Nicola Fratoianni e Matteo Orfini, il manifesto, 8 ottobre 2020

Finalmente il governo è intervenuto sui Decreti Sicurezza di Salvini. Al netto delle cose che ancora non ci piacciono, consideriamo questo primo passo un risultato importante, frutto della lotta dei molti che non si sono arresi e che, anche controcorrente, hanno continuato a battersi per un Paese più giusto e umano.

Come abbiamo detto molte volte, le politiche migratorie nel nostro Paese soffrono da anni una impostazione sbagliata, tutta concentrata sulla gestione di un’emergenza che non può più essere seriamente definita tale. Sia perché l’invasione più volte denunciata dalle destre non esiste nei numeri, sia perché l’immigrazione è e sarà un fenomeno e globale di natura strutturale. Da questo punto di vista, c’è il doppio effetto tra la Bossi Fini e i decreti di Salvini. Tanto la Bossi Fini che di fatto ha cancellato ogni strumento di ingresso “legale” nel paese quanto i pessimi decreti sicurezza hanno prodotto un peggioramento significativo nel sistema di accoglienza e di protezione, alimentando l’irrazionalità di un sistema nel quale hanno prospettato corruzione, discrezionalità nelle scelte, e procedure d’eccezione.

A pagarne le conseguenze sono state decine di migliaia di persone migranti, ma anche di cittadine e cittadini italiani sulle cui comunità si sono scaricati gli effetti di questa gestione disastrosa.

Quanto al capitolo della ricerca e del soccorso in mare, i decreti Salvini sono intervenuti in modo assai peggiorativo in un contesto segnato negativamente dalle scelte degli ultimi governi. L’attacco alle Ong, combinato con l’abdicazione da parte dell’Italia e dell’Europa rispetto ai propri doveri di ricerca e soccorso, si è così dispiegato in pieno. Nello stesso tempo, l’implementazione della collaborazione con la Libia, e con la sua cosiddetta Guardia Costiera, ha fatto il resto.

È in questo quadro dunque, e nella più generale valutazione dei rapporti di forza, che va letto il risultato ottenuto nell’ultimo consiglio dei ministri. Andiamo dunque per ordine:

1) Viene ripristinata la protezione umanitaria (anche se non si chiamerà così) nella stessa estensione del previgente articolo 5 comma 6 del TU, ovvero nel rispetto degli obblighi internazionali e costituzionali. Una vera terza forma di protezione riconosciuta come status di diritto soggettivo, non una concessione (come nella impostazione salviniana).

2) Non solo: la protezione speciale viene riconosciuta a chi ha un buon livello di integrazione sociale in Italia e la violazione del diritto alla vita privata e famigliare viene addirittura inserita nelle clausole di inespellibilità. Un avanzamento che non c’era mai stato.

3) Sulle operazioni di soccorso in mare, è ben vero che la formulazione trovata è frutto di compromessi ma non ci potrà essere nessuna interdizione all’ingresso e al transito nelle acque territoriali delle operazioni di soccorso in mare “comunicate” (non autorizzate) dall’organo di coordinamento dei soccorsi, il quale dovrà agire nel rispetto del diritto internazionale del mare e dello statuto dei rifugiati. Viene drasticamente ridimensionato l’ambito discrezionale della politica in questo campo (no a porti chiusi o aperti a piacimento del politico di turno).

4) La convertibilità dei permessi di soggiorno per protezione speciale, come per calamità o assistenza al minore, permette alle persone che si trovano in condizioni di soggiorno particolari di poter confluire nel più ampio canale delle migrazioni ordinarie. È la stessa logica del punto 2 ovvero si riconoscono e valorizzano i “percorsi di vita” delle persone”.

5) Si chiude la pagina della concentrazione dei richiedenti asilo nelle caserme e simili e ritorna lo Sprar (oggi Sai) come unico sistema di accoglienza diffusa per richiedenti e rifugiati. Qui va detto che il testo è un po’ carente perché ripristina una situazione ex-ante (ottobre 2018), ma non si sa come concretamente si assorbiranno i Cas (Centri di Accoglienza Straordinari). Su questo punto è evidente il carattere incompleto della riforma che va considerata come un primo passo da sviluppare.

6) Sulla riduzione dei tempi di trattenimento nel Cpr c’è un passo avanti ma purtroppo l’impianto radicalmente sbagliato della normativa sulla detenzione amministrativa (sia i presupposti che le modalità del trattenimento e i diritti dei trattenuti) non viene in alcun modo modificato. Si tratta di una questione su cui occorre continuare a battersi.

7) Ugualmente rimangono in piedi “procedure di frontiera” e procedure accelerate con scarse garanzie e rischio di loro indebita ed estesa applicazione. Su questo campo bisognerà mettere ancora mano a una riforma effettiva.

Come si vede, le modifiche sono andate decisamente oltre le pur sacrosante indicazioni del Quirinale. Nello stesso tempo, è chiaro che restano aperte molte questioni, a cominciare dal superamento della Bossi Fini e dallo Jus Soli. Noi, continueremo a batterci in questa direzione.