Le tre mosse della destra per demolire il settore culturale

In principio fu Sangiuliano. Poi venne Giuli. Ad accompagnarli tanti esponenti più o meno rilevanti della destra, accomunati da un unico dichiarato obiettivo: contrastare la presunta egemonia della sinistra sul mondo della cultura. Ed affermare quella della destra. La declinazione di questo obiettivo è passata per tre semplici mosse.

La prima, occupare tutto quello che si poteva occupare. Spesso cacciando persone autorevoli e competenti per sostituirle con gente assolutamente inadeguata, ma politicamente fedele alla maggioranza.

La seconda, colpire intere filiere industriali – come ad esempio quella del cinema – per limitarne l’autonomia.

La terza, una grande operazione di propaganda: le tante riforme epocali annunciate e poi rimandate (come il codice dello spettacolo), il piano Olivetti (fumoso quasi come il piano Mattei annunciato 27 volte da Giorgia Meloni), le tante inaugurazioni di cose fatte dai governi precedenti. Il tutto condito da un’incredibile arroganza, che ha contagiato almeno in parte anche la struttura dirigenziale del Ministero della Cultura.

In questi mesi abbiamo provato a spiegare quello che stava succedendo. Abbiamo raccontato di come le scelte del governo stavano producendo la crisi in settori sani. Abbiamo sempre proposto alternative praticabili e serie.
Ci hanno risposto in modo sprezzante, spiegandoci che le difficoltà erano solo nella immaginazione malevola dell’opposizione. Poi, come era ovvio, la realtà si è imposta e ha disintegrato la propaganda.

Un articolo del Sole 24 ORE racconta perfettamente quanto accaduto con la legge di bilancio. Tagli, tagli e ancora tagli. E in questi giorni è arrivato l’annuncio che le norme sul tax credit del cinema saranno corrette. Come era inevitabile avvenisse e come avevamo chiesto insieme a tutte le principali realtà del settore (fatta eccezione per chi ha scelto di interpretare il ruolo di furbo e servile suggeritore di una politica sbagliata, immaginando di trarne vantaggio).

Questi mesi hanno lasciato macerie e sofferenza, soprattutto tra tanti lavoratori e lavoratrici che di questa arroganza pagano il prezzo. Ma hanno anche chiarito qualcosa: la destra sta colpendo la cultura, programmaticamente e scientificamente. Per provare a ridimensionarne il peso e a controllarla il più possibile.
Lo fa non perché il mondo della cultura è di sinistra, ma perché è libero. Ed è esattamente quella libertà a far paura alla destra.

E dato che c’è un nesso tra la forza e l’autonomia del tessuto culturale di un paese e la qualità della sua democrazia, la difesa della cultura, di chi la fa, delle lavoratrici e dei lavoratori culturali è una battaglia tra le più importanti per il nostro paese. Ma per farla occorre ritessere le fila di un rapporto, tra i diversi settori del mondo della cultura – che spesso in questi anni hanno dialogato poco tra loro – e tra questi mondi e la politica.
Continuiamo a lavorarci insieme.

WhatsApp
Facebook
Twitter
Telegram