Matteo Orfini nella sede del Partito Democratico

Intervista a Il Giornale di Laura Cesaretti, giovedì 3 febbraio

Matteo Orfini, ex presidente del Pd e leader della corrente di sinistra dei «giovani turchi», è stato uno dei primissimi sostenitori (e animatori parlamentari) della soluzione Mattarella bis. E oggi non nasconde la soddisfazione: «È stata la scelta migliore: quella di non cambiare i due più autorevoli leader italiani, al Quirinale e al governo. Non una “sconfitta”, come scrive qualche commentatore, ma una vittoria della politica. Grazie alla spinta di un Parlamento che, man mano che si prolungavano i faticosi tentativi di accordo tra i capi politici, si è ripreso una centralità a lungo penalizzata. L’unica sconfitta è quella di chi voleva il voto anticipato, in primis Giorgia Meloni».

Un risultato che però ha terremotato partiti e coalizioni, come dimostra lo scontro virulento nei vostri alleati del M5s.
«Come si suol dire: “guardiamo con rispetto al loro franco dibattito interno” (ride, ndr). Non sono in grado di decifrare quel che accade al loro interno e quindi non ci entro, ma di certo – nonostante la spaccatura ai vertici – va riconosciuto che i loro gruppi parlamentari hanno svolto un ruolo positivo per arrivare al Mattarella bis. E lo dico io che nel Pd sono uno dei più critici nei loro confronti».

Un’alleanza da ridiscutere, visto il comportamento ambiguo e contraddittorio del loro leader?
«Va riconosciuto che, nei momenti decisivi (il voto su Casellati e la scelta del bis) il centrosinistra è rimasto unito, da Renzi a Leu passando per i grillini, e non era scontato. Io però ho sempre pensato che legare indissolubilmente il destino del Pd all’alleanza con una forza che ha idee spesso radicalmente diverse da noi fosse un indizio di debolezza e subalternità».

Diverse su cosa?
«Uno dei punti di massima distanza, per me, è il giustizialismo dei Cinque Stelle. E poi la demonizzazione della democrazia rappresentativa: su questo, va riconosciuta una sia pur faticosa evoluzione, mentre sul primo punto non vedo passi avanti. Ma adesso è il momento di cogliere una finestra di opportunità che ci libererebbe da queste contraddizioni».

Quale?
«Quella della legge elettorale. Il maggioritario, nelle varie forme sperimentate in Italia, ha fallito, producendo solo frammentazione e trasformismo. Serve una legge proporzionale, con sbarramento congruo, per evitare alleanze innaturali e ridare identità e progetto ai partiti».

C’è chi, come Goffredo Bettini, dice che ora il Pd deve guardare anche al centro e a Forza Italia.
«Forza Italia è un partito pienamente europeista: il proporzionale consentirebbe anche a loro di liberarsi dalla morsa dell’alleanza coi sovranisti anti-Ue. E di fare accordi di governo dopo le elezioni con chi ha prospettive più compatibili».

Il governo come ne esce?
«Non si può pensare che Draghi faccia Conte: i partiti di maggioranza devono metterlo nelle condizioni di decidere, dare fiducia alla sua autorevolezza e garantirgli di poter operare. È arrivato il momento, per citare The West Wing, del let Draghi be Draghi»