Intervista di David Allegranti, Il Foglio, 4 luglio 2017
 

Si è appena concluso un fine settimana di duelli incrociati fra sinistra e centrosinistra (a quando un “nuovo” alterco sul trattino fra centro e sinistra?), su alleanze e dintorni. Matteo Orfini, presidente del Pd, dice al Foglio che la discussione è “surreale, non esiste e non è un tema per gli italiani, perché abbiamo una legge elettorale proporzionale che non prevede le coalizioni. Su questo ha ragione D’Alema a dire che le alleanze si fanno dopo le elezioni. Ecco, tutti noi vorremmo fare un governo di centrosinistra, ma dipende da quanto saremo forti. Logica vorrebbe che ci occupassimo, ognuno per la sua parte, del rapporto con il paese invece di chiuderci in una estenuante, divisiva e oltretutto sbagliata discussione sulla coalizione che non esiste. Tra l’altro, sta per cominciare la settima stagione del Trono di Spade, dibattiamo più seriamente su chi si allea per sconfiggere gli Estranei…”.

Ci si chiede come possano Pisapia, Bersani e Pd stare insieme, ma questo, osserva Orfini, “è un problema più loro che nostro. Noi siamo il più grande partito della sinistra d’Europa, abbiamo un’identità chiara, siamo il riformismo italiano di sinistra e abbiamo fatto il Pd per condurre una battaglia che cambi l’Europa. A sinistra del Pd possono nascere altre forze politiche, come nel resto del continente. Ma nessuno in Europa chiederebbe mai al principale soggetto del centrosinistra di occuparsi di soggetti più o meno alternativi. Programmaticamente, siamo orgogliosi del lavoro fatto, anche se restano errori da correggere”.

Per esempio?
“La gestione di alcune riforme non sono state all’altezza, penso a quella della scuola. Dopodiché, in un paese che si è rimesso in moto, in cui l’occupazione è stata creata e la ripresa è stata consolidata, anche se deve accelerare, ci viene chiesta discontinuità. Ma se a chiedercela è chi sosteneva acriticamente il governo Letta, io faccio fatica a partecipare a una discussione di questo tipo”.

Secondo lei quindi il governo Letta non funzionava?
“Lo dicono i dati, non lo dico io. E’ un governo che non ha fatto granché. Ora noi abbiamo il dovere di costruire attorno a un progetto riformista per l’Italia un partito più forte, largo inclusivo. Facciamo il ‘grande Pd’: ricominciamo a parlare con pezzi di società, di mondo della cultura, con gli intellettuali, con il mondo del lavoro. In alcuni casi abbiamo praticato un riformismo introverso, adesso dobbiamo allargarci. E’ quello che abbiamo fatto nel fine settimana a Milano. In due giorni abbiamo rinunciato a parlare noi e abbiamo fatto salire sul palco un po’ di italiani che fanno cose importanti”.

Insomma, il ritorno della società civile.
“La retorica della società civile che andava negli anni Novanta è finita e per fortuna superata. Serve piuttosto un soggetto politico che parli con il paese. Le riforme si fanno con gli italiani, non per conto degli italiani, che vanno coinvolti. Quando noi diciamo che dobbiamo recuperare il voto dei ceti popolari o delle periferie più deboli, la risposta non può essere quella di Franceschini, che pensa di recuperarli facendo un’alleanza di ceto politico da Alfano a Pisapia. A Tor Bella Monaca non mi chiedono con chi mi alleo. Quel distacco dalla politica e dalla sinistra, peraltro, non lo recuperi semplicemente con le politiche, perché non bastano investimenti come il reddito inclusivo o l’intervento sulle periferie. C’è un pezzo di paese che si sente escluso. E a questo serve un partito, non a discutere di Pisapia e Bersani”.

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando, suo ex amico, propone un referendum nel Pd sull’alleanza con Berlusconi.
“Sì, il referendum lo possiamo anche fare sull’esistenza di Babbo Natale o sull’Isola che non c’è… E’ un tema che non esiste, poi possiamo sottoporre a referendum anche un gioco di società, ma è una perdita di tempo”.

Esclude quindi qualsiasi alleanza con Berlusconi in futuro?
“Noi siamo alternativi a Berlusconi, ma per evitare le larghe intese bisogna che il Pd prenda tanti voti. Larghe intese che peraltro abbiamo già fatto, perché il Pd era andato male alle elezioni, con Orlando ministro, Speranza capogruppo e Letta presidente del Consiglio. Se continuiamo con questa discussione surreale che appassiona quattro persone in Italia a occhio e croce vince la destra, se è unita, o Grillo”.

Anche perché, come risulta evidente dalle amministrative, “ci sono pezzi di società che comunque non ci votano, come i ceti popolari o i giovani. Serve dunque una risposta non politicista, come quella sulle coalizioni, ma sul ruolo e la funzione di un partito. Se hai un partito che ti obbliga a sviluppare tutta l’attività politica attorcigliata al suo interno, è chiaro che fai fatica a conquistare pezzi di società. Un ragazzo di 20 anni, che ha passione politica, non vuole fare peacekeeping mettendo ordine, in una sezione, fra turchi, franceschiniani e renziani. Quando abbiamo organizzato l’iniziativa delle magliette gialle invece i giovani hanno partecipato”.

Poi, dice Orfini, ci sono “temi politici di cui occuparci, come il lavoro autonomo, le partite iva e gli incentivi per prendere casa in affitto – su questi temi non abbiamo fatto abbastanza – e temi simbolici. Per esempio, stiamo per approvare una legge sulla tortura che per come è scritta è inutile. Ce l’ha detto anche l’Europa, è fatta di compromessi al ribasso. In un paese che ha avuto i casi Cucchi, Aldrovandi, Genova, ci vorrebbe maggior coraggio”.

Insomma, “dobbiamo riconnetterci con questi mondi. Abbiamo fatto un lavoro mostruoso al governo, ma ci siamo dimenticati del partito e della sua funzione”.

Secondo lei ci saranno altre uscite?
“Credo che ci saranno più ingressi che uscite. Associazioni, personalità che arriveranno. Ci stiamo lavorando. Lo abbiamo già visto alle amministrative: c’è un mondo civico di varia natura che deve trovare nel Pd la sua casa. Ci sono tante realtà moderate e di sinistra che potrebbero venire a darci una mano per farci prendere tanti voti ed evitare accrocchi e larghe intese”.

E a Prodi che dice?
“Che è faticoso discutere con uno che sta in una tenda. Prodi la smonti e venga a discutere a casa, per fare una discussione seria nel partito che ha fondato. Anche perché oggi si ricordano con nostalgia epoche rimuovendone però gli elementi negativi. Eppure quelle non furono stagioni straordinarie. Ci ricordiamo il tavolo dell’Unione sovraffollato, i continui ricatti a Prodi su qualunque questione, i trotzkisti che condizionavano la maggioranza di governo. Quindi quando oggi, rifacendosi a quelle stagioni, si parla di coalizioni e maggioritario, io mi preoccupo. Noi siamo orgogliosi di quella storia – è grazie all’Ulivo che c’è il Pd – ma a distanza di decenni possiamo riconoscerne oltre ai meriti anche i limiti. La precarizzazione della vita di tanti giovani iniziò lì, perché creammo flessibilità, ed era giusto farlo, ma non adeguammo il welfare. Un pezzo dei problemi e delle fatiche di oggi nascono dalla precarizzazione di quegli anni. Attenzione a evocare il passato, pensiamo al futuro. Senza mitizzare nulla. Prodi torni a casa. Abbiamo bisogno di lui, per noi è come un padre. E con i padri spesso si discute, a volte si litiga, ma non si smette mai di volersi bene”.

Intervista di Giovanna Casadio, la Repubblica, 29 giugno 2017

Orfini, piovono le critiche di Prodi, di Veltroni, di Franceschini su Renzi e la sua linea politica, forse è il caso di cambiare strada?
«Discutiamo. Per questo è stata convocata la Direzione il 10 luglio. Però a patto di avere rispetto per il Pd, che non è di Renzi, non è di Orfini o di Franceschini ma dei suoi elettori. Al nostro congresso circa due milioni di italiani hanno scelto un leader, Matteo Renzi e una linea politica. Il Pd è di quei due milioni di elettori».

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Intervista di Paolo Pittaluga, Avvenire, 1 giugno 2017

Il presidente del Pd, Matteo Orfini, è a Chia per parlare di privatizzazione delle aziende pubbliche dei trasporti al congresso della Fit-Cisl.

«Abbiamo provato – riassume – a rimettere in moto un settore con una strategia che punta alla trasparenza anche negli appalti. Non è semplice perché dobbiamo recuperare qualche anno di ritardo, ma vogliamo andare avanti e, nonostante restino nodi da scegliere, l’impegno non viene meno». Impegno, appunto, perché sostituire 3.200 bus significherebbe, forse, anche fare ripartire un’industria quasi scomparsa in Italia. Ma le difficoltà sono tante e l’esempio della Toscana degli ultimi giorni è indicativo: dopo vari ricorsi al Tar la gara per il trasporto regionale è finita alla Corte di giustizia europea. «Avevamo l’esigenza di ridefinire la questione degli appalti – puntualizza Orfini –  ma siamo in un Paese dove dopo la gara si va avanti a ricorsi, basti vedere quanto accade per i direttori dei musei. È un fattore di scarsa competitività e si deve agire per non perdere ulteriore tempo e sprecare soldi».

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Intervista di Annalisa Cuzzocrea, la Repubblica, 08 maggio 2017.

Matteo Orfini, cosa insegna la vittoria di Macron al centrosinistra italiano?
«Il fatto che si sia affermato un riformista europeista è la dimostrazione che i populisti si possono battere».

A vincere, però, non sono i socialisti. È un partito nuovo come En marche, dal profilo indistinto.
«Macron non nasce dal nulla, era un ministro del governo socialista che ha fatto una scelta legata a vicende specifiche di quel Paese. E dimostra che quando la sinistra evita di chiudersi in una deriva minoritaria e settaria, è ancora in grado di convincere».
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Intervista di Tommaso Ciriaco, la Repubblica, 01 maggio 2017.

Matteo Orfini, se non è un trionfo di Renzi, poco ci manca: ora arriva “Gentiloni stai sereno”?

«Ma no. Il Pd è il principale partito che sostiene il governo, adesso sarà più semplice farlo». Continua a leggere

Colloquio con Francesca Schianchi, La Stampa, 14 aprile 2017.

«Il Def e la manovrina vanno molto bene: Gentiloni e Padoan hanno ascoltato il Pd». Nelle settimane scorse, il presidente dem Matteo Orfini, “reggente” del partito fino alle primarie di fine mese, era intervenuto più volte per fissare paletti e lanciare allarmi al governo, soprattutto ai ministri tecnici invitati a lasciarsi guidare dalla politica. «Sono intervenuto quando mi sono reso conto che scelte enormi per il Paese si stavano prendendo fra tre persone, senza una discussione».

Uscite e dichiarazioni valse anche qualche sospetto di voler minare l’esecutivo, ma che ora Orfini rivendica con soddisfazione.

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Intervista di Tommaso Ciriaco, la Repubblica, 23 marzo 2017

Altro che l’alleanza con i 5stelle che propone Bersani, «è impossibile». Il Pd deve puntare al 40%. Nel frattempo, aiuti piuttosto il governo a tracciare la rotta giusta in politica economica.

«Per questo – spiega Matteo Orfini, reggente dem – incontrerò oggi i capigruppo dem. Faremo il punto sui prossimi mesi. Poi inizieremo il confronto col governo».

Perché questa necessità?

«La fase è delicata. Per questo è importante che Gentiloni vada avanti, ma rispondendo a una esigenza: da qui a fine legislatura dia priorità ad alcune misure importanti per l’Italia».

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Intervista di Vladimiro Frulletti, 10 Marzo 2017, l’Unità.

L’altro giorno coi volontari della Festa de l’Unità di Modena, mercoledì sera alla nuova sezione di Primavalle a Roma, visto che sta incontrando parecchi militanti del suo partito ci può dire che cosa le chiedono, come stanno vivendo questo momento che, oggettivamente, per il Pd non appare per niente tranquillo.

«C’è forte preoccupazione per la fase che stiamo vivendo. L’uscita dal partito di alcuni nostri storici dirigenti e le divisioni che abbiamo alle spalle ovviamente hanno lasciato delle ferite aperte. Ma c’è anche la convinzione che il nostro congresso può essere la cura adatta. A un patto però: che nei candidati prevalga la cura per la nostra comunità. Si può e si deve discutere, anche duramente. Ma senza mai passare il segno. Il giorno dopo le primarie dovremo avere un partito forte e unito intorno a chi ha vinto, e non il congresso permanente di questi anni, che tanto male ci ha fatto. E chiunque vincerà dovrà fare con umiltà quello che nel mio piccolo sto provando a fare. Se a Modena i volontari della Festa de l’Unità esprimono una sofferenza, chi dirige il partito non deve fare una dichiarazione rassicurante, ma alzare il telefono, prendere la macchina e andare a parlarci. Perché prima di tutti vengono quelli che a questo partito dedicano tempo e passione».

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Intervista di Paolo Mainiero, Il Mattino, 9 marzo 2017

Il congresso sarà una resa dei conti?

«In queste settimane ho personalmente lavorato per suggerire un percorso sereno. Non c’è bisogno di caricare il congresso di veleni o di utilizzare armi improprie. Al Pd serve una discussione vera sui programmi».

L’inchiesta Consip peserà?

«Non credo. La vicenda giudiziaria seguirà la sua strada e i magistrati faranno il loro lavoro. L’inchiesta va tenuta fuori dal congresso».

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Intervista di Monica Guerzoni, Corriere della Sera, 26 Febbraio.

Matteo Orfini, ha sentito Rossi intonare in radio «La Locomotiva» di Guccini?

«Temo che quel treno non finirà benissimo».

I Democratici e progressisti hanno un potenziale del 9%. Le sembra poco?

«La storia della sinistra italiana è la storia di un partito che, dai tempi del Pci, ha sempre considerato sbagliato chiudere la parola sinistra in una nicchia minoritaria e che ha sempre svolto una funzione nazionale. Immaginare di voler chiudere quella tradizione in un contenitore minoritario è la negazione della storia del riformismo italiano». Continua a leggere