vedere quanto accade per i direttori dei musei. È un fattore di scarsa competitività e si deve agire per non perdere ulteriore tempo e sprecare soldi».

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Si può vincere solo con un Pd davvero riformista

Intervista di Annalisa Cuzzocrea, la Repubblica, 08 maggio 2017.

Matteo Orfini, cosa insegna la vittoria di Macron al centrosinistra italiano?
«Il fatto che si sia affermato un riformista europeista è la dimostrazione che i populisti si possono battere».

A vincere, però, non sono i socialisti. È un partito nuovo come En marche, dal profilo indistinto.
«Macron non nasce dal nulla, era un ministro del governo socialista che ha fatto una scelta legata a vicende specifiche di quel Paese. E dimostra che quando la sinistra evita di chiudersi in una deriva minoritaria e settaria, è ancora in grado di convincere».
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Pd adesso più forte. Fase nuova per il Paese

Intervista di Tommaso Ciriaco, la Repubblica, 01 maggio 2017.

Matteo Orfini, se non è un trionfo di Renzi, poco ci manca: ora arriva “Gentiloni stai sereno”?

«Ma no. Il Pd è il principale partito che sostiene il governo, adesso sarà più semplice farlo». Continua a leggere

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“Il confronto col Pd ha reso il governo più forte”

Colloquio con Francesca Schianchi, La Stampa, 14 aprile 2017.

«Il Def e la manovrina vanno molto bene: Gentiloni e Padoan hanno ascoltato il Pd». Nelle settimane scorse, il presidente dem Matteo Orfini, “reggente” del partito fino alle primarie di fine mese, era intervenuto più volte per fissare paletti e lanciare allarmi al governo, soprattutto ai ministri tecnici invitati a lasciarsi guidare dalla politica. «Sono intervenuto quando mi sono reso conto che scelte enormi per il Paese si stavano prendendo fra tre persone, senza una discussione».

Uscite e dichiarazioni valse anche qualche sospetto di voler minare l’esecutivo, ma che ora Orfini rivendica con soddisfazione.

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“Niente patti coi populisti, governo conservi la visione politica”

Intervista di Tommaso Ciriaco, la Repubblica, 23 marzo 2017

Altro che l’alleanza con i 5stelle che propone Bersani, «è impossibile». Il Pd deve puntare al 40%. Nel frattempo, aiuti piuttosto il governo a tracciare la rotta giusta in politica economica.

«Per questo – spiega Matteo Orfini, reggente dem – incontrerò oggi i capigruppo dem. Faremo il punto sui prossimi mesi. Poi inizieremo il confronto col governo».

Perché questa necessità?

«La fase è delicata. Per questo è importante che Gentiloni vada avanti, ma rispondendo a una esigenza: da qui a fine legislatura dia priorità ad alcune misure importanti per l’Italia».

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“Il Pd che serve al Paese”

Intervista di Vladimiro Frulletti, 10 Marzo 2017, l’Unità.

L’altro giorno coi volontari della Festa de l’Unità di Modena, mercoledì sera alla nuova sezione di Primavalle a Roma, visto che sta incontrando parecchi militanti del suo partito ci può dire che cosa le chiedono, come stanno vivendo questo momento che, oggettivamente, per il Pd non appare per niente tranquillo.

«C’è forte preoccupazione per la fase che stiamo vivendo. L’uscita dal partito di alcuni nostri storici dirigenti e le divisioni che abbiamo alle spalle ovviamente hanno lasciato delle ferite aperte. Ma c’è anche la convinzione che il nostro congresso può essere la cura adatta. A un patto però: che nei candidati prevalga la cura per la nostra comunità. Si può e si deve discutere, anche duramente. Ma senza mai passare il segno. Il giorno dopo le primarie dovremo avere un partito forte e unito intorno a chi ha vinto, e non il congresso permanente di questi anni, che tanto male ci ha fatto. E chiunque vincerà dovrà fare con umiltà quello che nel mio piccolo sto provando a fare. Se a Modena i volontari della Festa de l’Unità esprimono una sofferenza, chi dirige il partito non deve fare una dichiarazione rassicurante, ma alzare il telefono, prendere la macchina e andare a parlarci. Perché prima di tutti vengono quelli che a questo partito dedicano tempo e passione».

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“A Napoli azzerare tutto per aprire il Pd alla città”

Intervista di Paolo Mainiero, Il Mattino, 9 marzo 2017

Il congresso sarà una resa dei conti?

«In queste settimane ho personalmente lavorato per suggerire un percorso sereno. Non c’è bisogno di caricare il congresso di veleni o di utilizzare armi improprie. Al Pd serve una discussione vera sui programmi».

L’inchiesta Consip peserà?

«Non credo. La vicenda giudiziaria seguirà la sua strada e i magistrati faranno il loro lavoro. L’inchiesta va tenuta fuori dal congresso».

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“Meno risse, nostro popolo ci vuole uniti”

Intervista di Monica Guerzoni, Corriere della Sera, 26 Febbraio.

Matteo Orfini, ha sentito Rossi intonare in radio «La Locomotiva» di Guccini?

«Temo che quel treno non finirà benissimo».

I Democratici e progressisti hanno un potenziale del 9%. Le sembra poco?

«La storia della sinistra italiana è la storia di un partito che, dai tempi del Pci, ha sempre considerato sbagliato chiudere la parola sinistra in una nicchia minoritaria e che ha sempre svolto una funzione nazionale. Immaginare di voler chiudere quella tradizione in un contenitore minoritario è la negazione della storia del riformismo italiano». Continua a leggere