Intervista a Il Riformista di Umberto De Giovannangeli, mercoledì 13 aprile

Tra gli esponenti di spicco del Partito democratico, Matteo Orfini, parlamentare dem, è considerato uno dei più vicini al mondo pacifista. E, cosa rara di questi tempi, è uno dei pochi che non parla il “politichese”.

 “Cala il sipario sulla sinistra italiana”. Così questo giornale titola un articolo di Donatella Di Cesare. Afferma Di Cesare: “Non era mai avvenuto che il popolo di sinistra si sentisse così tradito nei propri più alti ideali da coloro che hanno promosso una politica militarista. Prima hanno deciso l’invio delle armi, poi hanno votato l’aumento delle spese militari, ora sponsorizzano un’economia di guerra”. A lei la replica.

A me sembra una visione discutibile, forzata, di quello che è la sinistra e la sinistra italiana. Anche perché dentro la storia della sinistra italiana non c’è solo una componente, che c’è sempre stata, di pacifismo integrale. Ma c’è, e direi in una dimensione maggioritaria dentro la storia della sinistra, l’idea che sia lecito e giusto combattere contro gli oppressori, anche prendendo le armi. La sinistra italiana nasce dalla lotta di liberazione antifascista, che non fu fatta con i fiori ma condotta con le armi. Per anni, anche in maniera faticosa e dura, nella sinistra abbiamo discusso i limiti dell’uso della forza…

Ad esempio?

Beh, qualche decennio fa, io allora ero più giovane, si sviluppò una discussione non facile attorno al diritto all’ingerenza umanitaria, e cioè intervenire laddove ci sono violazioni sistematiche dei diritti umani e/o vi sono aggressioni militari che minano la sovranità di uno Stato e l’esistenza stessa di un popolo. Penso, ad esempio, a quello che è accaduto nella ex Jugoslavia, in Kosovo… dove l’intervento a cui partecipò un governo guidato da uno dei principali leader della sinistra italiana, portò alla fine di quel conflitto. Perché dopo quell’intervento, guidato dal principio di ingerenza umanitaria, una guerra che durava da anni terminò. Ma penso anche a quando noi abbiamo invocato il diritto all’autodeterminazione dei popoli, alla resistenza di fronte agli oppressori. Quante volte abbiamo detto che avremmo dovuto sostenere di più i curdi quando resistevano all’Isis. E in quel sostegno, mettevamo in conto, noi sinistra, anche l’idea che si potesse e dovesse sostenere la resistenza curda anche in termini militari, declinati in varie forme. La sinistra italiana è anche questa. E lo dico pensando che quei principi di cui ho parlato sono giusti e sono un modo per difendere anche gli ideali della pace. Una pace è tale se è giusta. Sennò è uno sterminio che si chiama “pace”. È chiaro che non avessimo sostenuto la resistenza ucraina, probabilmente Putin avrebbe chiuso la guerra in poche settimane. E ci sarebbe la “pace”, Ma quella non sarebbe una pace, sarebbe stata un’annessione, uno sterminio, una violazione di tutti i diritti.

Il segretario del Pd, Enrico Letta, a “Mezz’ora in più” di Lucia Annunziata, ha detto che Putin “non è più partner ma minaccia” e che per il presidente russo “conquistare la Francia sarebbe più importante dell’Ucraina”. Il riferimento è alle presidenziali francesi, dove a sfidare Macron al ballottaggio del 24 aprile è Marine Le Pen che certo non ha mostrato antipatia verso Putin. Lei come la vede?

Che Putin sia responsabile di questa guerra è un fatto. E io francamente non capisco come si possa ridurre la constatazione che c’è un aggressore e un aggredito, ad una semplice posa retorica come fanno alcuni commentatori. È una premessa che si fa per poi non far nulla. Se c’è un aggressore e c’è un aggredito, si aiuta l’aggredito contro l’aggressore. La conseguenza deve essere quella. E non c’è dubbio, peraltro, che quella di Putin è una storia di relazioni con le destre europee, occidentali. In questi anni gli amici di Putin in Europa, quelli che hanno avuto relazioni con lui, sono state quasi sempre le destre sovraniste. Pensiamo anche ai rapporti che l’America ai tempi di Trump aveva con Putin. È chiaro che lui abbia provato ad esercitare un ruolo improprio dentro le democrazie occidentali. E oggi è abbastanza facile ricostruire quali siano state le forze politiche che hanno avuto i rapporti migliori con Putin. E, anche in questa chiave, non è la stessa cosa se vince Macron o se vince la Le Pen. Io spero che vinca Macron non solo per le vicende legate alla guerra in Ucraina…

E per cos’altro?

Di tutto abbiamo bisogno salvo che un governo di estrema destra nel cuore dell’Europa. Penso che sia molto importante, in vista del ballottaggio, che Mélenchon abbia fatto subito una dichiarazione di sostegno a Macron, cosa che non era scontata. Nessun voto di Mélenchon vada a Le Pen. Penso che da parte sua sia stato un gesto di grande serietà e responsabilità.

Tornando all’Italia: ma il sostegno, anche in armamenti, alla resistenza ucraina, necessariamente doveva portare in automatico al significativo incremento delle spese militari voluto dal governo e votato a grande maggioranza dal Parlamento?

C’è un errore che non dobbiamo fare in questa vicenda. E mi fa piacere che in una intervista di questi giorni l’abbia detto anche Letta. Noi non dobbiamo immaginare di leggere questa vicenda bellica con le lenti della politica estera di qualche decennio fa. La soluzione per noi non può essere un nuovo bipolarismo Est-Ovest, una sorta di Guerra Fredda 2.0. Questo sarebbe un errore. Noi abbiamo bisogno di ritornare a una visione multilaterale. L’unica che può isolare o quanto meno contenere la Russia. Da questo punto di vista, ritengo sbagliate alcune recenti dichiarazioni sia di Stoltenberg sia di Biden. Noi non possiamo stabilire che tutto l’Oriente è cattivo, schiacciando la Cina sulla Russia. Noi abbiamo bisogno, invece, di ricostruire una visione multipolare, e non bipolare, in cui la Cina è un partner strategico che serve a costruire la pace. Faccio l’esempio della Cina perché è quello più rilevante.

Come vede l’Europa in questa fase storica?

Abbiamo bisogno di un ruolo molto più forte dell’Europa. Che infatti lo sta assumendo anche prendendo le distanze da alcune forzature che ci sono state. Quando Macron, e come lui tanti altri leader europei correggono le dichiarazioni forzate di Biden, rivendicano una posizione, da alleati degli Stati Uniti ma autonoma. Noi dobbiamo ritornare a una centralità dell’Europa, a un’autonomia dell’Europa dentro un quadro multilaterale. Per dirla con nettezza: la politica estera dell’Europa la fa l’Europa, non la fa la Nato. Che è bene che ci sia ma con un ruolo diverso. Se noi teorizziamo questo e diciamo che per garantire la pace, per evitare di tornare a una nuova Guerra Fredda tra Oriente e Occidente, serve una Europa più forte, beh, allora dobbiamo trarne le dovute conseguenze…

Lei è a favore della difesa comune europea? Anche di questo si discute molto a sinistra…

Una Europa è più forte se ha anche una difesa europea. In questo senso noi dobbiamo discutere di quel famoso 2%, al netto di tutte le strumentalizzazioni di politica interna, abbastanza tristi, fatte da Conte e da altri. Il punto è: se tu mi chiedi dobbiamo aumentare le spese militari dell’Italia per rifare l’esercito italiano, la mia risposta è no. Se mi si dice dobbiamo costruire un esercito europeo, che aiuti l’Europa a svolgere quella funzione di cui sopra, e quindi a costruire quell’obiettivo, penso che sia ragionevole discuterne. Ma noi non possiamo dire che vogliamo l’Europa e poi dire che non vogliamo l’esercito europeo. Questa sarebbe una risposta velleitaria.

Chi rifiuta di leggere la geopolitica dei nostri giorni alla luce di uno schema democrazie vs autocrazie, non può però non riflettere sul fatto che, per restare alle ultime settimane, in Ungheria Viktor Orbán ha rivinto le elezioni ottenendo il quarto mandato consecutivo. Che in Serbia il sovranista Aleksandar Vučić è stato riconfermato al primo turno alla presidenza. E che in Francia a contendere l’Eliseo a Macron sia Marine Le Pen, la leader di una destra ultranazionalista. Il sovranismo non appartiene dunque al passato?

Ma quale passato! Il sovranismo in Europa c’è, è ancora forte ed è l’avversario più temibile e inquietante della sinistra, che noi abbiamo il dovere di provare ad arginare e sconfiggere. In questo senso quello che accadrà in Francia è probabilmente decisivo. Ma dobbiamo guardare anche al nostro Paese. Anche per questo insisto sulla necessità impellente di ritornare a una centralità europea. Perché questa è la risposta forte al sovranismo.

Intervista di Francesca Schianchi, La Stampa, lunedì 2 settembre

Da giorni chiedo al presunto statista Conte di mostrare discontinuità sul tema migranti, ora per disperazione mi trovo obbligato a rivolgermi al segretario Pd Zingaretti e ai capigruppo, Marcucci e Delrio, che stanno trattando sul governo», chiama in causa i compagni di partito l’ex presidente dem Matteo Orfini sulla vicenda Mare Jonio, più di trenta persone bloccate su una nave dal divieto di sbarco deciso da Salvini.

Cosa dovrebbero fare Zingaretti, Delrio e Marcucci?

«Al M5S abbiamo chiesto discontinuità, nei nomi e nei contenuti: sui nomi l’ipotesi è già tramontata, almeno sui contenuti dovremmo pretenderla».

Il suo segretario ha chiesto lo sbarco pubblicamente.

«Non è questione di un tweet. Se stiamo facendo questa trattativa per superare le politiche oscene di Salvini, io avrei detto: prima di tutto, fateli sbarcare. Poi si tratta. Invece stiamo qui a parlare del numero dei vicepremier: Franceschini fa un tweet, Orlando lo ritwitta, Gentiloni ritwitta Orlando che ritwitta Franceschini. Per il mio partito conta più il numero di chi va al governo del numero di esseri umani sequestrati. Sarà che a me interessa assai poco perché non ci entrerei mai».

Non sarà che ne parla così perché il suo nome non è girato nel totoministri?

«Ho letto che il mio nome è entrato in una “black list” del M5S. E ne sono orgoglioso».

Sul tema immigrazione quali paletti dovreste mettere?

«Si smetta di fare la guerra alle Ong. Si metta mano agli accordi con la Libia. Si faccia una legge quadro sull’immigrazione che superi la Bossi-Fini. E magari, si faccia lo ius soli».

Si possono adottare queste politiche con il M5S?

«È bene capirlo subito. Se nemmeno su questo siamo in grado di ottenere una radicale discontinuità, che ci andiamo a fare al governo?».

Se non ottenete disponibilità su questo tema meglio far saltare la trattativa?

«Non penso che dobbiamo andare al governo a tutti i costi».

Zingaretti è troppo timido?

«Registro che non abbiamo posto lo sbarco dei profughi della Mare Jonio come conditio sine qua non».

Lei definisce Conte «presunto statista». Quanto le costa l’idea di votargli la fiducia?

«Dipende da quello che fa il governo: tra il governo e il voto abbiamo scelto il male minore, ma sempre male è. E un conto è accettare Conte, un altro considerarlo uno statista, dopo 15 mesi in cui ha avallato tutte le scelte peggiori».

Il Pd può arrivare ad accettare Di Maio vicepremier?

«La discussione sui nomi non mi appassiona: un ministro in più non rende accettabili scelte sbagliate. Certo, credo sarebbe più semplice se ci fosse un tasso di innovazione forte, magari totale. Vale per noi e per loro».

Calenda parla di «umilianti genuflessioni a Grillo» dal Pd. E d’accordo?

«Non ho visto il video di Grillo e fatico a considerarlo un interlocutore politico».

Non sia snob.

«Io? Ho letto che ultimamente parla con Dio: io non sono a quell’altezza».

Intervista di Alessandro Di Matteo, La Stampa, venerdì 23 agosto

Matteo Orfini, a un certo punto della giornata ieri il dialogo Pd-M5s sembrava già tramontato. È come dicono i renziani? Zingaretti voleva farsi dire no da Di Maio?
«Mi pare che dopo le parole del presidente della Repubblica si apre il confronto formale. Io penso che il Pd non abbia dato un buono spettacolo ieri. A me è capitato di farle le consultazioni, mai è successo quello che è accaduto in queste ore. Quando si va al Colle, si parla al Colle. Non esiste che ci si parli con agenzie anonime, con esegesi originali di quello che pensa un partito. Questo fa perdere di credibilità a tutto il gruppo dirigente. Noi abbiamo costruito un percorso in direzione, con un ordine del giorno votato all’unanimità. Oggi questo percorso si apre formalmente. C’è il tempo di un confronto. Spero che il Pd dimostri di essere all’altezza della gravità della situazione. Deve cessare la polemica interna». 

Altro che interrompere la polemica interna, sembra che ci siano sempre due Pd: quello ufficiale di Zingaretti e quello che guarda a Renzi. Il leader Pd dice no a Conte, l’ex premier fa sapere che può andare bene anche lui. Come mai?
«Io questa distinzione non la vedo. Abbiamo tutti chiesto discontinuità, ovviamente soprattutto sulle scelte politiche. Ma evidentemente anche sugli interpreti di quelle scelte. Non penso che si possa immaginare che una roba del genere si faccia sostituendo i ministri della Lega con quelli del Pd…» 

Lei dice che non vede la distinzione tra i due Pd, allora perché parla di brutto spettacolo?
«Questa è un’operazione che si può fare solo se il Pd è unito e se smettono i giochetti interni fatti dalla maggioranza e dalla minoranza. Se la smettiamo, si può tentare anche un’operazione complicata come questa. Sennò è inutile imbarcarsi. Anche perché un’ipotesi del genere funziona se il Pd ha chiare le sue priorità. A cominciare da quelle poste da Zingaretti: abrogare i decreti sicurezza e correggere un impianto così brutale, peraltro oggetto anche nelle ultime ore di inchieste della magistratura». 

Poi Zingaretti ha corretto il tiro e ha parlato di «quadro su cui iniziare a lavorare». Come si procede?
«Io sto a quanto abbiamo detto in direzione, noi siamo disponibili a un confronto e oggi un confronto si apre. È chiaro che è un lavoro complicato, il M5S non è una costola della sinistra, è una forza politica alternativa. Certo, in alcune fasi si può arrivare a costruire maggioranze tra forze alternative tra loro: nella passata legislatura facemmo larghe intese con Silvio Berlusconi, e ricorderete con quante difficoltà. Ora, Salvini vuole andare a elezioni per ragioni personali – scappare dalla necessità di chiarire la vicenda russa – e di partito – incassare il consenso che gli danno i sondaggi. Di fronte a questa forzatura istituzionale autoritaria gravissima si può tentare di costruire una maggioranza anche tra forze alternative come sono Pd e M5s. Non è scontato ci si riesca, anzi è molto complicato. Ma si può tentare». 

La prima difficoltà è il taglio dei parlamentari. Per Di Maio è «una priorità». Si può trovare una mediazione?
«Io sono contrario al taglio dei parlamentari come l’hanno proposto loro. Noi, nella nostra riforma bocciata dal referendum, tagliavamo i parlamentari nell’ambito di una riforma complessiva. Nello schema M5s si strozza la rappresentanza e si dà un potere estremo a una minoranza che vince. Il taglio deve essere accompagnato da una riforma elettorale, che per me deve essere di impianto proporzionale, in modo da garantire un equilibrio. Io penso che il M5S possa convergere su un taglio dei parlamentari accompagnato da una legge proporzionale».

Intervista di Eugenio Fatigante, Avvenire, giovedì 22 agosto

Insomma, questo governo con M5s s’ha da fare o no?
Innanzitutto dico che io non ho cambiato idea sui 5 stelle: penso che siano alternativi al Pd, non sono una costola della sinistra. Sono opposti a noi per visione della politica e anche per concezione democratica. 

Però un’intesa con M5s non sarebbe più «la fine del Pd», come lei diceva un anno fa?
Premesso che le condizioni politiche sono mutate, in una democrazia parlamentare e con una legge proporzionale un discorso diverso oggi ci sta. Del resto, abbiamo fatto pure le “larghe intese” con Berlusconi in una fase cruciale per la vita del Paese. E “ci sta”,sottolineo, per opporsi al capriccio di un uomo, al gesto autoritario e arrogante di un leader politico che per interesse personale – quello di offuscare la vicenda non chiarita dei fondi russi – e di partito, vuol far precipitare il Paese in una nuova campagna elettorale. 

Ma quante chance vede?
E’ molto, molto, molto difficile e tutt’altro che scontato. Salomonicamente dico 50 e 50, nessuno si esalta all`idea. Allo stesso tempo, il pensiero di consegnare il Paese all`incertezza, in una fase già di stagnazione, è uno stimolo a dar vita a qualcosa.

I 5 punti sono più un’apertura o un limite?
La discontinuità – di nomi e di programma – è la premessa: il nuovo governo non può proseguire le politiche di questi 15 mesi. I punti sono un inizio di discussione. A partire da una parola definitiva sull’Europa e dalla rimozione degli elementi che hanno caratterizzato in modo più brutale e deteriore le politiche migratorie, creando un vulnus all’impianto dei nostri valori costituzionali. 

Cosa bisogna fare dei due decreti sicurezza?
Io li abrogherei. AI minimo, immediate misure correttive per il ripristino della civiltà in un’Italia in cui, negli ultimi tempi, si è dato libero sfogo a politiche di odio. 

Discontinuità vuole dire anche no a Conte?
Capisco il tentativo di riscrivere la storia, ma non mi pare che Conte sia stato prima dell’altroieri un vero oppositore di certe politiche. 

La discontinuità potrebbe essere chiesta anche da M5s con chi ha fatto parte dei governi Renzi e Gentiloni?
E’ un aspetto che difatti Zingaretti ha messo nel conto, affermando che – nel caso- dobbiamo essere disponibili a far partire un’esperienza politica totalmente nuova. Ciò detto, mi pare tuttavia che il problema riguardi soprattutto loro: noi abbiamo una classe dirigente ampia e diffusa per far fronte a questa esigenza. 

I tempi sono un vincolo forte?
Intanto vedremo i tempi veri che il presidente Mattarella darà e le sue decisioni dopo le consultazioni. Certo, non penso che una trattativa simile si possa risolvere in due giorni… 

Il taglio dei parlamentari resta materia di dialogo?
Io sono contrario alla legge. Può avere senso solo se accompagnata da un sistema proporzionale puro, altrimenti con quello attuale e senza una ridefinizione complessiva produrrebbe una torsione maggioritaria fortissima. 

E il ruolo di Renzi?
A me pare che sono un paio d’anni che viene annunciata dai giornali una scissione che non c’è. Io sono convinto che è e resterà un dirigente del Pd. Ora si è messo in gioco e ha svolto una funzione utile. Tanto che oggi ci ritroviamo, grazie al lavoro di Zingaretti, davanti a una proposta che ha ricompattato il partito come non avveniva da tempo.

Intervista di David Allegranti, Il Foglio, 6 luglio 2019

Sull’immigrazione, ci dice Orfini, il Pd  sta cambiando idee.

“Abbiamo cambiato la linea del partito. La segreteria aveva una sua posizione, ma dopo la discussione – peraltro molto alta nei contenuti – ha saggiamente capito che sarebbe stato meglio sceglierne un’altra”, dice al Foglio Matteo Orfini, capofila del cambio di schema nel Pd sulla Libia. “Ma non è una vittoria mia”, precisa l’ex presidente dei democratici. “E` una vittoria del mio partito, perché penso che da questa settimana il Pd sia più forte”. Oltretutto “credo che gli ultimi 10 giorni possano essere per il Pd una traccia di lavoro su come si fa opposizione e su come si sfidano la destra e Salvini, anche sul terreno apparentemente più complicato per noi. La scelta di essere a Lampedusa, sia a terra sia a bordo della Sea Watch, nel momento in cui c’era il sequestro immotivato da parte del governo di quaranta naufraghi, è stata giusta. Non ci siamo limitati ai tweet e alle dichiarazioni, ma abbiamo dimostrato che alla brutalità del governo ci si può opporre anche con il proprio corpo”.

Il lettore non potrà che cogliere nelle parole di Orfini un riferimento ai tweet di Carlo Calenda, molto critico nei suoi confronti.

“Sono gesti simbolici, per carità, ma danno l’idea di un partito vicino alla gente che soffre e che è disposto a difendere i valori della Costituzione e della legalità fino in fondo. Questa battaglia è servita a rimettere al centro della linea politica sull’immigrazione il tema dei diritti umani e della loro difesa, in Libia oltre che nel nostro paese, dove non dovrebbe essere necessario farlo anche se ormai lo è diventato”. Insomma, sottolinea, Orfini, “abbiamo dimostrato che il Pd può essere percepito come un’alternativa rispetto a Salvini. Avevamo smesso di farlo. Avevamo smesso di fare una battaglia, prima culturale che politica, per metterci controvento e sfidare lo spirito del tempo e provare a cambiarlo”.

Dunque condivide il contenuto della lettera di Matteo Renzi inviata ieri a Repubblica?

“Diciamo che Renzi condivide adesso quello che dicevo io nel 2017. Nel complesso la sua lettera è condivisibile. Renzi e Letta, l’ho sempre riconosciuto, avevano un’altra linea sull’immigrazione, il cambio c’è stato con il governo Gentiloni”. In quegli anni “eravamo in pochissimi a mettere in discussione quelle scelte, oggi per fortuna larga parte del Pd sembra aver capito che dobbiamo ricominciare da un approccio differente”.

In che modo?

“L’altro giorno Serraj ha detto che potrebbe valutare la liberazione dei detenuti nei campi, una frase che è stata percepita come un ricatto e io lo trovo agghiacciante, perché di fronte a un’affermazione del genere avrei sfidato il governo. Avrei detto che quelle migliaia di persone contenute nei lager vanno tirate fuori di lì, aprendo dei corridoi umanitari e andandoli a prendere, perché quelle poche migliaia di persone sono gestibili di fronte alla drammatica emergenza in corso. Eppure non l’ha detto nessuno; l’idea che delle persone vengano tirate fuori dai lager non è una buona notizia ma una minaccia. Le pare normale?”.

Ancora oggi Orfini è convinto che le politiche di Marco Minniti sull’immigrazione abbiano spalancato le porte a Salvini.

“Capiamoci però: non ho mai personalizzato su un singolo, anche perché le scelte di Minniti sono state prese dal governo nella sua collegialità e sostenute da un partito senza che nessuno le mettesse in discussione. La questione non è Minniti, ma la politica che il Pd ha portato avanti”.

Pd allora guidato da Renzi, non dimentichiamolo.

“Quella posizione, secondo cui il tema della sicurezza è legato esclusivamente al tema dell`immigrazione, andava corretta. Specie in un paese come il nostro in cui ci sono mafia e criminalità organizzata. Noi invece di fare argine culturale e politico, abbiamo assecondato questa lettura sbagliata, facendola nostra e cercando di offrire una cura omeopatica. Pur senza gli eccessi della destra, abbiamo provato a governarla secondo quella chiave. Ma la tenuta democratica del paese non è a rischio per l`immigrazione. Non dobbiamo fare a gara a chi ne fa arrivare meno. Anche perché non ci poniamo mai la domanda dove finiscono quelle persone che non arrivano più. Risposta: nei lager. Da troppo tempo ci chiediamo quanti ne arrivano e non da dove e da cosa scappano, che poi era la domanda della sinistra riformista. Da Blair e Clinton a D’Alema e Fassino. Una sinistra che metteva addirittura in conto l’ingerenza umanitaria a difesa dei diritti umani. Noi invece abbiamo abbandonato la strategia del riformismo in politica estera per scegliere di chiudere gli occhi, non considerando imprescindibile la difesa dei diritti umani”.

Intervista di Fabio Martini su La Stampa, 30 giugno 2019

 

Matteo Orfini, lei era bordo quando la capitana ha scartato, forzando il blocco: in quel momento cosa ha pensato? Questa ragazza sta esagerando?

«In quel momento ho pensato: sei fossi io al suo posto, agirei esattamente come lei. Veniva da giorni di prese in giro e noi stessi ci eravamo spesi e ottenuto impegni da parte del governo: se c’è un accordo, scendono in cinque minuti. Lo stato a bordo era diventato insopportabile, per un atteggiamento del governo che non saprei definire altrimenti: agghiacciante. A freddo ho ripensato a quel momento. E mi sono dato la stessa risposta».

Già presidente del Pd, Orfini è appena tornato a Roma dopo ore a bordo della Sea Watch 3. Il più grande partito di opposizione, oltre a dare la risposta “giusta” in termini di coerenza con i propri ideali, dovrebbe sempre provare ad allargare consenso attorno alla sua politica: le pare che ci siate riusciti?

«Sicuramente su questi temi c’è sempre stata difficoltà a convincere l’opinione pubblica e per troppo tempo abbiamo rinunciato a farlo. Ma se una parte del Paese continua a dare una risposta sbagliata, non possiamo continuare ad andargli dietro: dobbiamo contrastarla. E per farlo, non bastano i tweet: servono atti concreti. Davanti al sequestro di 42 persone, era nostro dovere intervenire e aiutarli a scendere. Così si inizia una battaglia di opposizione».

Il prezzo da pagare per una linea umanitaria in questo caso è assecondare una violazione delle leggi.

«Ho molti dubbi che ci sia stata una violazione della legge. Davanti ad uno stato di necessità e per portare in sicurezza persone in quello stato, una nave può violare il blocco».

Lei ha rivendicato spesso la lezione di Togliatti. Ma lui dall’ospedale disse ai militanti: non occupate le prefetture! Lei ha sposato la cultura radicale della disobbedienza civile?

«Non c’è stata violazione della legge e dunque non c’è stata disobbedienza civile».

Ascoltando i discorsi a bordo, non le è venuto il sospetto che al primario obiettivo di salvare quei poveri cristi si sommasse quello di provocare il governo sovranista?

«Assolutamente no. La capitana lo ha spiegato: il porto più sicuro era Lampedusa. A bordo non c’erano militanti politici ma una ventina di persone che avevano il genuino intento di salvare delle vite e non avevano alcun interesse a cercare scontri».

Non le pare che il messaggio che arriva dal Pd sia: vanno accolti tutti?

«È evidente che la questione dei flussi non può essere gestita solo dall’Italia. Purtroppo la guerra in Libia ha peggiorato la qualità dei diritti umani, nei lager vengono perpetrati delitti atroci. Sperando di poter tornare un giorno a politiche come Mare nostrum, dobbiamo prendere atto della situazione di quel martoriato Paese».

Ma sugli accordi da rinnovare con la Libia, persino lei e Delrio che eravate sulla Sea Watch, avete idee diverse…

«Spero che nel Pd ci sia un’evoluzione positiva. Rinnovare gli accordi con la loro Guardia costiera non è più possibile: gli accordi raggiunti dal governo precedente non reggono più, perché è in corso una guerra civile. Spero che ci sia un consenso largo attorno a questa posizione».

Col governo Gentiloni gli sbarchi erano drasticamente diminuiti ma senza chiudere i porti…

«Non dimentichiamo il passato, ma neppure che lì c’è una guerra. E non dimentichiamo neppure la lezione del riformismo degli anni ’90 in Jugoslavia: la garanzia dei diritti umani viene
prima di tutto».

Di Giovanna Casadio, la Repubblica, 18 marzo 2019

«Nicola ha detto che vuole cambiare tutto? Bene, ma lo faccia fino in fondo. Però il Pd non può essere semplicemente il cuore di una coalizione come ai vecchi tempi. Zingaretti deve rilanciare il Grande Pd che punti ancora al 40%». Matteo Orfini ha passato a Paolo Gentiloni il testimone di presidente del partito. È stato sostenitore di Maurizio Martina, lo sconfitto del congresso dem.

Orfini, lei ha votato a favore di Paolo Gentiloni come suo successore alla presidenza del partito?

«Assolutamente sì, con convinzione perché è una scelta autorevole, seria. Poi sono anche sollevato, dopo 5 lunghi anni, di passare a lui il testimone di un ruolo importante ma anche complicato».

Si è schierato con Martina: ora gli sconfitti riaprono il conflitto e la guerra sotterranea?

«Ho sempre riconosciuto la scelta di iscritti ed elettori e quindi rispettato l’esito dei congressi, sia da minoranza quando appoggiai Gianni Cuperlo che da maggioranza quando sostenni Renzi. Ho sempre lavorato per il bene del Pd e questo continuerò a fare».

Non se ne va portando via il pallone, insomma?

«Ci mancherebbe. In questi anni ho visto quanti danni fa un congresso senza fine e chi concepisce la vita interna come scontro continuo. Zingaretti è il segretario di tutti».

Però il Pd di Zingaretti cambierà strada. Questo la preoccupa?

«Qualche mese fa proposi di sciogliere e di rifondare il Pd, quindi se si cambia con me si sfonda una porta aperta. Crescono nel paese sentimenti radicali di contrapposizione alla destra che faticano ancora oggi a considerare il Pd come alternativa. Quindi ok al cambiamento, purché sia reale e non un cambiamo tutto per non cambiare niente».

Ora tutti con Zingaretti, quindi?

«Non ho votato Nicola, non ho interesse o intenzione di entrare in maggioranza, ma di dare una mano al Pd sì. C’è però una cosa che poco mi convince dell’impianto con cui Zingaretti ha vinto il congresso: non possiamo rinunciare a un Pd che sia “il” soggetto politico del centrosinistra e tornare alle coalizioni di un tempo. Cambiamo il Pd, trasformiamolo, rivoluzioniamolo ma non perdiamo l’ambizione di costruire un Grande Pd».

Zingaretti ha lanciato subito il coordinamento parlamentare del centrosinistra, però. È d’accordo?

«Non giudico il primo passo ma mi chiedo dove porti la strada. Io sono affezionato all’idea di un Pd che unisca dentro di sé tradizioni e storie diverse. Non mi piace festeggiare sconfitte onorevoli come in Abruzzo e in Sardegna, ma per tornare a vincere il Pd deve recuperare la funzione originaria e non considerare il 40% delle europee come un caso fortuito, ma come un obiettivo da raggiungere».

Con i fuoriusciti dem ci si può riunire o meglio no come sostiene Giachetti?

«Ogni volta che parliamo del Pd del futuro partendo dalla somma del ceto politico, danneggiamo il Pd e allontaniamo tanta gente che ci potrebbe dare una mano».

Come si ricompatta un Pd in cui, a parole, tutti si dichiarano leali, però poi Renzi lavora e rilancia i comitati civici?

«C’è bisogno del contributo di tutti per ricomporre una frattura persino emotiva con chi soffre di più. Per questo da presidente ho riportato il Pd nelle periferie più lontane, nella baraccopoli di San Ferdinando, sulla Sea Watch».

Domani sottoscriverò a nome del Pd il manifesto ‘Siamo europei’ promosso da Carlo Calenda. Ho condiviso questa scelta con Nicola Zingaretti, Maurizio Martina e Roberto Giachetti: il Pd dunque ne assume i contenuti.

Iniziamo da qui per lanciare la sfida ai populisti. Nei prossimi giorni incontrerò i segretari regionali per avviare il percorso e convocherò un tavolo con i nostri parlamentari europei e italiani per elaborare il contributo programmatico con il quale il Pd affronterà la sfida.

Finalmente la Sea Watch ha potuto attraccare e i 47 migranti sono stati fatti sbarcare.
Sarebbe dovuto accadere molto prima, se il governo avesse rispettato la legge. Ma andiamo per punti.

🔴 L’accesso al porto può essere negato solo se sussistono gravi rischi per l’ordine pubblico o per la salute dei cittadini.

🔴 Nei colloqui che le nostre delegazioni di parlamentari hanno avuto in questi giorni a Siracusa con le autorità di sicurezza ci è stato più volte ripetuto che non c’erano rischi per l’ordine pubblico.

🔴 Oggi è arrivata la risposta del Ministero della Salute a una nostra interrogazione sulla condizione sanitaria della nave, una risposta che precisa come l’assenza di ogni rischio fosse chiara da giorni.

🔴 Quindi Salvini ha tenuto ancora una volta senza alcuna ragione, e in violazione della legge, 47 migranti in ostaggio. E con loro l’equipaggio della Sea Watch.

🔴 Pochi minuti fa le agenzie hanno battuto le ultime dichiarazioni del ministro: Salvini accusa Sea Watch di non essere andata in Tunisia. Ormai da giorni Sea Watch ha dimostrato di aver chiesto alla Tunisia un porto dove trovare riparo e di non avere ottenuto ascolto. Salvini lo sa ovviamente. Ma preferisce mentire, per alimentare una narrazione che criminalizza le Ong.

🔴 Ong alle quali dichiara di volere sigillare le acque del nostro paese.
Perché evidentemente per lui se salvi chi rischia di morire devi essere perseguitato. Se invece da ministro violi la legge il parlamento ti deve salvare evitandoti il processo.

🔴 Di Maio, Conte e Toninelli ogni giorno ribadiscono che le scelte di Salvini sono state assunte collegialmente da tutto il governo e che loro le condividevano. Quindi il M5S ha condiviso la scelta di violare ripetutamente la legge a danno dei diritti di decine di esseri umani in difficoltà. E condivide la criminalizzazione di chi salva vite umane.

Questi i fatti.
Raccontiamoli senza farci spaventare da chi semina odio e bugie. E non dimentichiamo mai di dire grazie a chi, come le donne e gli uomini della Sea Watch, mette ogni giorno la propria vita al servizio degli altri.

(foto: Fotogramma/Ipa)

Salvini è indagato per aver sequestrato dei migranti su una nave. Io sono indagato per essere salito su una nave dove altri migranti erano sequestrati.

E ci sono salito per verificare che stessero bene, e per ribadire che è illegale non permettergli di sbarcare.

Salvini chiede di non essere processato. Io non ho problemi a rispondere in ogni sede di ciò che ho fatto.

Attenzione, non è questione di codardia o coraggio. È più semplice.

Salvini sa di aver violato la legge.
Io so di aver fatto la cosa giusta.