Intervista di Giansandro Merli, il manifesto, 29 settembre 2020

Tra le poche voci dissidenti rispetto alle politiche migratorie del Partito democratico c`è quella del deputato Matteo Orfini. «Chi salva vite umane va aiutato», afferma dopo l’ennesima strage in mare.

Alarm Phone ha denunciato che tra il 14 e il 25 settembre 190 persone sono morte in sei naufragi davanti alla Libia. Di chi sono le responsabilità?
Questi dati drammatici interrogano soprattutto la nostra responsabilità. Purtroppo non è una novità. Da quando lo Stato si è ritratto dal dovere di salvare vite in mare e non ci sono più missioni istituzionali questo compito è stato svolto dalla flotta civile delle Ong, che tra mille difficoltà e vari boicottaggi ha salvato la faccia all’Europa. Ancora oggi invece di aiutare quelle navi, le si blocca con provvedimenti di dubbia legittimità. Il risultato è che non c’è più nessuno che salva vite in mare e quindi le persone muoiono o nella «migliore», tra mille virgolette, delle ipotesi sono riportate nei lager libici.

Questo governo ha bloccato tutte le navi umanitarie. I silenziosi provvedimenti amministrativi sembrano più efficaci dei decreti Salvini.
Non c’è dubbio. Ho salutato con soddisfazione la spinta del segretario del mio partito a superare finalmente i decreti sicurezza. Ma tale atto non è sufficiente. La storia di queste settimane dimostra che il boicottaggio amministrativo delle navi fa altrettanti danni. Il governo deve cambiare radicalmente atteggiamento e aprire un tavolo di confronto con le Ong . Vanno ripristinate le condizioni di una collaborazione che si è interrotta. Non certo per colpa delle Ong. Chi salva vite in mare va aiutato.

Torniamo al Mediterraneo. La ministra Lamorgese in udienza dal Papa ha detto: «nessuna coscienza può sottrarsi di fronte alle sofferenze dell’essere umano alla disperata ricerca di una via di salvezza» e poi «lo sforzo di accoglienza di cui il paese si sta facendo carico è un’eccezionale prova della sua grande generosità». Le risulta?
Penso che non stiamo facendo a sufficienza. Siamo di fronte a numeri assolutamente gestibili raccontati come un’emergenza perché non si è voluto o saputo predisporre un adeguato piano di accoglienza e per paura delle polemiche di una destra razzista. Vorrei che le parole di Lamorgese trovassero corrispondenza negli atti del governo. 

Sui provvedimenti di blocco delle navi c’è il timbro del ministero delle Infrastrutture e dei  trasporti, guidato da Paola De Micheli del Pd. È il suo partito a fermare i soccorsi?
Il decreto di chiusura dei porti varato durante la pandemia, una delle pagine più vergognose del nostro paese, porta anche la firma di ministri Pd. Serve un radicale cambio di rotta. L’ho detto tante volte e mi spiace doverlo chiedere a ministri e ministre del mio partito. Da loro mi sarei aspettato quella discontinuità che avevamo chiesto come condizione per far nascere il governo. Spero che lo slancio che Zingaretti ha voluto ridare su questi temi trovi ricettivi anche i nostri ministri.

Il 18 luglio proprio il segretario Zingaretti scrisse: «Il Pd dovrà verificare con assoluta inflessibilità se questo nostro impegno in Libia pone termine alla condizione infernale nella quale sono costretti a vivere tanti migranti». Due mesi e mezzo dopo lo stanziamento di 10 milioni alla cosiddetta «guardia costiera libica» a che punto è la verifica?
Questo deve chiederlo a lui. Per me non c’era bisogno di alcuna verifica. È ovvio che non può cambiare nulla rispetto a come i migranti sono trattati in Libia. Siamo di fronte a una continua violazione dei diritti umani. Di quella scelta sbagliata, ahimè, risponderemo.

Cosa pensano i vostri elettori delle politiche del partito nel Mediterraneo?
Non ho il diritto di parlare a nome dell’elettorato Pd. Penso che per un partito di sinistra la difesa dei diritti umani sia un punto imprescindibile che non può essere sacrificato ad altri tipi di ragionamento.