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Un’altra linea a sinistra

Intervista di David Allegranti, Il Foglio, 6 luglio 2019

Sull’immigrazione, ci dice Orfini, il Pd  sta cambiando idee.

“Abbiamo cambiato la linea del partito. La segreteria aveva una sua posizione, ma dopo la discussione – peraltro molto alta nei contenuti – ha saggiamente capito che sarebbe stato meglio sceglierne un’altra”, dice al Foglio Matteo Orfini, capofila del cambio di schema nel Pd sulla Libia. “Ma non è una vittoria mia”, precisa l’ex presidente dei democratici. “E` una vittoria del mio partito, perché penso che da questa settimana il Pd sia più forte”. Oltretutto “credo che gli ultimi 10 giorni possano essere per il Pd una traccia di lavoro su come si fa opposizione e su come si sfidano la destra e Salvini, anche sul terreno apparentemente più complicato per noi. La scelta di essere a Lampedusa, sia a terra sia a bordo della Sea Watch, nel momento in cui c’era il sequestro immotivato da parte del governo di quaranta naufraghi, è stata giusta. Non ci siamo limitati ai tweet e alle dichiarazioni, ma abbiamo dimostrato che alla brutalità del governo ci si può opporre anche con il proprio corpo”.

Il lettore non potrà che cogliere nelle parole di Orfini un riferimento ai tweet di Carlo Calenda, molto critico nei suoi confronti.

“Sono gesti simbolici, per carità, ma danno l’idea di un partito vicino alla gente che soffre e che è disposto a difendere i valori della Costituzione e della legalità fino in fondo. Questa battaglia è servita a rimettere al centro della linea politica sull’immigrazione il tema dei diritti umani e della loro difesa, in Libia oltre che nel nostro paese, dove non dovrebbe essere necessario farlo anche se ormai lo è diventato”. Insomma, sottolinea, Orfini, “abbiamo dimostrato che il Pd può essere percepito come un’alternativa rispetto a Salvini. Avevamo smesso di farlo. Avevamo smesso di fare una battaglia, prima culturale che politica, per metterci controvento e sfidare lo spirito del tempo e provare a cambiarlo”.

Dunque condivide il contenuto della lettera di Matteo Renzi inviata ieri a Repubblica?

“Diciamo che Renzi condivide adesso quello che dicevo io nel 2017. Nel complesso la sua lettera è condivisibile. Renzi e Letta, l’ho sempre riconosciuto, avevano un’altra linea sull’immigrazione, il cambio c’è stato con il governo Gentiloni”. In quegli anni “eravamo in pochissimi a mettere in discussione quelle scelte, oggi per fortuna larga parte del Pd sembra aver capito che dobbiamo ricominciare da un approccio differente”.

In che modo?

“L’altro giorno Serraj ha detto che potrebbe valutare la liberazione dei detenuti nei campi, una frase che è stata percepita come un ricatto e io lo trovo agghiacciante, perché di fronte a un’affermazione del genere avrei sfidato il governo. Avrei detto che quelle migliaia di persone contenute nei lager vanno tirate fuori di lì, aprendo dei corridoi umanitari e andandoli a prendere, perché quelle poche migliaia di persone sono gestibili di fronte alla drammatica emergenza in corso. Eppure non l’ha detto nessuno; l’idea che delle persone vengano tirate fuori dai lager non è una buona notizia ma una minaccia. Le pare normale?”.

Ancora oggi Orfini è convinto che le politiche di Marco Minniti sull’immigrazione abbiano spalancato le porte a Salvini.

“Capiamoci però: non ho mai personalizzato su un singolo, anche perché le scelte di Minniti sono state prese dal governo nella sua collegialità e sostenute da un partito senza che nessuno le mettesse in discussione. La questione non è Minniti, ma la politica che il Pd ha portato avanti”.

Pd allora guidato da Renzi, non dimentichiamolo.

“Quella posizione, secondo cui il tema della sicurezza è legato esclusivamente al tema dell`immigrazione, andava corretta. Specie in un paese come il nostro in cui ci sono mafia e criminalità organizzata. Noi invece di fare argine culturale e politico, abbiamo assecondato questa lettura sbagliata, facendola nostra e cercando di offrire una cura omeopatica. Pur senza gli eccessi della destra, abbiamo provato a governarla secondo quella chiave. Ma la tenuta democratica del paese non è a rischio per l`immigrazione. Non dobbiamo fare a gara a chi ne fa arrivare meno. Anche perché non ci poniamo mai la domanda dove finiscono quelle persone che non arrivano più. Risposta: nei lager. Da troppo tempo ci chiediamo quanti ne arrivano e non da dove e da cosa scappano, che poi era la domanda della sinistra riformista. Da Blair e Clinton a D’Alema e Fassino. Una sinistra che metteva addirittura in conto l’ingerenza umanitaria a difesa dei diritti umani. Noi invece abbiamo abbandonato la strategia del riformismo in politica estera per scegliere di chiudere gli occhi, non considerando imprescindibile la difesa dei diritti umani”.

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Al posto della capitana avrei fatto la stessa cosa

Intervista di Fabio Martini su La Stampa, 30 giugno 2019

 

Matteo Orfini, lei era bordo quando la capitana ha scartato, forzando il blocco: in quel momento cosa ha pensato? Questa ragazza sta esagerando?

«In quel momento ho pensato: sei fossi io al suo posto, agirei esattamente come lei. Veniva da giorni di prese in giro e noi stessi ci eravamo spesi e ottenuto impegni da parte del governo: se c’è un accordo, scendono in cinque minuti. Lo stato a bordo era diventato insopportabile, per un atteggiamento del governo che non saprei definire altrimenti: agghiacciante. A freddo ho ripensato a quel momento. E mi sono dato la stessa risposta».

Già presidente del Pd, Orfini è appena tornato a Roma dopo ore a bordo della Sea Watch 3. Il più grande partito di opposizione, oltre a dare la risposta “giusta” in termini di coerenza con i propri ideali, dovrebbe sempre provare ad allargare consenso attorno alla sua politica: le pare che ci siate riusciti?

«Sicuramente su questi temi c’è sempre stata difficoltà a convincere l’opinione pubblica e per troppo tempo abbiamo rinunciato a farlo. Ma se una parte del Paese continua a dare una risposta sbagliata, non possiamo continuare ad andargli dietro: dobbiamo contrastarla. E per farlo, non bastano i tweet: servono atti concreti. Davanti al sequestro di 42 persone, era nostro dovere intervenire e aiutarli a scendere. Così si inizia una battaglia di opposizione».

Il prezzo da pagare per una linea umanitaria in questo caso è assecondare una violazione delle leggi.

«Ho molti dubbi che ci sia stata una violazione della legge. Davanti ad uno stato di necessità e per portare in sicurezza persone in quello stato, una nave può violare il blocco».

Lei ha rivendicato spesso la lezione di Togliatti. Ma lui dall’ospedale disse ai militanti: non occupate le prefetture! Lei ha sposato la cultura radicale della disobbedienza civile?

«Non c’è stata violazione della legge e dunque non c’è stata disobbedienza civile».

Ascoltando i discorsi a bordo, non le è venuto il sospetto che al primario obiettivo di salvare quei poveri cristi si sommasse quello di provocare il governo sovranista?

«Assolutamente no. La capitana lo ha spiegato: il porto più sicuro era Lampedusa. A bordo non c’erano militanti politici ma una ventina di persone che avevano il genuino intento di salvare delle vite e non avevano alcun interesse a cercare scontri».

Non le pare che il messaggio che arriva dal Pd sia: vanno accolti tutti?

«È evidente che la questione dei flussi non può essere gestita solo dall’Italia. Purtroppo la guerra in Libia ha peggiorato la qualità dei diritti umani, nei lager vengono perpetrati delitti atroci. Sperando di poter tornare un giorno a politiche come Mare nostrum, dobbiamo prendere atto della situazione di quel martoriato Paese».

Ma sugli accordi da rinnovare con la Libia, persino lei e Delrio che eravate sulla Sea Watch, avete idee diverse…

«Spero che nel Pd ci sia un’evoluzione positiva. Rinnovare gli accordi con la loro Guardia costiera non è più possibile: gli accordi raggiunti dal governo precedente non reggono più, perché è in corso una guerra civile. Spero che ci sia un consenso largo attorno a questa posizione».

Col governo Gentiloni gli sbarchi erano drasticamente diminuiti ma senza chiudere i porti…

«Non dimentichiamo il passato, ma neppure che lì c’è una guerra. E non dimentichiamo neppure la lezione del riformismo degli anni ’90 in Jugoslavia: la garanzia dei diritti umani viene
prima di tutto».

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Non perdiamo l’ambizione di costruire un grande Pd

Di Giovanna Casadio, la Repubblica, 18 marzo 2019

«Nicola ha detto che vuole cambiare tutto? Bene, ma lo faccia fino in fondo. Però il Pd non può essere semplicemente il cuore di una coalizione come ai vecchi tempi. Zingaretti deve rilanciare il Grande Pd che punti ancora al 40%». Matteo Orfini ha passato a Paolo Gentiloni il testimone di presidente del partito. È stato sostenitore di Maurizio Martina, lo sconfitto del congresso dem.

Orfini, lei ha votato a favore di Paolo Gentiloni come suo successore alla presidenza del partito?

«Assolutamente sì, con convinzione perché è una scelta autorevole, seria. Poi sono anche sollevato, dopo 5 lunghi anni, di passare a lui il testimone di un ruolo importante ma anche complicato».

Si è schierato con Martina: ora gli sconfitti riaprono il conflitto e la guerra sotterranea?

«Ho sempre riconosciuto la scelta di iscritti ed elettori e quindi rispettato l’esito dei congressi, sia da minoranza quando appoggiai Gianni Cuperlo che da maggioranza quando sostenni Renzi. Ho sempre lavorato per il bene del Pd e questo continuerò a fare».

Non se ne va portando via il pallone, insomma?

«Ci mancherebbe. In questi anni ho visto quanti danni fa un congresso senza fine e chi concepisce la vita interna come scontro continuo. Zingaretti è il segretario di tutti».

Però il Pd di Zingaretti cambierà strada. Questo la preoccupa?

«Qualche mese fa proposi di sciogliere e di rifondare il Pd, quindi se si cambia con me si sfonda una porta aperta. Crescono nel paese sentimenti radicali di contrapposizione alla destra che faticano ancora oggi a considerare il Pd come alternativa. Quindi ok al cambiamento, purché sia reale e non un cambiamo tutto per non cambiare niente».

Ora tutti con Zingaretti, quindi?

«Non ho votato Nicola, non ho interesse o intenzione di entrare in maggioranza, ma di dare una mano al Pd sì. C’è però una cosa che poco mi convince dell’impianto con cui Zingaretti ha vinto il congresso: non possiamo rinunciare a un Pd che sia “il” soggetto politico del centrosinistra e tornare alle coalizioni di un tempo. Cambiamo il Pd, trasformiamolo, rivoluzioniamolo ma non perdiamo l’ambizione di costruire un Grande Pd».

Zingaretti ha lanciato subito il coordinamento parlamentare del centrosinistra, però. È d’accordo?

«Non giudico il primo passo ma mi chiedo dove porti la strada. Io sono affezionato all’idea di un Pd che unisca dentro di sé tradizioni e storie diverse. Non mi piace festeggiare sconfitte onorevoli come in Abruzzo e in Sardegna, ma per tornare a vincere il Pd deve recuperare la funzione originaria e non considerare il 40% delle europee come un caso fortuito, ma come un obiettivo da raggiungere».

Con i fuoriusciti dem ci si può riunire o meglio no come sostiene Giachetti?

«Ogni volta che parliamo del Pd del futuro partendo dalla somma del ceto politico, danneggiamo il Pd e allontaniamo tanta gente che ci potrebbe dare una mano».

Come si ricompatta un Pd in cui, a parole, tutti si dichiarano leali, però poi Renzi lavora e rilancia i comitati civici?

«C’è bisogno del contributo di tutti per ricomporre una frattura persino emotiva con chi soffre di più. Per questo da presidente ho riportato il Pd nelle periferie più lontane, nella baraccopoli di San Ferdinando, sulla Sea Watch».

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A nome del Pd firmo il manifesto di Calenda

Domani sottoscriverò a nome del Pd il manifesto ‘Siamo europei’ promosso da Carlo Calenda. Ho condiviso questa scelta con Nicola Zingaretti, Maurizio Martina e Roberto Giachetti: il Pd dunque ne assume i contenuti.

Iniziamo da qui per lanciare la sfida ai populisti. Nei prossimi giorni incontrerò i segretari regionali per avviare il percorso e convocherò un tavolo con i nostri parlamentari europei e italiani per elaborare il contributo programmatico con il quale il Pd affronterà la sfida.

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La cosa giusta

Salvini è indagato per aver sequestrato dei migranti su una nave. Io sono indagato per essere salito su una nave dove altri migranti erano sequestrati.

E ci sono salito per verificare che stessero bene, e per ribadire che è illegale non permettergli di sbarcare.

Salvini chiede di non essere processato. Io non ho problemi a rispondere in ogni sede di ciò che ho fatto.

Attenzione, non è questione di codardia o coraggio. È più semplice.

Salvini sa di aver violato la legge.
Io so di aver fatto la cosa giusta.

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Porte aperte al Pd San Giovanni

A Roma la sezione del Pd di San Giovanni ha fatto una cosa bellissima. Nei giorni dell’emergenza freddo nella nostra città hanno perso la vita purtroppo tanti senzatetto. Una tragedia orribile e assurda. A San Giovanni hanno deciso di aprire la sede e accoglierne alcuni. Li hanno accuditi e assistiti.

Un piccolo gesto importante non solo per chi ha trovato riparo, ma anche per il Pd.

Quando ero commissario aprimmo i circoli poche ore dopo il terribile terremoto che distrusse il centro Italia. Era il 24 agosto e fummo tra i primi a raccogliere i generi di prima necessità che la protezione civile aveva indicato. Poi continuammo raccogliendo giochi per i bambini meno fortunati in occasione del Natale e poi coperte per i senzatetto durante l’emergenza freddo.

Un lavoro che il Pd Roma ha proseguito in questi anni e che con questa importante iniziativa di solidarietà fa un ulteriore passo avanti.

Quando iniziammo qualcuno riuscì a fare polemica persino su questo. Non è quello che deve fare un partito politico, dicevano.

Io invece penso che se i partiti vogliono tornare ad essere protagonisti devono fare anche questo. Certo, serve passione, impegno e disponibilità. Ed è più complicato che scrivere post qui sui social.

Il Pd di San Giovanni oggi ha scritto una bella pagina di politica che spero sia d’esempio per tutti.

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Castelnuovo di Porto, mercoledì 23 gennaio

Sono appena uscito dal CARA di Castelnuovo di Porto. Vi potrei raccontare molte cose, vi potrei descrivere l’assurdità di quanto fatto. Vi potrei descrivere il lavoro pazzesco di un sindaco che con la sua amministrazione ha garantito integrazione e civiltà e che di fronte a una vera e propria deportazione si è portato a casa sua chi altrimenti avrebbe dormito per strada.

Vi potrei parlare della assurdità di una prefettura che non dialoga col comune ma impone scelte sbagliate.

Vi potrei parlare di 100 lavoratori che perderanno il lavoro per una scelta utile solo alla propaganda di qualche ministro razzista.

Ma preferisco raccontarvi una piccola immagine. Una bambina, avrà avuto cinque o sei anni, l’età di mia figlia, ci ha portato dei disegni. Erano i disegni di addio dei suoi compagni di scuola, fatti per lei, per testimoniarle il loro affetto.

Perché quella bambina va a scuola, ha degli amici e una vita dignitosa. Ma a quella bambina hanno detto che se ne dovrà andare da lì, cambierà città, forse regione. E dovrà ricominciare daccapo. Un trauma che si aggiunge ad altri traumi.

Molti si sono risentiti perché ho definito quanto sta avvenendo una deportazione.

Io non trovo parole più adatte.

Ai responsabili di tutto questo dico solo una cosa: guardate questo video, guardate quei disegni. E riflettete su cosa siete diventati.

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Ecco a cosa serve commissione di inchiesta e perché i risultati dureranno molti anni

Lettera di Matteo Orfini e Matteo Renzi, La Repubblica, giovedì 21 dicembre

Caro Direttore, più volte in questi giorni Repubblica ha parlato della Commissione di inchiesta sulle banche come di un autogol del Pd. Rispettiamo il giudizio ma vogliamo rivendicare con forza, invece, la nostra scelta. Le perdite lorde cumulate delle banche italiane che hanno registrato criticità nel periodo 2011-2016 ammontano a circa 44 miliardi di euro. A tale cifra vanno aggiunti i miliardi persi da decine di migliaia di piccoli azionisti e detentori di obbligazioni subordinate, in primo luogo delle due popolari venete non quotate, le cui azioni erano state fissate arbitrariamente a prezzi non di mercato, del tutto irrealistici, che poi sono stati brutalmente azzerati. Una immensa platea di piccoli risparmiatori è stata letteralmente massacrata. Davanti a un disastro di queste proporzioni può una politica seria non affrontare la questione?

Il populista dà la colpa al sistema e urla contro le banche. Ma chi crede nella politica che propone? Il riformista che vuole cambiare davvero le cose che fa? Intanto fa chiarezza. Perché chiarire le responsabilità è l’unica soluzione per evitare che migliaia di altri risparmiatori debbano perdere in futuro i propri risparmi. Mettere la polvere sotto il tappeto in questi casi non solo non basta ma è dannoso. Hanno sbagliato i manager che hanno fatto fallire le banche, certo. Hanno sbagliato gli amministratori incapaci o addirittura complici di disegni criminosi. Hanno sbagliato i politici che non hanno avuto il coraggio di fare in Italia ciò che si è fatto in Germania o Spagna, quando ancora le regole permettevano l’ intervento pubblico. Ma è mancato anche – in molte circostanze – un sistema di vigilanza e controllo degno di questo nome.

Da parte delle strutture preposte come onestamente, anche se timidamente, riconosciuto nelle audizioni della Vigilanza istituzionale. Qualcosa non ha funzionato nelle strutture preposte: dirlo non ci serve per una sterile rivendicazione sul passato quanto per costruire un futuro più solido. E anche nella vigilanza della società civile che mai ha messo al centro del dibattito la questione bancaria senza demagogia. A cominciare dalle realtà editoriali che hanno sempre faticato non poco a spezzare il doppio filo di collegamento con il mondo del credito.

Su questi temi il PD non ha paura di niente e di nessuno. Rivendichiamo ciò che abbiamo fatto in questi anni a cominciare dalla riforma delle popolari e delle banche di credito cooperativo. Chissà cosa sarebbe accaduto al sistema italiano se nel gennaio 2015 non avessimo fatto quel decreto legge per le popolari. Rivendichiamo tutti i salvataggi dei correntisti e dei posti di lavoro, quelli riusciti e quelli soltanto tentati: l’ipocrisia di chi finge di considerare improprio un intervento a tutela dell’economia del territorio è pari solo alla miopia di chi non vede che i veri scandali si sono potuti compiere perché non vi era la giusta attenzione da parte dei media e della politica. Rivendichiamo l’operazione Atlante che ha impedito tra gli altri la distruzione di un pezzo fondamentale del sistema bancario, segnatamente Unicredit, come sanno tutti gli addetti ai lavori e non solo loro.

La Commissione parlamentare di inchiesta ha acceso un faro autorevole su tutto ciò e la sua attività è stata utile. Lo vedremo nella relazione finale. Le polemiche dureranno ancora qualche giorno, i risultati di questa commissione saranno utili per qualche anno. Certo, i media hanno spesso dato più spazio alle vicende della Banca Etruria, le cui perdite rappresentano poco più dell’ 1,5% delle perdite cumulate delle banche italiane in crisi degli ultimi anni, che non a ciò che ha determinato il restante 98,5% di perdite! Senza contare l’azzeramento delle azioni delle due popolari venete non quotate. E anche su Etruria l’attenzione morbosa è stata sulle agende, sugli incontri, sul gossip, senza toccare il vero punto: che non c’è stata alcuna pressione ma una doverosa attività di informazione e attenzione.

Quando c’è stato da commissariare, noi abbiamo commissariato senza riguardo ai nomi e ai cognomi. Nessuno ha avuto favoritismi, tutt’altro. Ma proprio per questo siamo seri: davvero può essere credibile l’attenzione spasmodica alle vicende di una piccola banca che comunque il Governo ha trattato esattamente come le altre nelle stesse situazioni? Non suona stupefacente il fatto che si insista in modo ossessivo su una singola vicenda – peraltro del tutto legittima – e si rifiuti di guardare il problema nella sua gravità e complessità? Adesso che i lavori della Commissione volgono al termine vogliamo dire con forza che un partito politico di sinistra ha il dovere di indicare cosa non funziona nel mondo del credito e provare a cambiare lo status quo senza alcun riguardo ai poteri forti e ai pensieri deboli che questo Paese esprime.

Vogliamo dire che la politica ha il diritto e il dovere di fare la propria parte senza delegare interi settori alla tecnocrazia e agli interessi tradizionali. Chi come noi non ha scheletri negli armadi, chi non ha niente da nascondere dice con forza e a viso aperto che mentre la Commissione va verso la chiusura dei lavori si apre la vera questione: riuscire finalmente a togliere l’ argomento banche dalle mani dei populisti e provare a cambiare sul serio. E anche se i media, in queste ore, si sono occupati di altro, noi continueremo con forza a rivendicare il diritto e il dovere della politica riformista di non cedere alla demagogia e al qualunquismo.

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Se Bankitalia avesse agito bene le crisi si sarebbero potute evitare

Intervista di Francesca Schianchi, La Stampa, sabato 2 dicembre

Matteo Orfini, presidente del Pd, lei è partito di nuovo all’assalto di Bankitalia: state usando questa vicenda per fare campagna elettorale?
«E’ un’obiezione curiosa: il fatto è che, per mesi, alcuni pezzi dell’editoria e della politica, inclusa la presunta sinistra esterna al Pd, hanno raccontato una storia. Che oggi si sta sgretolando in Commissione».

Salvini insiste che il «disastro delle banche» è colpa del Pd.
«Salvini chiami Zaia e si faccia raccontare chi sono Consoli e Zonin: scoprirà che col Pd non c’entrano nulla».

Voi cantate vittoria, ma il lavoro non è ancora finito. Non sarebbe consigliabile più cautela?
«Ma noi stiamo lavorando da mesi. E in tutti i casi emergono temi ricorrenti: manager spregiudicati e in alcuni casi pericolosi e un meccanismo di vigilanza che non ha funzionato, con difficoltà di dialogo tra Consob e Bankitalia. E poi una cosa molto inquietante è come Bankitalia abbia potuto considerare una banca in difficoltà come la Popolare di Vicenza un perno intorno a cui aggregare parte del sistema».

Bankitalia nega di aver incentivato l’aggregazione tra Popolare di Vicenza e Banca Etruria.
«Dire le bugie è peccato. Bankitalia conosce le carte che ci ha consegnato e che sono secretate, e noi le abbiamo lette».

Non è un po’ troppo semplicistico scaricare sempre tutte le colpe su Bankitalia?
«Alla base ci sono alcuni comportamenti, a volte addirittura fraudolenti, degli amministratori: ma se il sistema di vigilanza avesse funzionato bene, probabilmente le crisi si sarebbero potute evitare. Consob ci ha detto che, se avesse avuto a disposizione tutti i dati che aveva Bankitalia, in alcuni casi non avrebbe agito come ha fatto».

Pensa che Visco rischi di dover rassegnare le dimissioni?
«Il nostro giudizio su Visco lo abbiamo dato esplicitamente quando abbiamo fatto la mozione in Parlamento. Dal momento in cui il governo ha deciso di riconfermarlo, è il governatore e rispettiamo il suo lavoro».

Ma secondo lei l’attività della Commissione può spingerlo alle dimissioni?
«Visco ha chiesto di venire in Commissione per chiarire: lo ascolteremo attentamente. Il nostro lavoro serve a evitare che queste crisi si ripetano, non a processare questo o quell’ altro».

A sentirvi non si direbbe. Secondo i retroscena anche Palazzo Chigi e il Quirinale sarebbero preoccupati dai vostri toni
«A me non risulta, e comunque sarebbe curioso se nel momento in cui si insedia la Commissione che ha come unico obiettivo la ricerca della verità, qualcuno guardasse la cosa con preoccupazione».

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Su politiche migratorie Pd sia argine a razzismo

Intervista di Giovanna Casadio, la Repubblica, domenica 12 novembre

«Riconosco al governo e al ministro Marco Minniti di avere messo in campo una politica per i migranti, unico paese in Europa, ma è indispensabile rivedere alcuni punti e su questo Emma Bonino ha ragione». Matteo Orfini, il presidente del Pd, condivide la necessità di modifiche e aggiustamenti.

Orfini, cosa risponde alla leader radicale Bonino che chiede al Pd di cambiare linea sui migranti come pre-condizione per un dialogo politico con Renzi?
«Emma Bonino ci ricorda che stiamo parlando di vite umane. Ecco, mi fermerei al confronto di merito. Non voglio usare una vicenda del genere per discutere di alleanze ma le preoccupazioni di Bonino, le cose che io ho detto nei mesi passati e l’impegno del governo mi pare siano basati su obiettivi simili».

Seguite quindi la traccia e l’invito a cambiare politiche sui migranti della leader radicale?
«A me sembra che ci sia da discutere l’efficacia di questa o quella misura, ma se gli obiettivi sono gli stessi e cioè salvare vite, garantire i diritti umani e favorire l’integrazione, non faremo fatica a trovare un percorso comune».

Lei è stato critico in passato sulle politiche migratorie del governo, in questo d’accordo con il ministro Delrio.
«Guardi, il governo ha fatto cose positive, perché è giusto coinvolgere l’altra sponda del Mediterraneo. È giusto immaginare politiche di integrazione nel nostro paese. È giusto combattere in Europa affinchè ci sia una gestione condivisa. Però occorre stare molto attenti su alcuni aspetti, quelli appunto denunciati da Bonino. Il primo punto è che le Ong siano alleate, non nemiche. Invece, non da parte del governo, ma c’è stata una campagna che le ha demonizzate».

Tenere lontane le Ong non crede sia sospetto?
«Tutti devono rispettare le regole. Ma di fronte a scene come quella dell’altro giorno dello scontro tra libici e Ong, in cui i migranti muoiono e nessuno interviene, è opportuno riflettere. E questo è il secondo punto. Va bene rivendicare la diminuzione degli sbarchi, ma se le persone non arrivano più perché muoiono nel deserto o perché rinchiuse in un lager, non abbiamo risolto un bel nulla».

L’accordo con la Libia va rimesso in discussione?
«Non è l’accordo con la Libia ad essere sbagliato, ma quel paese deve garantire dignità, legalità e rispetto dei diritti umani. Mentre ci sono situazioni fuori controllo».

Questa è una richiesta del Pd al governo?
«Minniti ha più volte detto che condivide questa preoccupazione. Il Pd lo va ripetendo. E l’altro punto che intendevo sollevare è che di fronte al clima che c’è nel paese noi dem dobbiamo essere il principale argine culturale e politico al razzismo».

Ma non siete neppure riusciti ad approvare lo ius soli.
«Dobbiamo assolutamente riuscirci. Mesi fa dissi che l’unico strumento era che il governo mettesse la fiducia, resto di questa idea. Capisco le preoccupazioni di chi ha paura che sia una misura impopolare, ma un grande partito di sinistra, quale il Pd è, di fronte a una misura giusta ma impopolare la fa e si impegna a spiegarla all’opinione pubblica».