Intervista di Alessandro Di Matteo, La Stampa, venerdì 23 agosto

Matteo Orfini, a un certo punto della giornata ieri il dialogo Pd-M5s sembrava già tramontato. È come dicono i renziani? Zingaretti voleva farsi dire no da Di Maio?
«Mi pare che dopo le parole del presidente della Repubblica si apre il confronto formale. Io penso che il Pd non abbia dato un buono spettacolo ieri. A me è capitato di farle le consultazioni, mai è successo quello che è accaduto in queste ore. Quando si va al Colle, si parla al Colle. Non esiste che ci si parli con agenzie anonime, con esegesi originali di quello che pensa un partito. Questo fa perdere di credibilità a tutto il gruppo dirigente. Noi abbiamo costruito un percorso in direzione, con un ordine del giorno votato all’unanimità. Oggi questo percorso si apre formalmente. C’è il tempo di un confronto. Spero che il Pd dimostri di essere all’altezza della gravità della situazione. Deve cessare la polemica interna». 

Altro che interrompere la polemica interna, sembra che ci siano sempre due Pd: quello ufficiale di Zingaretti e quello che guarda a Renzi. Il leader Pd dice no a Conte, l’ex premier fa sapere che può andare bene anche lui. Come mai?
«Io questa distinzione non la vedo. Abbiamo tutti chiesto discontinuità, ovviamente soprattutto sulle scelte politiche. Ma evidentemente anche sugli interpreti di quelle scelte. Non penso che si possa immaginare che una roba del genere si faccia sostituendo i ministri della Lega con quelli del Pd…» 

Lei dice che non vede la distinzione tra i due Pd, allora perché parla di brutto spettacolo?
«Questa è un’operazione che si può fare solo se il Pd è unito e se smettono i giochetti interni fatti dalla maggioranza e dalla minoranza. Se la smettiamo, si può tentare anche un’operazione complicata come questa. Sennò è inutile imbarcarsi. Anche perché un’ipotesi del genere funziona se il Pd ha chiare le sue priorità. A cominciare da quelle poste da Zingaretti: abrogare i decreti sicurezza e correggere un impianto così brutale, peraltro oggetto anche nelle ultime ore di inchieste della magistratura». 

Poi Zingaretti ha corretto il tiro e ha parlato di «quadro su cui iniziare a lavorare». Come si procede?
«Io sto a quanto abbiamo detto in direzione, noi siamo disponibili a un confronto e oggi un confronto si apre. È chiaro che è un lavoro complicato, il M5S non è una costola della sinistra, è una forza politica alternativa. Certo, in alcune fasi si può arrivare a costruire maggioranze tra forze alternative tra loro: nella passata legislatura facemmo larghe intese con Silvio Berlusconi, e ricorderete con quante difficoltà. Ora, Salvini vuole andare a elezioni per ragioni personali – scappare dalla necessità di chiarire la vicenda russa – e di partito – incassare il consenso che gli danno i sondaggi. Di fronte a questa forzatura istituzionale autoritaria gravissima si può tentare di costruire una maggioranza anche tra forze alternative come sono Pd e M5s. Non è scontato ci si riesca, anzi è molto complicato. Ma si può tentare». 

La prima difficoltà è il taglio dei parlamentari. Per Di Maio è «una priorità». Si può trovare una mediazione?
«Io sono contrario al taglio dei parlamentari come l’hanno proposto loro. Noi, nella nostra riforma bocciata dal referendum, tagliavamo i parlamentari nell’ambito di una riforma complessiva. Nello schema M5s si strozza la rappresentanza e si dà un potere estremo a una minoranza che vince. Il taglio deve essere accompagnato da una riforma elettorale, che per me deve essere di impianto proporzionale, in modo da garantire un equilibrio. Io penso che il M5S possa convergere su un taglio dei parlamentari accompagnato da una legge proporzionale».