Ho scritto insieme al collega Nicola Fratoianni una lettera al Presidente del Copasir, Raffaele Volpi, per chiedere di fare chiarezza sui rapporti tra i servizi segreti italiani e il trafficante di essere umani Bija in seguito a diverse inchieste giornalistiche.

Lettera-al-Presidente-Copasir

Intervista di Diego Motta, Avvenire, domenica 6 ottobre

La presenza del supertrafficante libico Bija al tavolo sui migranti di Mineo rischia di gettare una luce sinistra sui rapporti tra Roma e Tripoli. «Le immagini dell’incontro avvenuto in Sicilia l’11 maggio 2017 rappresentano un salto di qualità e confermano grandi opacità nelle relazioni tra i due Paesi» osserva Matteo Orfini, il primo nel Pd a rompere sin da subito il silenzio sulla vicenda, rimanendo peraltro abbastanza isolato. «Su quella stagione va fatta una profonda autocritica, che ancora manca continua il parlamentare democratico – mentre vedo invece che il nuovo governo Conte si affretta a rilanciare e confermare un rapporto organico con Tripoli nel controllo dei flussi. Lo stesso presidente del Consiglio l’ha fatto, rivendicando il ruolo centrale della Guardia costiera libica».

In questi giorni, la stessa fotografia dell’incontro di Mineo ha portato a cinque diverse letture dei fatti da parte degli attori protagonisti. Com’è possibile? Chi non vuole ricostruire la catena delle responsabilità?

Non posso credere che un incontro del genere sia stato organizzato senza che i servizi segreti ne sapessero nulla. Le personalizzazioni non mi piacciono, si tratti di Minniti o di Gentiloni, che aveva la delega all’epoca sugli 007. Però è necessario che i protagonisti parlino, senza più reticenze. 

Ma la commissione d’inchiesta parlamentare che avete invocato sulla vicenda non rischia di essere il solito tormentone che non risolve nulla?

Intanto, è uno strumento utile per ricostruire come sono andate le cose. Poi registro che alcune voci del mio partito, il Pd, esponenti di Leu e di +Europa e lo stesso sottosegretario Sibilia per i Cinque stelle di fatto chiedono di poter capire cosa è successo. Non è poco: vogliamo capire se è stato siglato o no un patto pazzesco tra lo Stato italiano e le milizie guidate dai trafficanti di esseri umani, allo scopo di contenere i flussi migratori. Devo aggiungere un’altra cosa.

Quale?

Degli accordi con la Libia di quella stagione non abbiamo mai discusso, né in una riunione del Pd e nemmeno in Parlamento. L’Aula non ha mai ratificato niente su questo tema. In questi anni ci siamo chiesti quanti profughi arrivano in Italia e non da dove scappano e perché. Se ci mettiamo poi i casi inquietanti documentati dei respingimenti in mare e il ruolo opaco dei servizi italiani, mi pare che alla domanda sulle responsabilità diventi necessario dare una risposta in tempi brevi.

Lei che risposte si è dato nel frattempo?

Se i migranti non arrivano è perché o muoiono in mare o vengono rinchiusi nei centri di detenzione. Che fine fanno, altrimenti? Penso si tratti di interrogativi che un grande partito di sinistra come il Pd deve porsi. Invece, vedo da tempo soltanto subaltenità culturale a Salvini: si ha paura di avere un pensiero radicalmente alternativo alla destra. Con un solo risultato, alla fine: che se la sinistra copia la destra, i cittadini poi scelgono l’originale. 

Cosa è necessario fare subito, perché ci sia dunque discontinuità nelle politiche sui migranti? 

Bisogna stracciare gli accordi con Tripoli, ricostruire un rapporto equilibrato con le Ong che sono state criminalizzate, revocare integralmente i decreti sicurezza. 

Darà atto almeno al nuovo ministro Lamorgese che qualcosa si sta facendo, come hanno dimostrato gli accordi di Malta… 

Sono piccolissimi passi in avanti. Intendiamoci: è molto positivo che finalmente il ministro degli Interni vada ai vertici internazionali e che l’Italia abbia il ruolo che le spetta. Con Salvini non era così. Ma l’inversione di tendenza ancora non c`è. Ripeto: è un compito innanzitutto del Pd. Soltanto sei anni fa eravamo noi a lanciare la meritoria operazione Mare Nostrum per salvare vite nel Mediterraneo, eravamo noi a rivendicare il diritto di dare degna sepoltura ai morti del mare. Che fine hanno fatto adesso quelle battaglie? 

Intervista di David Allegranti, Il Foglio, mercoledì 25 settembre 2019

Serve un congresso vero, spiega Matteo Orfini al Foglio, per dare vita a un Pd “all’americana”. Non una “casa comune”, per dirla con Dario Franceschini, insieme ai Cinque stelle. “Credo che la scissione sia una cosa seria, sbagliata ma seria, e avrà degli effetti sul Pd. Si è creato un soggetto simile al nostro, che pesca nello stesso bacino. Ci saranno anni di competizione molto forte, che può distruggere il Pd ma anche chi ha fatto la scissione. Questo passaggio non va sottovalutato”. Dunque, sottolinea Orfini, dobbiamo discutere su come “si rifonda un progetto, su quale sia il percorso di riorganizzazione del centrosinistra come sistema e su come ripensare il Pd. Serve una discussione che abbia la caratura congressuale: serve un congresso vero, con le primarie e le regole che già ci siamo dati”. Non immediatamente, puntualizza l’ex presidente del Pd.

“C’è un’emergenza, dobbiamo prima provare a vincere le elezioni regionali, che sono il prossimo ultimo vero passaggio elettorale, perché per qualche anno poi non ci saranno altri appuntamenti di rilevanza nazionale. Ma prima o poi questo momento dovrà arrivare”. Perché “se si vuole cambiare la natura del Pd, non lo si può fare con le scorciatoie. Tutti abbiamo condiviso l’esigenza di far partire questo governo, a fronte di un’emergenza democratica – Salvini che chiede pieni poteri – ma un conto è proporre un’alleanza per rispondere a questa emergenza, un altro conto è immaginare di trasformare con un paio di interviste questa alleanza nel nuovo progetto politico del Pd”. Franceschini teorizza già una “casa comune” fra Pd e Cinque stelle e, dice Orfini, “questo mi preoccupa, anche perché tutto si può fare nella vita ma serve un po’ di politica. Serve un progetto. E io non posso immaginare di costruire una alleanza strutturale che sarebbe fondata solo sull’idea di non perdere. Il Pd non può diventare un partito che ha come unico obiettivo la gestione del potere a prescindere dalla politica”.

Prendiamo il caso delle alleanze nelle (ex) regioni rosse. Come l’Umbria. “Vogliamo allearci con i Cinque stelle nelle regioni rosse – laddove dopo decenni rischiamo di perdere – per ragioni che non vogliamo affrontare o discutere. Solo per non perdere, appunto. Per carità, è un argomento pure questo, e io lo capisco, però non possiamo immaginare di sommare due debolezze e costruire una forza. L’unico che finora ha abbozzato un ragionamento politico, che pure non condivido, è stato Goffredo Bettini sul Foglio. Dà una lettura molto diversa da quella che do io del M5s, però diciamo che almeno negli obiettivi ne indica uno condivisibile. Dobbiamo ricostruire il senso di comunità nel paese, depurandolo dalle scorie dell’odio e della rabbia, cercando di ricreare quella che una volta si chiamava civitas.

Tuttavia, e qui sta il punto di dissenso, non posso non vedere, a differenza di Bettini, come questa disgregazione del tessuto connettivo non sia stata generata solo da Salvini ma anche dal M5s. Anzi, le dirò di più: il M5s è stato l’incubatore del virus che poi è esploso con Salvini. Quindi io faccio fatica a considerare il M5s la cura del virus che ha incubato, anche perché non vedo segni di ravvedimento da parte loro. Su tanti aspetti storici e fondativi del M5s, e negativi per il paese, non c’è stato un ravvedimento operoso. A partire dalla democrazia rappresentativa”. Certo, dice Orfini, “un cambio c’è stato e non va sottovalutato sulla scelta europeista, e questo lo riconosco. Ma mi pare presto per abbozzare un’idea di questo tipo: rifondiamo un nuovo centrosinistra a trazione grillina. Anche perché il campo progressista arriverebbe separato e diviso, quindi ancor più debole. Io ho grande rispetto per la capacità salvifica e rigenerativa di un’intervista di Franceschini, ma penso non basti a produrre una palingenesi nei Cinque stelle e a trasformarli da populisti a riformisti”.

Anche perché i “Dl Fraccaro sulla riforma costituzionale sono ancora lì, in Parlamento. Così come l’idea di smantellare la democrazia rappresentativa e la democrazia dei partiti è sempre presente nel M5s. La politica è anche evoluzione quindi non escludo che ci possa essere una evoluzione dei Cinque stelle tale da mutarne la natura, ma a oggi non la vedo”. Il Pd insomma, deve darsi un tempo utile per “ricomporre le divisioni. Tre anni, il tempo della fine della legislatura, visto che tutti speriamo che le elezioni politiche si tengano a scadenza naturale. E io voglio pure stare nel ragionamento di Bettini, secondo cui c’è un popolo che è già unito e invece nelle istituzioni è diviso dagli egoismi dei gruppi dirigenti e dalla rigidità dei contenitori e dei vincoli partitici che abbiamo oggi”.

Tema non nuovo, dice Orfini. “Già un anno fa proposi di sciogliere e rifondare il Pd, tutti quelli che dicevano che era una follia, a cominciare da Nicola Zingaretti, oggi parlano di rifondare il Pd. Ma questo significa che o noi plasmiamo di nuovo un soggetto progressista su quel popolo o non ne usciamo. Un anno e mezzo di Salvini al governo ha aiutato la nostra gente a superare le divisioni di questi anni, nelle mille realtà civiche, sociali, sindacali, di partito e non, che ci sono in Italia. Il popolo progressista ha protestato e manifestato insieme”. Quindi, dice Orfini, perché non pensare a “un unico soggetto politico che rappresenti tutti, come c’è già in tante parti del mondo. Negli Stati Uniti, dove il Pd americano contiene componenti più diverse di quanto non lo siano Fratoianni e Renzi. Certo, hanno meccanismi meno rigidi dei nostri partiti per stare insieme, si contano e poi fanno la sintesi nelle istituzioni”.

Dunque, “diamoci tre anni e un obiettivo: un contenitore unico dei progressisti. Senza il M5s naturalmente. Facciamolo gradualmente, ma il modello è il Partito democratico americano, un cartello elettorale in cui ognuno sta dentro il partito con la sua struttura, la sua associazione, la sua realtà civica, in modo da consentire a un popolo di riconoscersi in un soggetto unico e di mantenere e valorizzare le proprie differenze in positivo. Lo vedo più in linea con il progetto del Pd. Invece mi chiedo come facciano Veltroni e Prodi a stare in un nuovo pentapartito a guida grillina. Penso che neanche Zingaretti voglia starci”.

Insomma, il nuovo Partito democratico all’americana dovrebbe riunire tutti quelli che Orfini chiama progressisti. “Da Fratoianni, che sui temi dell’immigrazione ha idee molto più simili alle mie di quante io ne abbia in comune con Minniti, alla parte liberal. Poi troviamo il modo di fare vivere queste componenti in maniera plurale, dandoci strutture meno ossificate e meno rigide rispetto a come funziona il mondo oggi. Anche perché, peraltro, abbiamo strutture decisionali rigide – direzione, assemblea, gruppi parlamentari – ma poi nei momenti decisivi discutiamo meno del M5s. Loro discutono e poi votano, come nel caso dell’Umbria, noi non ne abbiamo neanche parlato”. Quindi il Pd dovrebbe sciogliersi? “Il Pd è il soggetto politico che dovrebbe proporre questa strada mettendosi a disposizione. Questo non vuole dire sciogliersi ma lanciare una sfida politica agli altri. Che poi è quello che abbiamo sempre detto di fare”.

Altro tema è la legge elettorale. “Sposiamo il proporzionale per mantenere la vocazione maggioritaria. Il proporzionale non genera frammentazione, il maggioritario a turno unico sì. Dà solo vantaggi a costruire micropartitini che con lo 0,5 per cento diventano decisivi nei collegi. Non a caso il Pd e la Lega hanno vinto con il proporzionale puro. Alle Europee nel 2014 il Pd ha preso il 40,8, la Lega quest’anno il 34. Il proporzionale puro aiuta la costruzione di un’offerta politica e se dobbiamo fare la riduzione del numero di parlamentari modera anche gli effetti distorsivi sulla rappresentanza di quella riduzione”. Una riduzione voluta dai Cinque stelle, peraltro. “Il rischio non è di costituzionalizzare il M5s ma di grillizzarci noi. E ne vedo già i primi segni”.

Quali? “Accettiamo la riduzione dei parlamentari senza alcuna forma e garanzia di contrappesi sulla legge elettorale. Oppure prendiamo le politiche dell’immigrazione. Io sono contentissimo del micro passo in avanti che è stato fatto a Malta. Laddove dimostri che se vai ai vertici internazionali, anziché boicottarli come faceva Salvini, qualcosa ottieni. Dopodiché, se leggo le interviste di Conte che parla di fruttuosa collaborazione con la guardia costiera libica e dice che i decreti sicurezza, al netto delle osservazioni di Mattarella, vanno benissimo e noi non diciamo niente, beh, allora significa che abbiamo sposato una lettura che è quella di Salvini. Significa che abbiamo paura a combattere una battaglia perché non ci conviene”. Insomma “attenzione a non grillizzarci. Sono anni che vogliamo costituzionalizzare chiunque e poi ci scopriamo subalterni a quelli che volevamo costituzionalizzare”.

Intervista di Francesca Schianchi, La Stampa, lunedì 2 settembre

Da giorni chiedo al presunto statista Conte di mostrare discontinuità sul tema migranti, ora per disperazione mi trovo obbligato a rivolgermi al segretario Pd Zingaretti e ai capigruppo, Marcucci e Delrio, che stanno trattando sul governo», chiama in causa i compagni di partito l’ex presidente dem Matteo Orfini sulla vicenda Mare Jonio, più di trenta persone bloccate su una nave dal divieto di sbarco deciso da Salvini.

Cosa dovrebbero fare Zingaretti, Delrio e Marcucci?

«Al M5S abbiamo chiesto discontinuità, nei nomi e nei contenuti: sui nomi l’ipotesi è già tramontata, almeno sui contenuti dovremmo pretenderla».

Il suo segretario ha chiesto lo sbarco pubblicamente.

«Non è questione di un tweet. Se stiamo facendo questa trattativa per superare le politiche oscene di Salvini, io avrei detto: prima di tutto, fateli sbarcare. Poi si tratta. Invece stiamo qui a parlare del numero dei vicepremier: Franceschini fa un tweet, Orlando lo ritwitta, Gentiloni ritwitta Orlando che ritwitta Franceschini. Per il mio partito conta più il numero di chi va al governo del numero di esseri umani sequestrati. Sarà che a me interessa assai poco perché non ci entrerei mai».

Non sarà che ne parla così perché il suo nome non è girato nel totoministri?

«Ho letto che il mio nome è entrato in una “black list” del M5S. E ne sono orgoglioso».

Sul tema immigrazione quali paletti dovreste mettere?

«Si smetta di fare la guerra alle Ong. Si metta mano agli accordi con la Libia. Si faccia una legge quadro sull’immigrazione che superi la Bossi-Fini. E magari, si faccia lo ius soli».

Si possono adottare queste politiche con il M5S?

«È bene capirlo subito. Se nemmeno su questo siamo in grado di ottenere una radicale discontinuità, che ci andiamo a fare al governo?».

Se non ottenete disponibilità su questo tema meglio far saltare la trattativa?

«Non penso che dobbiamo andare al governo a tutti i costi».

Zingaretti è troppo timido?

«Registro che non abbiamo posto lo sbarco dei profughi della Mare Jonio come conditio sine qua non».

Lei definisce Conte «presunto statista». Quanto le costa l’idea di votargli la fiducia?

«Dipende da quello che fa il governo: tra il governo e il voto abbiamo scelto il male minore, ma sempre male è. E un conto è accettare Conte, un altro considerarlo uno statista, dopo 15 mesi in cui ha avallato tutte le scelte peggiori».

Il Pd può arrivare ad accettare Di Maio vicepremier?

«La discussione sui nomi non mi appassiona: un ministro in più non rende accettabili scelte sbagliate. Certo, credo sarebbe più semplice se ci fosse un tasso di innovazione forte, magari totale. Vale per noi e per loro».

Calenda parla di «umilianti genuflessioni a Grillo» dal Pd. E d’accordo?

«Non ho visto il video di Grillo e fatico a considerarlo un interlocutore politico».

Non sia snob.

«Io? Ho letto che ultimamente parla con Dio: io non sono a quell’altezza».

Intervista di Alessandro Di Matteo, La Stampa, venerdì 23 agosto

Matteo Orfini, a un certo punto della giornata ieri il dialogo Pd-M5s sembrava già tramontato. È come dicono i renziani? Zingaretti voleva farsi dire no da Di Maio?
«Mi pare che dopo le parole del presidente della Repubblica si apre il confronto formale. Io penso che il Pd non abbia dato un buono spettacolo ieri. A me è capitato di farle le consultazioni, mai è successo quello che è accaduto in queste ore. Quando si va al Colle, si parla al Colle. Non esiste che ci si parli con agenzie anonime, con esegesi originali di quello che pensa un partito. Questo fa perdere di credibilità a tutto il gruppo dirigente. Noi abbiamo costruito un percorso in direzione, con un ordine del giorno votato all’unanimità. Oggi questo percorso si apre formalmente. C’è il tempo di un confronto. Spero che il Pd dimostri di essere all’altezza della gravità della situazione. Deve cessare la polemica interna». 

Altro che interrompere la polemica interna, sembra che ci siano sempre due Pd: quello ufficiale di Zingaretti e quello che guarda a Renzi. Il leader Pd dice no a Conte, l’ex premier fa sapere che può andare bene anche lui. Come mai?
«Io questa distinzione non la vedo. Abbiamo tutti chiesto discontinuità, ovviamente soprattutto sulle scelte politiche. Ma evidentemente anche sugli interpreti di quelle scelte. Non penso che si possa immaginare che una roba del genere si faccia sostituendo i ministri della Lega con quelli del Pd…» 

Lei dice che non vede la distinzione tra i due Pd, allora perché parla di brutto spettacolo?
«Questa è un’operazione che si può fare solo se il Pd è unito e se smettono i giochetti interni fatti dalla maggioranza e dalla minoranza. Se la smettiamo, si può tentare anche un’operazione complicata come questa. Sennò è inutile imbarcarsi. Anche perché un’ipotesi del genere funziona se il Pd ha chiare le sue priorità. A cominciare da quelle poste da Zingaretti: abrogare i decreti sicurezza e correggere un impianto così brutale, peraltro oggetto anche nelle ultime ore di inchieste della magistratura». 

Poi Zingaretti ha corretto il tiro e ha parlato di «quadro su cui iniziare a lavorare». Come si procede?
«Io sto a quanto abbiamo detto in direzione, noi siamo disponibili a un confronto e oggi un confronto si apre. È chiaro che è un lavoro complicato, il M5S non è una costola della sinistra, è una forza politica alternativa. Certo, in alcune fasi si può arrivare a costruire maggioranze tra forze alternative tra loro: nella passata legislatura facemmo larghe intese con Silvio Berlusconi, e ricorderete con quante difficoltà. Ora, Salvini vuole andare a elezioni per ragioni personali – scappare dalla necessità di chiarire la vicenda russa – e di partito – incassare il consenso che gli danno i sondaggi. Di fronte a questa forzatura istituzionale autoritaria gravissima si può tentare di costruire una maggioranza anche tra forze alternative come sono Pd e M5s. Non è scontato ci si riesca, anzi è molto complicato. Ma si può tentare». 

La prima difficoltà è il taglio dei parlamentari. Per Di Maio è «una priorità». Si può trovare una mediazione?
«Io sono contrario al taglio dei parlamentari come l’hanno proposto loro. Noi, nella nostra riforma bocciata dal referendum, tagliavamo i parlamentari nell’ambito di una riforma complessiva. Nello schema M5s si strozza la rappresentanza e si dà un potere estremo a una minoranza che vince. Il taglio deve essere accompagnato da una riforma elettorale, che per me deve essere di impianto proporzionale, in modo da garantire un equilibrio. Io penso che il M5S possa convergere su un taglio dei parlamentari accompagnato da una legge proporzionale».

Intervista di Eugenio Fatigante, Avvenire, giovedì 22 agosto

Insomma, questo governo con M5s s’ha da fare o no?
Innanzitutto dico che io non ho cambiato idea sui 5 stelle: penso che siano alternativi al Pd, non sono una costola della sinistra. Sono opposti a noi per visione della politica e anche per concezione democratica. 

Però un’intesa con M5s non sarebbe più «la fine del Pd», come lei diceva un anno fa?
Premesso che le condizioni politiche sono mutate, in una democrazia parlamentare e con una legge proporzionale un discorso diverso oggi ci sta. Del resto, abbiamo fatto pure le “larghe intese” con Berlusconi in una fase cruciale per la vita del Paese. E “ci sta”,sottolineo, per opporsi al capriccio di un uomo, al gesto autoritario e arrogante di un leader politico che per interesse personale – quello di offuscare la vicenda non chiarita dei fondi russi – e di partito, vuol far precipitare il Paese in una nuova campagna elettorale. 

Ma quante chance vede?
E’ molto, molto, molto difficile e tutt’altro che scontato. Salomonicamente dico 50 e 50, nessuno si esalta all`idea. Allo stesso tempo, il pensiero di consegnare il Paese all`incertezza, in una fase già di stagnazione, è uno stimolo a dar vita a qualcosa.

I 5 punti sono più un’apertura o un limite?
La discontinuità – di nomi e di programma – è la premessa: il nuovo governo non può proseguire le politiche di questi 15 mesi. I punti sono un inizio di discussione. A partire da una parola definitiva sull’Europa e dalla rimozione degli elementi che hanno caratterizzato in modo più brutale e deteriore le politiche migratorie, creando un vulnus all’impianto dei nostri valori costituzionali. 

Cosa bisogna fare dei due decreti sicurezza?
Io li abrogherei. AI minimo, immediate misure correttive per il ripristino della civiltà in un’Italia in cui, negli ultimi tempi, si è dato libero sfogo a politiche di odio. 

Discontinuità vuole dire anche no a Conte?
Capisco il tentativo di riscrivere la storia, ma non mi pare che Conte sia stato prima dell’altroieri un vero oppositore di certe politiche. 

La discontinuità potrebbe essere chiesta anche da M5s con chi ha fatto parte dei governi Renzi e Gentiloni?
E’ un aspetto che difatti Zingaretti ha messo nel conto, affermando che – nel caso- dobbiamo essere disponibili a far partire un’esperienza politica totalmente nuova. Ciò detto, mi pare tuttavia che il problema riguardi soprattutto loro: noi abbiamo una classe dirigente ampia e diffusa per far fronte a questa esigenza. 

I tempi sono un vincolo forte?
Intanto vedremo i tempi veri che il presidente Mattarella darà e le sue decisioni dopo le consultazioni. Certo, non penso che una trattativa simile si possa risolvere in due giorni… 

Il taglio dei parlamentari resta materia di dialogo?
Io sono contrario alla legge. Può avere senso solo se accompagnata da un sistema proporzionale puro, altrimenti con quello attuale e senza una ridefinizione complessiva produrrebbe una torsione maggioritaria fortissima. 

E il ruolo di Renzi?
A me pare che sono un paio d’anni che viene annunciata dai giornali una scissione che non c’è. Io sono convinto che è e resterà un dirigente del Pd. Ora si è messo in gioco e ha svolto una funzione utile. Tanto che oggi ci ritroviamo, grazie al lavoro di Zingaretti, davanti a una proposta che ha ricompattato il partito come non avveniva da tempo.

Intervista di David Allegranti, Il Foglio, 6 luglio 2019

Sull’immigrazione, ci dice Orfini, il Pd  sta cambiando idee.

“Abbiamo cambiato la linea del partito. La segreteria aveva una sua posizione, ma dopo la discussione – peraltro molto alta nei contenuti – ha saggiamente capito che sarebbe stato meglio sceglierne un’altra”, dice al Foglio Matteo Orfini, capofila del cambio di schema nel Pd sulla Libia. “Ma non è una vittoria mia”, precisa l’ex presidente dei democratici. “E` una vittoria del mio partito, perché penso che da questa settimana il Pd sia più forte”. Oltretutto “credo che gli ultimi 10 giorni possano essere per il Pd una traccia di lavoro su come si fa opposizione e su come si sfidano la destra e Salvini, anche sul terreno apparentemente più complicato per noi. La scelta di essere a Lampedusa, sia a terra sia a bordo della Sea Watch, nel momento in cui c’era il sequestro immotivato da parte del governo di quaranta naufraghi, è stata giusta. Non ci siamo limitati ai tweet e alle dichiarazioni, ma abbiamo dimostrato che alla brutalità del governo ci si può opporre anche con il proprio corpo”.

Il lettore non potrà che cogliere nelle parole di Orfini un riferimento ai tweet di Carlo Calenda, molto critico nei suoi confronti.

“Sono gesti simbolici, per carità, ma danno l’idea di un partito vicino alla gente che soffre e che è disposto a difendere i valori della Costituzione e della legalità fino in fondo. Questa battaglia è servita a rimettere al centro della linea politica sull’immigrazione il tema dei diritti umani e della loro difesa, in Libia oltre che nel nostro paese, dove non dovrebbe essere necessario farlo anche se ormai lo è diventato”. Insomma, sottolinea, Orfini, “abbiamo dimostrato che il Pd può essere percepito come un’alternativa rispetto a Salvini. Avevamo smesso di farlo. Avevamo smesso di fare una battaglia, prima culturale che politica, per metterci controvento e sfidare lo spirito del tempo e provare a cambiarlo”.

Dunque condivide il contenuto della lettera di Matteo Renzi inviata ieri a Repubblica?

“Diciamo che Renzi condivide adesso quello che dicevo io nel 2017. Nel complesso la sua lettera è condivisibile. Renzi e Letta, l’ho sempre riconosciuto, avevano un’altra linea sull’immigrazione, il cambio c’è stato con il governo Gentiloni”. In quegli anni “eravamo in pochissimi a mettere in discussione quelle scelte, oggi per fortuna larga parte del Pd sembra aver capito che dobbiamo ricominciare da un approccio differente”.

In che modo?

“L’altro giorno Serraj ha detto che potrebbe valutare la liberazione dei detenuti nei campi, una frase che è stata percepita come un ricatto e io lo trovo agghiacciante, perché di fronte a un’affermazione del genere avrei sfidato il governo. Avrei detto che quelle migliaia di persone contenute nei lager vanno tirate fuori di lì, aprendo dei corridoi umanitari e andandoli a prendere, perché quelle poche migliaia di persone sono gestibili di fronte alla drammatica emergenza in corso. Eppure non l’ha detto nessuno; l’idea che delle persone vengano tirate fuori dai lager non è una buona notizia ma una minaccia. Le pare normale?”.

Ancora oggi Orfini è convinto che le politiche di Marco Minniti sull’immigrazione abbiano spalancato le porte a Salvini.

“Capiamoci però: non ho mai personalizzato su un singolo, anche perché le scelte di Minniti sono state prese dal governo nella sua collegialità e sostenute da un partito senza che nessuno le mettesse in discussione. La questione non è Minniti, ma la politica che il Pd ha portato avanti”.

Pd allora guidato da Renzi, non dimentichiamolo.

“Quella posizione, secondo cui il tema della sicurezza è legato esclusivamente al tema dell`immigrazione, andava corretta. Specie in un paese come il nostro in cui ci sono mafia e criminalità organizzata. Noi invece di fare argine culturale e politico, abbiamo assecondato questa lettura sbagliata, facendola nostra e cercando di offrire una cura omeopatica. Pur senza gli eccessi della destra, abbiamo provato a governarla secondo quella chiave. Ma la tenuta democratica del paese non è a rischio per l`immigrazione. Non dobbiamo fare a gara a chi ne fa arrivare meno. Anche perché non ci poniamo mai la domanda dove finiscono quelle persone che non arrivano più. Risposta: nei lager. Da troppo tempo ci chiediamo quanti ne arrivano e non da dove e da cosa scappano, che poi era la domanda della sinistra riformista. Da Blair e Clinton a D’Alema e Fassino. Una sinistra che metteva addirittura in conto l’ingerenza umanitaria a difesa dei diritti umani. Noi invece abbiamo abbandonato la strategia del riformismo in politica estera per scegliere di chiudere gli occhi, non considerando imprescindibile la difesa dei diritti umani”.

Intervista di Fabio Martini su La Stampa, 30 giugno 2019

 

Matteo Orfini, lei era bordo quando la capitana ha scartato, forzando il blocco: in quel momento cosa ha pensato? Questa ragazza sta esagerando?

«In quel momento ho pensato: sei fossi io al suo posto, agirei esattamente come lei. Veniva da giorni di prese in giro e noi stessi ci eravamo spesi e ottenuto impegni da parte del governo: se c’è un accordo, scendono in cinque minuti. Lo stato a bordo era diventato insopportabile, per un atteggiamento del governo che non saprei definire altrimenti: agghiacciante. A freddo ho ripensato a quel momento. E mi sono dato la stessa risposta».

Già presidente del Pd, Orfini è appena tornato a Roma dopo ore a bordo della Sea Watch 3. Il più grande partito di opposizione, oltre a dare la risposta “giusta” in termini di coerenza con i propri ideali, dovrebbe sempre provare ad allargare consenso attorno alla sua politica: le pare che ci siate riusciti?

«Sicuramente su questi temi c’è sempre stata difficoltà a convincere l’opinione pubblica e per troppo tempo abbiamo rinunciato a farlo. Ma se una parte del Paese continua a dare una risposta sbagliata, non possiamo continuare ad andargli dietro: dobbiamo contrastarla. E per farlo, non bastano i tweet: servono atti concreti. Davanti al sequestro di 42 persone, era nostro dovere intervenire e aiutarli a scendere. Così si inizia una battaglia di opposizione».

Il prezzo da pagare per una linea umanitaria in questo caso è assecondare una violazione delle leggi.

«Ho molti dubbi che ci sia stata una violazione della legge. Davanti ad uno stato di necessità e per portare in sicurezza persone in quello stato, una nave può violare il blocco».

Lei ha rivendicato spesso la lezione di Togliatti. Ma lui dall’ospedale disse ai militanti: non occupate le prefetture! Lei ha sposato la cultura radicale della disobbedienza civile?

«Non c’è stata violazione della legge e dunque non c’è stata disobbedienza civile».

Ascoltando i discorsi a bordo, non le è venuto il sospetto che al primario obiettivo di salvare quei poveri cristi si sommasse quello di provocare il governo sovranista?

«Assolutamente no. La capitana lo ha spiegato: il porto più sicuro era Lampedusa. A bordo non c’erano militanti politici ma una ventina di persone che avevano il genuino intento di salvare delle vite e non avevano alcun interesse a cercare scontri».

Non le pare che il messaggio che arriva dal Pd sia: vanno accolti tutti?

«È evidente che la questione dei flussi non può essere gestita solo dall’Italia. Purtroppo la guerra in Libia ha peggiorato la qualità dei diritti umani, nei lager vengono perpetrati delitti atroci. Sperando di poter tornare un giorno a politiche come Mare nostrum, dobbiamo prendere atto della situazione di quel martoriato Paese».

Ma sugli accordi da rinnovare con la Libia, persino lei e Delrio che eravate sulla Sea Watch, avete idee diverse…

«Spero che nel Pd ci sia un’evoluzione positiva. Rinnovare gli accordi con la loro Guardia costiera non è più possibile: gli accordi raggiunti dal governo precedente non reggono più, perché è in corso una guerra civile. Spero che ci sia un consenso largo attorno a questa posizione».

Col governo Gentiloni gli sbarchi erano drasticamente diminuiti ma senza chiudere i porti…

«Non dimentichiamo il passato, ma neppure che lì c’è una guerra. E non dimentichiamo neppure la lezione del riformismo degli anni ’90 in Jugoslavia: la garanzia dei diritti umani viene
prima di tutto».

Di Giovanna Casadio, la Repubblica, 18 marzo 2019

«Nicola ha detto che vuole cambiare tutto? Bene, ma lo faccia fino in fondo. Però il Pd non può essere semplicemente il cuore di una coalizione come ai vecchi tempi. Zingaretti deve rilanciare il Grande Pd che punti ancora al 40%». Matteo Orfini ha passato a Paolo Gentiloni il testimone di presidente del partito. È stato sostenitore di Maurizio Martina, lo sconfitto del congresso dem.

Orfini, lei ha votato a favore di Paolo Gentiloni come suo successore alla presidenza del partito?

«Assolutamente sì, con convinzione perché è una scelta autorevole, seria. Poi sono anche sollevato, dopo 5 lunghi anni, di passare a lui il testimone di un ruolo importante ma anche complicato».

Si è schierato con Martina: ora gli sconfitti riaprono il conflitto e la guerra sotterranea?

«Ho sempre riconosciuto la scelta di iscritti ed elettori e quindi rispettato l’esito dei congressi, sia da minoranza quando appoggiai Gianni Cuperlo che da maggioranza quando sostenni Renzi. Ho sempre lavorato per il bene del Pd e questo continuerò a fare».

Non se ne va portando via il pallone, insomma?

«Ci mancherebbe. In questi anni ho visto quanti danni fa un congresso senza fine e chi concepisce la vita interna come scontro continuo. Zingaretti è il segretario di tutti».

Però il Pd di Zingaretti cambierà strada. Questo la preoccupa?

«Qualche mese fa proposi di sciogliere e di rifondare il Pd, quindi se si cambia con me si sfonda una porta aperta. Crescono nel paese sentimenti radicali di contrapposizione alla destra che faticano ancora oggi a considerare il Pd come alternativa. Quindi ok al cambiamento, purché sia reale e non un cambiamo tutto per non cambiare niente».

Ora tutti con Zingaretti, quindi?

«Non ho votato Nicola, non ho interesse o intenzione di entrare in maggioranza, ma di dare una mano al Pd sì. C’è però una cosa che poco mi convince dell’impianto con cui Zingaretti ha vinto il congresso: non possiamo rinunciare a un Pd che sia “il” soggetto politico del centrosinistra e tornare alle coalizioni di un tempo. Cambiamo il Pd, trasformiamolo, rivoluzioniamolo ma non perdiamo l’ambizione di costruire un Grande Pd».

Zingaretti ha lanciato subito il coordinamento parlamentare del centrosinistra, però. È d’accordo?

«Non giudico il primo passo ma mi chiedo dove porti la strada. Io sono affezionato all’idea di un Pd che unisca dentro di sé tradizioni e storie diverse. Non mi piace festeggiare sconfitte onorevoli come in Abruzzo e in Sardegna, ma per tornare a vincere il Pd deve recuperare la funzione originaria e non considerare il 40% delle europee come un caso fortuito, ma come un obiettivo da raggiungere».

Con i fuoriusciti dem ci si può riunire o meglio no come sostiene Giachetti?

«Ogni volta che parliamo del Pd del futuro partendo dalla somma del ceto politico, danneggiamo il Pd e allontaniamo tanta gente che ci potrebbe dare una mano».

Come si ricompatta un Pd in cui, a parole, tutti si dichiarano leali, però poi Renzi lavora e rilancia i comitati civici?

«C’è bisogno del contributo di tutti per ricomporre una frattura persino emotiva con chi soffre di più. Per questo da presidente ho riportato il Pd nelle periferie più lontane, nella baraccopoli di San Ferdinando, sulla Sea Watch».

Domani sottoscriverò a nome del Pd il manifesto ‘Siamo europei’ promosso da Carlo Calenda. Ho condiviso questa scelta con Nicola Zingaretti, Maurizio Martina e Roberto Giachetti: il Pd dunque ne assume i contenuti.

Iniziamo da qui per lanciare la sfida ai populisti. Nei prossimi giorni incontrerò i segretari regionali per avviare il percorso e convocherò un tavolo con i nostri parlamentari europei e italiani per elaborare il contributo programmatico con il quale il Pd affronterà la sfida.