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Non perdiamo l’ambizione di costruire un grande Pd

Di Giovanna Casadio, la Repubblica, 18 marzo 2019

«Nicola ha detto che vuole cambiare tutto? Bene, ma lo faccia fino in fondo. Però il Pd non può essere semplicemente il cuore di una coalizione come ai vecchi tempi. Zingaretti deve rilanciare il Grande Pd che punti ancora al 40%». Matteo Orfini ha passato a Paolo Gentiloni il testimone di presidente del partito. È stato sostenitore di Maurizio Martina, lo sconfitto del congresso dem.

Orfini, lei ha votato a favore di Paolo Gentiloni come suo successore alla presidenza del partito?

«Assolutamente sì, con convinzione perché è una scelta autorevole, seria. Poi sono anche sollevato, dopo 5 lunghi anni, di passare a lui il testimone di un ruolo importante ma anche complicato».

Si è schierato con Martina: ora gli sconfitti riaprono il conflitto e la guerra sotterranea?

«Ho sempre riconosciuto la scelta di iscritti ed elettori e quindi rispettato l’esito dei congressi, sia da minoranza quando appoggiai Gianni Cuperlo che da maggioranza quando sostenni Renzi. Ho sempre lavorato per il bene del Pd e questo continuerò a fare».

Non se ne va portando via il pallone, insomma?

«Ci mancherebbe. In questi anni ho visto quanti danni fa un congresso senza fine e chi concepisce la vita interna come scontro continuo. Zingaretti è il segretario di tutti».

Però il Pd di Zingaretti cambierà strada. Questo la preoccupa?

«Qualche mese fa proposi di sciogliere e di rifondare il Pd, quindi se si cambia con me si sfonda una porta aperta. Crescono nel paese sentimenti radicali di contrapposizione alla destra che faticano ancora oggi a considerare il Pd come alternativa. Quindi ok al cambiamento, purché sia reale e non un cambiamo tutto per non cambiare niente».

Ora tutti con Zingaretti, quindi?

«Non ho votato Nicola, non ho interesse o intenzione di entrare in maggioranza, ma di dare una mano al Pd sì. C’è però una cosa che poco mi convince dell’impianto con cui Zingaretti ha vinto il congresso: non possiamo rinunciare a un Pd che sia “il” soggetto politico del centrosinistra e tornare alle coalizioni di un tempo. Cambiamo il Pd, trasformiamolo, rivoluzioniamolo ma non perdiamo l’ambizione di costruire un Grande Pd».

Zingaretti ha lanciato subito il coordinamento parlamentare del centrosinistra, però. È d’accordo?

«Non giudico il primo passo ma mi chiedo dove porti la strada. Io sono affezionato all’idea di un Pd che unisca dentro di sé tradizioni e storie diverse. Non mi piace festeggiare sconfitte onorevoli come in Abruzzo e in Sardegna, ma per tornare a vincere il Pd deve recuperare la funzione originaria e non considerare il 40% delle europee come un caso fortuito, ma come un obiettivo da raggiungere».

Con i fuoriusciti dem ci si può riunire o meglio no come sostiene Giachetti?

«Ogni volta che parliamo del Pd del futuro partendo dalla somma del ceto politico, danneggiamo il Pd e allontaniamo tanta gente che ci potrebbe dare una mano».

Come si ricompatta un Pd in cui, a parole, tutti si dichiarano leali, però poi Renzi lavora e rilancia i comitati civici?

«C’è bisogno del contributo di tutti per ricomporre una frattura persino emotiva con chi soffre di più. Per questo da presidente ho riportato il Pd nelle periferie più lontane, nella baraccopoli di San Ferdinando, sulla Sea Watch».

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A nome del Pd firmo il manifesto di Calenda

Domani sottoscriverò a nome del Pd il manifesto ‘Siamo europei’ promosso da Carlo Calenda. Ho condiviso questa scelta con Nicola Zingaretti, Maurizio Martina e Roberto Giachetti: il Pd dunque ne assume i contenuti.

Iniziamo da qui per lanciare la sfida ai populisti. Nei prossimi giorni incontrerò i segretari regionali per avviare il percorso e convocherò un tavolo con i nostri parlamentari europei e italiani per elaborare il contributo programmatico con il quale il Pd affronterà la sfida.

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7 cose sul caso Sea Watch

Finalmente la Sea Watch ha potuto attraccare e i 47 migranti sono stati fatti sbarcare.
Sarebbe dovuto accadere molto prima, se il governo avesse rispettato la legge. Ma andiamo per punti.

🔴 L’accesso al porto può essere negato solo se sussistono gravi rischi per l’ordine pubblico o per la salute dei cittadini.

🔴 Nei colloqui che le nostre delegazioni di parlamentari hanno avuto in questi giorni a Siracusa con le autorità di sicurezza ci è stato più volte ripetuto che non c’erano rischi per l’ordine pubblico.

🔴 Oggi è arrivata la risposta del Ministero della Salute a una nostra interrogazione sulla condizione sanitaria della nave, una risposta che precisa come l’assenza di ogni rischio fosse chiara da giorni.

🔴 Quindi Salvini ha tenuto ancora una volta senza alcuna ragione, e in violazione della legge, 47 migranti in ostaggio. E con loro l’equipaggio della Sea Watch.

🔴 Pochi minuti fa le agenzie hanno battuto le ultime dichiarazioni del ministro: Salvini accusa Sea Watch di non essere andata in Tunisia. Ormai da giorni Sea Watch ha dimostrato di aver chiesto alla Tunisia un porto dove trovare riparo e di non avere ottenuto ascolto. Salvini lo sa ovviamente. Ma preferisce mentire, per alimentare una narrazione che criminalizza le Ong.

🔴 Ong alle quali dichiara di volere sigillare le acque del nostro paese.
Perché evidentemente per lui se salvi chi rischia di morire devi essere perseguitato. Se invece da ministro violi la legge il parlamento ti deve salvare evitandoti il processo.

🔴 Di Maio, Conte e Toninelli ogni giorno ribadiscono che le scelte di Salvini sono state assunte collegialmente da tutto il governo e che loro le condividevano. Quindi il M5S ha condiviso la scelta di violare ripetutamente la legge a danno dei diritti di decine di esseri umani in difficoltà. E condivide la criminalizzazione di chi salva vite umane.

Questi i fatti.
Raccontiamoli senza farci spaventare da chi semina odio e bugie. E non dimentichiamo mai di dire grazie a chi, come le donne e gli uomini della Sea Watch, mette ogni giorno la propria vita al servizio degli altri.

(foto: Fotogramma/Ipa)

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La cosa giusta

Salvini è indagato per aver sequestrato dei migranti su una nave. Io sono indagato per essere salito su una nave dove altri migranti erano sequestrati.

E ci sono salito per verificare che stessero bene, e per ribadire che è illegale non permettergli di sbarcare.

Salvini chiede di non essere processato. Io non ho problemi a rispondere in ogni sede di ciò che ho fatto.

Attenzione, non è questione di codardia o coraggio. È più semplice.

Salvini sa di aver violato la legge.
Io so di aver fatto la cosa giusta.

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Castelnuovo di Porto, mercoledì 23 gennaio

Sono appena uscito dal CARA di Castelnuovo di Porto. Vi potrei raccontare molte cose, vi potrei descrivere l’assurdità di quanto fatto. Vi potrei descrivere il lavoro pazzesco di un sindaco che con la sua amministrazione ha garantito integrazione e civiltà e che di fronte a una vera e propria deportazione si è portato a casa sua chi altrimenti avrebbe dormito per strada.

Vi potrei parlare della assurdità di una prefettura che non dialoga col comune ma impone scelte sbagliate.

Vi potrei parlare di 100 lavoratori che perderanno il lavoro per una scelta utile solo alla propaganda di qualche ministro razzista.

Ma preferisco raccontarvi una piccola immagine. Una bambina, avrà avuto cinque o sei anni, l’età di mia figlia, ci ha portato dei disegni. Erano i disegni di addio dei suoi compagni di scuola, fatti per lei, per testimoniarle il loro affetto.

Perché quella bambina va a scuola, ha degli amici e una vita dignitosa. Ma a quella bambina hanno detto che se ne dovrà andare da lì, cambierà città, forse regione. E dovrà ricominciare daccapo. Un trauma che si aggiunge ad altri traumi.

Molti si sono risentiti perché ho definito quanto sta avvenendo una deportazione.

Io non trovo parole più adatte.

Ai responsabili di tutto questo dico solo una cosa: guardate questo video, guardate quei disegni. E riflettete su cosa siete diventati.

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Azzerare per rifondare. Costruiamo un Pd diverso

Intervista di Carlo Bertini, La Stampa, 20 settembre 2018

«Così alle Europee rischiamo di andare peggio che alle politiche. Se continuiamo così, con quattro mesi di risse tra noi e un congresso che si riduce solo ad una resa dei conti, non possiamo illuderci di riavvicinare elettori a questo Pd. Io propongo di ripartire dalle Europee, fermando ora il congresso: i principali leader del Pd e intellettuali di area partecipino scrivendo il programma, candidandosi, facendo campagna, con l’obiettivo di salvare l’Europa. E il futuro segretario sarà quello che dimostrerà di essere più bravo in quella battaglia. Io aprirei le liste insieme ad un processo per rifondare il Pd, con lo stesso nome, ma nuovo, aperto, che vada da Saviano a Calenda, passando per Cacciari. Ovviamente azzerando tutte le cariche di partito».

E il segretario?
«Martina potrebbe restare al timone, affiancato magari da un comitato per guidare il partito. La forma si trova, come si fece quando si fondò il Pd. Ma ciò mette in discussione tutto e tutti e forse per questo spaventa molti».

Presidente, si potrebbe dire che è lei ad essere spaventato da un congresso dove vincerebbe Zingaretti. O no?
«Guardi, noi che siamo maggioranza comunque partiremmo avvantaggiati e quale sia il nostro candidato potremmo vincere. Ma il tema è diverso: io sono molto preoccupato da questo clima e dalla voglia di regolare conti interni, che mi sembra totalmente fuori asse rispetto alle sfide che abbiamo di fronte e anche a quello che chiedono i nostri elettori. I nostri avversari sono già in campagna elettorale per le europee, un passaggio decisivo, la sfida che le nuove destre lanciano per avere maggioranza nella nuova Unione».

Ma come volete fronteggiarli se vi mancano slogan forti su Europa, tasse, povertà e pensioni? Come pensate di riconquistare il popolo perduto?
«Intanto ci manca una visione alternativa. Non possiamo essere quelli che difendono l’Europa dell’austerità, dei vincoli, che nega sostegno quando ce n’è bisogno. Va ripensata un’Europa sociale che sappia essere una risposta ai problemi, costruendo anche un’alleanza. Non possiamo dividerci sul tasso di vicinanza a Macron , ma dobbiamo costruire un’alleanza che va da Macron a Tsipras».

E invece ora vi tocca fare il congresso e non avete un candidato. Renzi può ripresentarsi?
«Se guardo agli interessi personali a ognuno di noi conviene fare il congresso. Siamo pronti e io penso che il candidato che sosterrò vincerà. Quanto a Renzi, lui ha escluso una sua ricandidatura: non mi pare un’ipotesi in campo ed è giusto che sia così».

Intanto il segretario del Pd di Ravenna, che ha organizzato la festa dell’Unità, le chiede di dimettersi.
«Azzerare tutto implica non solo le mie dimissioni, ma anche le sue. Ora abbiamo bisogno di fare qualcosa all’altezza di questa sconfitta. Non possiamo pensare di chiedere a qualcuno di dare una mano nel Pd per come è ora, con filiere, correnti, conta sui nomi. Sarebbe più forte mettere a disposizione tutte le nostre funzioni, a cominciare dalla mia, dicendo: azzeriamo, costruiamo insieme una nuova organizzazione e uno statuto nuovo con tutti quelli che hanno dimostrato di impegnarsi. Lo dico a Cacciari, a Saviano, che giustamente ha fatto appello al mondo intellettuale a reagire culturalmente. E lo dico a Calenda: non serve una cosa diversa, ma un Pd diverso. Cominciamo a portarlo in piazza, aprendo gli steccati e coinvolgendo mondi vicini al nostro nella manifestazione del 30 settembre. Se vogliamo cambiare tutto facciamolo davvero, non si può ripetere la solita conta solo per ridefinire gli equilibri interni»

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Ricostruire il Pd e fare opposizione

Di David Allegranti, Il Foglio, 7 agosto 2018

Costruire l’alternativa a un “governo di destra” come quello felpa-stellato è possibile, secondo Matteo Orfini, che rifiuta dialoghi e alleanze con i grillini, da qualcuno spacciati nel Pd per una costola della sinistra. “Considero il M5s di destra”, ha detto sabato scorso in apertura della festa del Pd di Livorno. “Una forza culturalmente e politicamente sovrapponibile alla Lega di Salvini. Credo che il blocco politico nel paese tra grillini e leghisti si sia saldato molto prima che pensassero di fare un governo. Quando noi litigavamo al bar o al mercato con l’elettore che usava argomenti contro la politica, contro le istituzioni, contro la legge sui vaccini, contro qualunque cosa, facevi fatica a distinguere se era un leghista o un grillino”.

Detto questo, c’è da capire come ricostruire il Pd e l’opposizione. Non è semplicissimo per un partito che è stato sette anni al governo o in maggioranza, “perché ci sono persone come me che hanno qualche anno in più e che sono abituati a fare l’opposizione. Ma c’è anche un pezzo del Pd e anche una parte dei nostri gruppi dirigenti e dei nostri parlamentari che per la prima volta si trovano in una posizione del genere e devono imparare a farlo”. C’è anche un problema di identità.

Che cos’è oggi il Pd?
“L’identità del Pd è quella di una grande forza di centrosinistra, che deve evidentemente rideclinare i valori della sinistra in una condizione diversa rispetto al passato. Oggi in Europa ci sono forze estreme di populismi e nazionalismi, c’è il riemergere di pulsioni che credevamo archiviate nei libri di storia. Quello che sta accadendo ogni giorno in questo paese, e che Salvini nega, come il ritorno di violenza a evidente matrice razzista se non fascista in alcuni casi, racconta l’esigenza di costruire una risposta non solo in Parlamento, ma nella società. Perché la sfida nei confronti di questa destra l’abbiamo persa prima culturalmente che politicamente”.

In che modo?
“C’è un pezzo di paese che non vota Lega, ma che su alcuni temi, anche a sinistra, pensa come Salvini. A me questo preoccupa molto di più di quelli che votano Salvini. E questo accade anche perché noi probabilmente negli ultimi anni quella battaglia culturale abbiamo smesso di farla, perché abbiamo immaginato che l’unica missione vera di un grande partito come il nostro fosse governare il paese e cambiare il paese dal governo. Credo che abbiamo governato bene il paese, abbiamo lasciato un’Italia che sta meglio di cinque anni fa, però abbiamo perso drammaticamente le elezioni, perché governare bene non è sufficiente, non basta più”.

La questione è che “noi abbiamo fallito anche perché per una parte del paese siamo apparsi come la forza che cercava di difendere lo status quo, non quella che cercava di sovvertirlo. Oggi ci stupiamo che non prendiamo più voti tra i precari, i disoccupati, i giovani, gli operai, i ceti popolari: sono trent’anni che non prendiamo più quei voti, perché siamo stati percepiti per larghi tratti della nostra storia come quelli che non volevano cambiare gli equilibri di potere e di ricchezza di questo paese, che è chiuso, oligarchico. Una volta abbiamo rotto questo meccanismo, alle europee quando abbiamo preso il 40 per cento, perché siamo stati interpretati come la forza – in quel caso per merito di Renzi che lo trasmetteva quasi in modo pre-politico – che aveva voglia di scassare tutto, di sovvertire gli equilibri, di cambiare le cose. Poi quella forza, percepita di cambiamento, si è evidentemente appannata, o almeno non è arrivato più quel messaggio. Anche perché in alcuni casi non siamo stati in grado di rivoluzionare davvero tutto; non abbiamo avuto uno strumento all’altezza di questo compito”.

Contro le alleanze stravaganti
E adesso la soluzione per curare i mali della sinistra sarebbe recuperare il dialogo con l’elettorato a partire da un dialogo con il M5s? No,
grazie, dice Orfini. “L’idea che siccome un pezzo dei nostri elettori ha scelto di votare il M5s noi ci dovessimo conseguentemente alleare con il M5s a me non ha mai convinto. Ho sempre ritenuto e pensato che qualora ci fossimo alleati con il M5s avremmo certificato la fine della storia della sinistra italiana”. Troppe le cose che dividono: “Casaleggio dice che tra un po’ il Parlamento sarà superato; non è una boutade, non è una sciocchezza, non l’ha detta perché aveva bevuto, l’idea che la democrazia rappresentativa vada superata è l’idea del M5s. L’idea che le istituzioni debbano essere delegittimate, l’idea che non conta ciò che è vero ma ciò che è virale, l’idea che sulle fake news, sulle bugie e sulla demonizzazione dell’avversario si costruisca una vittoria elettorale è la negazione di quello che pensa e crede una persona di sinistra.

Il reddito di cittadinanza non è una proposta di sinistra, il Pci non lo voleva, ma per una ragione: nella nostra Costituzione il lavoro è dignità – ma non come il decreto di Di Maio – il lavoro è quello che costruisce la soggettività politica, è un perno della cittadinanza. Non puoi immaginare che il lavoro sia solo il salario. Questo non significa che nel momento in cui ti trovi in condizioni di povertà o difficoltà tu non abbia diritto a un sostegno, infatti abbiamo realizzato il reddito di inclusione, di cui usufruiscono già un milione di persone. Uno strumento che va ampliato, certo, ma, insomma, da qualunque parte la si prenda, la sinistra con il M5s non c’entra nulla”.

C’è chi dice che bisogna superare il Pd, ma “oltre il Pd c’è la destra”. E’ una battuta di D’Alema, che peraltro ha costruito “una grande scuola di formazione, poi purtroppo è invecchiato male”, ma è una frase “vera, purtroppo. Quando la disse lui non lo era, adesso è diventata. Oggi, se io guardo in Parlamento, a parte uno sparuto gruppetto sotto di noi la cosa più moderata che c’è è Forza Italia, con cui non voglio avere nulla a che fare come prospettiva di allargamento del Pd”. Carlo Calenda, per dire, ha lanciato il “fronte repubblicano”, ma “l’idea di costruire una cosa che tiene insieme tutto ciò che non è il governo attuale vuoi dire immaginare che si possa costruire un soggetto politico nuovo in cui noi e Berlusconi stiamo insieme. A me pare anche questa la negazione della ragione per cui siamo nati. E onestamente non fa per me, non è cosa nostra. Lasciamo Berlusconi a Salvini, tanto più che questo governo è nato grazie al permesso di Berlusconi, che è per finta all’opposizione, ma di fatto è in maggioranza”.

Discorso vale anche per chi è oggi a sinistra perché uscito dal Pd, avverte Orfini: “Non mi convince l’idea che noi risolleviamo le sorti della sinistra rimettendo insieme me, Bersani e D’Alema. Non risolverebbe nulla. Noi abbiamo preso il 18, Leu il 3. Se noi ci rimettessimo insieme sono abbastanza convinto che una parte di quelli che hanno votato per noi non ci voterebbero più e penso che una parte di quelli che hanno votato Bersani e D’Alema non li voterebbero più”. Contro Minniti, voce dal pubblico, parla un elettore livornese: “Mi dovete spiegare una cosa. Come mai noi s’è perso a Pisa? C’è stato un sviluppo esagerato di industrie, di lavoro, eppure… Il mio punto di vista è uno solo: quando uno va all’ospedale di Pisa, come si fa tutti, c’è trenta neri che ti vengono davanti. La Lega ha vinto in quella maniera”.

Orfini non si scompone: “A Pisa, come in larga parte del paese, la Lega ha preso i voti sull’immigrazione. Ora, è ovvio, se uno va all’ospedale e trova un nucleo di immigrati particolarmente aggressivi o vive in un quartiere dove delinquono poi tutto questo produce una reazione. Ma la risposta a quel problema è garantire la sicurezza, il controllo del territorio, dare gli strumenti a chi deve farlo”. Però attenzione, dice Orfini, non è stato solo Salvini a “costruire l’idea che la sicurezza e l’immigrazione siano due cose legate, e non è così, perché i delinquenti possono essere italiani o immigrati. Se accetti quel nesso vince Salvini. Il tema non è indicare il nemico da fermare. Perché se la sicurezza tu la garantisci fermando l’immigrazione – e accetti quindi questa lettura – allora ha ragione Salvini: bisogna chiudere i porti, affondare i barconi e chiudere le persone nei lager in Libia, come sostiene Salvini. Noi dobbiamo rifiutare la lettura per cui immigrazione e sicurezza sono collegate. Poi, certo, dobbiamo garantire la sicurezza, e questo significa che quando un immigrato o un gruppo di immigrati delinquono devono essere presi, messi in galera o rimandati – garantendo che ci restino – nel loro paese”.

Ma, dice Orfini, “la battaglia culturale per spiegare agli italiani che non si può indicare il nemico ma bisogna garantire la sicurezza non l’abbiamo fatta. La ragione per cui a me è capitato di discutere con Minniti è perché se tu sei il ministro dell’Interno di un governo di sinistra e dici che l’immigrazione mette a rischio la democrazia, come capitò di dire a lui, accetti la lettura di Salvini. Non lo puoi dire, perché se l’immigrazione mette a rischio la democrazia, è lecito fare quello che fa Salvini. Per fortuna non è vero che l’immigrazione mette a rischio la democrazia. Sono i delinquenti che la mettono a rischio, sono le mafie, la criminalità organizzata; poi, a volte, tra quei delinquenti ci sono anche gli immigrati”. Dunque, “se sei ministro dell’Interno devi dichiarare guerra alla criminalità, non indicare un nemico che ti serve perché non sei in grado di fare il tuo mestiere. Salvini questo sta facendo. Non è migliorata per niente la condizione di vita del nostro paese.

Io mi sono candidato a Tor Bella Monaca, zona peggiore in assoluto, elettoralmente per il Pd di Roma e piazza di spaccio modello Scampia tra le più grandi di Europa e le più controllate dalla criminalità organizzata. Salvini ci venne a fare una passeggiata in campagna elettorale dicendo ripulirò tutto. Ovviamente da quando è ministro, nulla è cambiato e nulla cambierà, perché l’attività che svolge Salvini è indicare il nemico. Prima sono i rom, poi sono i migranti, però non farà nulla per risolvere quei problemi, perché non ci riesce, perché non lo può fare perché non gli serve, perché continua a lucrare sulla rabbia nei confronti di quella percezione di insicurezza che, a volte, è insicurezza reale che i cittadini soffrono”. E allora “noi questo giochetto, questo incantesimo, lo dobbiamo rompere prima di tutto tra di noi e ricominciare a dire che non è vero che è tutta colpa degli immigrati, non è vero che noi non siamo nelle condizioni di accoglierli, non è vero che sono troppi, è che sono distribuiti male e integrati male, perché abbiamo fallito anche noi sulle politiche di accoglienza e di integrazione, e che noi abbiamo bisogno di mettere contestualmente le forze dell’ordine in condizioni di garantire il controllo del territorio e la sicurezza.

Dobbiamo recuperare, questo sì, l’idea che sicurezza è un grande valore della sinistra, perché della sicurezza ha bisogno soprattutto chi non se la può comprare da solo. Se tu sei ricco vai nel quartiere bene, dove non c’hai il problema della sicurezza. Se non te lo puoi permettere hai bisogno che quella sicurezza sia garantita dallo stato. Noi per troppi anni abbiamo lasciato il tema della sicurezza alla destra e poi per recuperare abbiamo accettato di declinarlo come lo declinava la destra, cioè legandolo al tema dell’immigrazione. Se continuiamo a fare così non è che Salvini vince a Pisa, vince ovunque. Da un lato, dunque, cogliamo il punto di verità che c’è in quel ragionamento, dall’altro ricominciamo a raccontare la verità agli italiani e a fare battaglie impopolari. Perché su questo tema dell’immigrazione abbiamo usato le parole della destra; perché avevamo paura del consenso che quelle parole avevano nel paese. Ma se tu usi le parole della destra, e questo vale sull’antipolitica quando usi le parole dei grillini, alla fine la gente vota l’originale”.

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Il Pd dica no alle motovedette ai libici

Intervista di Daniela Preziosi, Il Manifesto, 3 agosto 2018

Matteo Orfini, la prossima settimana la camera voterà il decreto per la cessione di 12 motovedette alla Libia. Al senato il Pd ha votato sì. Lei ora chiede un ripensamento. Perché?
Perché quello che sta emergendo sulle condizioni dei campi libici obbliga ad alzare l’attenzione sulla garanzia dei diritti umani. Soprattutto quando al governo c’è chi sembra non ritenere questo un problema di competenza del nostro paese. Ma c’è dell’altro.

Cosa?
In questi mesi sono emerse diverse verità sul comportamento della Guardia costiera libica, sulle modalità dei “salvataggi”, su alcune sovrapposizioni con i trafficanti di uomini. A fronte di tutto questo, prima di cedere altre motovedette alla Libia credo sia dirimente mettere dei paletti: la garanzia della cogestione dei campi da parte organizzazioni internazionali, e comunque un concreto salto di qualità nella garanzia dei diritti umani.

Smentireste il voto al senato?
Al senato il Pd ha presentato emendamenti che però sono stati bocciati.

Chiede di riproporli?
Sì, rafforzandoli. Dobbiamo chiedere a Lega e M5S, e soprattutto a chi come il ministro della Difesa si è detta molto preoccupata dai diritti umani, di accettare quegli emendamenti. Se non dovesse avvenire mi sembra complicato il voto a favore del Pd.

La pensano così anche i suoi colleghi deputati?
Su questa posizione c’è una discreta sensibilità nel Pd. D’altra parte sto dicendo cose in piena continuità con la storia del centrosinistra. Nel nome dei diritti umani abbiamo orgogliosamente svolto missioni militari dal Kosovo all’Afganistan alla Somalia. Spinti dall’idea che dove i diritti umani sono a rischio, la sinistra ha l’obbligo di intervenire.

Per questa idea in tutte quelle guerre avete rotto con la sinistra pacifista.
Ci sono state anche rotture, certo. Ma oggi noi non possiamo passare da quelli che intervenivano anche militarmente per il rispetto dei diritti umani a quelli che armano chi viola sistematicamente i diritti umani.

La cessione di motovedette però nasce da un piano, quello di Minniti, il vostro ministro. Non c’è il rischio che il Pd sia obbligato a votare sì per questo?
Su quel piano a suo tempo ho espresso le mie perplessità. Ma non è questo il punto oggi: quel piano prevedeva elementi da rivendicare, fra l’altro la verifica del rispetto dei diritti umani in Libia. Oggi la verifica c’è stata. Ed ha dato esito negativo, purtroppo.

Convocherete una riunione dei deputati dem?
Ne stiamo già discutendo nel gruppo e spero che troveremo un punto di sintesi. Questa vicenda ci deve far riflettere: siamo di fronte a una strage di massa in Africa, quelli che muoiono nel Mediterraneo sono solo una parte. Questo dramma per la sinistra non può essere ridotto a quanti ne sbarcano in Italia. La sinistra europea deve riscoprire il coraggio di una grande battaglia politica e culturale. Che in questi anni non c’è stata.

Anzi, voi avete fatto l’opposto: è il ministro Minniti ad aver inaugurato il confronto muscolare con le Ong. Poi sono arrivate le denunce della procura di Catania, e le inchieste. E poi Salvini.
E poi Di Maio e Salvini. Ma non si possono mettere sullo stesso piano le preoccupazioni espresse da Minniti con le accuse e poi le azioni di Salvini e Di Maio. Le inchieste sono finite in archiviazioni. Ma la propaganda che M5S e Lega hanno fatto contro le Ong ha prodotto il fatto che oggi nel Mediterraneo non solo non ci sono organizzazioni che salvano vite umane, ma neanche occhi che controllano quello che fa, ad esempio, la Guardia costiera libica.

Oggi l’Italia affida alla Libia il “salvataggio” delle persone che scappano dalla stessa Libia.
È indispensabile coinvolgere i paesi africani nella gestione dei flussi. Ma nel frattempo la soluzione non sono i respingimenti forzati che riportano le persone nel posto da dove scappano.

Cosa farà se il Pd non sarà d’accordo con lei?
Il tema non è convincere il Pd ma la maggioranza. I ministri Trenta, Di Maio, Salvini possono dire che il rispetto dei diritti umani è irrilevante? Il Pd comunque non può.

Ma se questi emendamenti fossero respinti, lei come voterà?
Sono il presidente del Pd, voterò la stessa cosa del Pd, che senza quegli emendamenti di certo non potrà votare a favore.

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Ora contano solo le idee

Intervista di Daniela Preziosi, il manifesto, 26 giugno 2018

 

Presidente Orfini, per Zingaretti  si chiude «una fase storica». Si chiude il renzismo?

Non so cosa intenda Zingaretti. Il 4 marzo c’è stata una sconfitta politica del Pd, domenica anche. Tutti avevano chiesto di affrontare la discussione dopo le amministrative. Ora possiamo farlo.

Calenda dice: andare oltre il Pd. 

Oltre il Pd oggi c’è la destra.

Questa è una citazione di D`Alema sulla svolta di Occhetto. Ma poi la svolta ci fu. 

Non risolveremo i nostri problemi ripartendo dai nuovi nomi di partito, dalle formule o dalla somma del ceto politico. Il tema è come riconquistare gli elettori che hanno votato a destra. La soluzione non sono le coalizioni larghe fatte a prescindere: le abbiamo fatte alle amministrative, non hanno vinto. Il problema è più profondo.

Calenda parla di fronte repubblicano, Renzi vagheggia un partito macronista fuori dalla famiglia socialista. Le piace? 

No. E lo dico nel momento di massima debolezza del Pse. Non ci ridaremo un orizzonte europeo sommando tutto ciò che non è populismo xenofobo. Se si vuole rilanciare davvero il centrosinistra non serve una grande coalizione Ppe-Pse. Serve lavorare a un soggetto europeo che vada da Macron a Tsipras.

Sui migranti c’è una posizione dei socialisti europei? Lo stesso Pd, con Minniti, è il precursore  della lotta contro le Ong di cui oggi in Italia si raccolgono gli amarissimi frutti con Salvini. 

Una delle scelte che hanno determinato la nostra sconfitta. Abbiamo sdoganato la lettura del fenomeno migratorio delle destre. Lo dico da tempo, da quando abbiamo cominciato a chiederci `quanti ne arrivano` anziché `perché partono`, una lettura che poi ci ha portato a dichiarazioni allucinanti, tipo che la democrazia è messa a rischio dagli sbarchi e non dalle mafie o dall’esclusione sociale. Qualche giorno fa Gentiloni ha rivendicato la diminuzione degli sbarchi dicendo che `abbiamo fatto fare meno affari agli scafisti`. Falso: gli scafisti hanno riconvertito le attività e si sono messi a gestire lager e vendere schiavi. È accettabile da una forza di sinistra?

Risponda lei.

Da me no. C`è chi si sorprende che il 60 per cento dia ragione a Salvini. A me sembra un miracolo che il 40 ancora no, nonostante il silenzio anche nostro. L`Espresso ha pubblicato un`inchiesta in cui si dice che questi lager sono stati costruiti su sollecitazione e forse finanziamento dei servizi. Sarebbe allucinante, appena ci sarà il Copasir mi occuperò di segnalare la questione.

Il Pd va ripensato, dice Martina. Ma per lei le coalizioni non servono. E allora che serve? 

Oggi si è cementato un blocco politico che cuba più del 50 per cento del consenso degli italiani. C’è un solo italiano che si aspetta da noi che ricomincino le dispute sulle coalizioni larghe o strette? Non credo. Il tema è fare un racconto nuovo, cose alternative a quel blocco. La sinistra ha perso l’egemonia culturale. La responsabilità è nostra ma anche degli intellettuali che hanno giocato con certi argomenti senza vederne i rischi. Anche noi abbiamo cavalcato alcuni slogan sui costi della politica.

Nel Lazio Zingaretti ha vinto con una coalizione larga. 

Sì, e con la destra divisa. Fosse stata unita avremmo perso. Il punto non è quanto allarghi la coalizione ma quanto convinci i cittadini. Rincorrere ceto politico non serve.

Da qualche parte dovrete pure iniziare per rimettere insieme una maggioranza. 

Non c’è dubbio. Ma la soluzione non è rimettere insieme vecchi amici come me e Stumpo (Mdp, ndr). Dobbiamo partire da un progetto che convinca i cittadini. Siamo stati percepiti come establishment perché a volte lo abbiamo difeso, di più nell’ultimo anno.

Ma Renzi non è il `nuovo`. Il Pd si può rigenerare se Renzi resta il più influente dei suoi dirigenti? 

Per un pezzo di ceto intellettuale e politico che si autodefinisce di centrosinistra, sinistra era essere contro Renzi. Ora Renzi si è dimesso. Dobbiamo continuare a discutere della purezza del suo sangue mentre la destra chiude i bambini in gabbia? Ripartiamo per inclusione, non per esclusione, ciascuno si misurerà sulle nuove idee. Discutiamo seriamente fino in fondo. Dobbiamo decidere cosa portare nella fase nuova e cosa va riconosciuto come un errore.

La legge Fornero e il jobs act sono stati errori? 

Lo sono stati la linea sugli immigrati, l’idea della democrazia come costo, il federalismo sbagliato. Invece il mercato del lavoro oggi è meglio di 5 anni fa. Infatti chi ha costruito un partito contro quelle scelte ha preso pochi voti.

Molti maggiorenti vogliono il congresso subito. Lo convocherà? 

Convocherò l’assemblea il 7 luglio e lì decideremo. Tutti invocano un congresso costituente. Con le nostre attuali regole il congresso è una conta su dei nomi che serve a ridefinire gli equilibri interni del Pd. Per aprire una fase costituente bisogna invece ripensare il Pd, le sue regole, darsi il tempo che serve per coinvolgere chi non ci ha più votato.

Non è che volete tenervi Martina segretario perché garantisce gli equilibri proprio con i renziani? 

Io mi sento garantito dalle mie idee, non da quello che decideremo il 7 luglio. Chi ha idee le può far vivere in un congresso o in una discussione più larga. Chi non le ha si affanna sulle procedure.

Il segretario del Pd sarà ancora il candidato premier? 

La legge elettorale non prevede il candidato premier, il candidato premier di fatto già non c’è più. Ma resto dell’idea che il leader del Pd sia scelto dagli elettori con le primarie e non dagli editori con i loro giornali.

 

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Accordo con il M5s significa estinzione del Pd

Intervista di Carlo Bertini, La Stampa, 26 marzo 2018

Dopo esser restato fuori dalle trattative sulle Presidenze, il Pd si renderà indisponibile pure per la formazione del governo, presidente Orfini?
«Dopo una sconfitta come quella subita, il posto del Pd è all’opposizione. Tanto più che i vincitori sono due poli oggi fusi tra loro programmaticamente e culturalmente. Quanto avvenuto sulle Presidenze è un fatto politico, che prefigura la nascita di un nuovo Pentapartito con le quattro sigle di centrodestra e i 5stelle».

Tranne lei e Renzi, mezzo partito vorrebbe scongiurare un governo Lega-5Stelle, considerandolo una china pericolosa?
«C’è un atteggiamento paternalista nei confronti degli elettori, che è una delle ragioni della sconfitta. Se così grande parte del Paese ha scelto loro o noi diciamo, come il brano degli Zen Circus, che “la democrazia semplicemente non funziona”, o ne prendiamo atto. Chi ha vinto ha diritto e dovere di governare».

Porta sbarrata al dialogo con i 5Stelle?
«Questa idea che il M5S sia una costola della sinistra è sbagliata. È evidente che i loro argomenti non avrebbero potuto che sfociare a destra e così è accaduto. Quando usi la delegittimazione delle istituzioni, o separi il tema del lavoro dalla dignità e lo riduci solo al salario sostituendolo col reddito di cittadinanza, o quando sull’immigrazione dici cose speculari a Salvini, lo sbocco non può che essere quello di un’alleanza con la destra, che si sta cementando in queste ore. Il tema è capire che posizionamento dobbiamo avere noi per tornare a vincere. Ma portare il Pd con M5S significa liquidare il Pd. E chi viene dalla mia esperienza, non accetterà mai di estinguere la storia della sinistra italiana portandola ad essere l’ancella della Casaleggio e associati».

È pensabile una vostra astensione per far partire un governo di centrodestra?
«Quando dico opposizione intendo anche alla destra».

Far parlare i vostri ¡scritti, come l’Spd, o il popolo delle primarie, sarebbe una bestemmia?
«Il referendum è uno strumento previsto dallo statuto, finora mai usato. Ma credo che in questo caso non serva, poiché c’è stata una decisione unanime in Direzione».

Anche il Colle non gradisce questa chiusura a riccio, giusto?
«Ascolteremo con la consueta attenzione quando andremo alle consultazioni. Abbiamo la massima fiducia e rispetto per il lavoro difficile che dovrà fare Mattarella, ma il compito di dirigere il Pd non può essere scaricato sul capo dello Stato. Un errore che facemmo in passato, quando al momento di varare le larghe intese con Berlusconi non ci prendemmo le nostre responsabilità, votando un documento ridicolo che delegava la scelta al Colle».

Ma di fronte a queste due linee divaricanti sarebbe il caso di fare chiarezza con un voto? C’è la prima occasione domani per la scelta dei capigruppo.
«Certo, o si trova un accordo sulla linea politica, o è inevitabile che ci sia una discussione e una decisione anche sugli interpreti che andranno a riportarla al Colle. Io sono tra quelli che lavorano per un’elezione con il consenso più largo possibile dei capigruppo e degli uffici di presidenza di Camera e Senato. Naturalmente l’unità è figlia della condivisione di una linea politica. E confesso di esser rimasto sconcertato che dopo aver votato la scelta di stare all’opposizione, larga parte dei gruppi dirigenti Pd, dal giorno dopo, abbiano messo in campo una linea opposta».

Qualche nome?
«È tutto esplicito. E anche la richiesta di partecipare alla discussione sulle presidenze delle Camere era considerata da qualcuno come primo passo per un accordo di governo».

Opposizione o dialogo sono due linee che svelano opposte visioni strategiche. Il Pd rischia un’altra scissione?
«Gli ultimi che se ne sono andati sono la dimostrazione che non c’è spazio politico a sinistra del Pd. Credo che dobbiamo capire come riconquistare il centro della scena correggendo alcuni errori. Abbiamo pagato un alto prezzo e abbiamo il dovere di fare un’analisi seria di cosa è accaduto. Se insegui i 5stelle sull’antipolitica, favorisci il voto a loro, se invece sostieni che l’immigrazione possa mettere a rischio la democrazia, legittimi il voto a Salvini».

Si riferisce a Renzi e Minniti?
«Sono il presidente del partito e le responsabilità sono prima di tutto mie».

Che possibilità ha Martina di essere confermato segretario tra un mese?
«A metà di aprile svolgeremo la nostra assemblea. Maurizio si è caricato il ruolo più delicato e lo sta svolgendo con sapienza. E se vorrà continuare questo lavoro, l’assemblea farà le sue valutazioni, ma ovviamente partirà da lui».

Cambierete lo statuto, per separare i ruoli di segretario e candidato premier?
«Io sono contrario, abbiamo bisogno di modificarlo con una riforma organizzativa, cui peraltro ho già lavorato in questi anni, ma senza toccare le primarie: la forte legittimazione della leadership è garanzia della sua autonomia dalle pressioni esterne».